MICHELE BRAMBILLA e LEO TURRINI.
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ROMANZO INTER.
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2024. MINERVA Edizioni. BOLOGNA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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CON PREFAZIONE DI MASSIMO MORATTI E POSTFAZIONE DI ROBERTO BONINSEGNA.
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Presentazione.
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Questo che state per leggere non  il solito libro su una squadra di calcio. Non  il racconto di vittorie e sconfitte di un Club che, insieme a tanti altri, ha contribuito a fare la Storia delle emozioni figlie del pallone.
No. Questo  il romanzo di un amore.
Totale, indivisibile, sottratto all'usura del tempo. Perch esistono - sul serio! - passioni che superano le barriere delle generazioni.
Michele Brambilla e Leo Turrini fingono da decenni di essere giornalisti di professione.
In realt, sono innamorati pazzi dell'Inter. Alla Beneamata sono fedeli oltre ogni immaginazione e questo senso di appartenenza li ha resi indissolubilmente amici.
Romanzo Inter  la confessione epistolare di una passione che li accompagna sin dalla pi tenera et: entrambi tragicamente non ricordano il primo bacio,
ma il primo gol visto a San Siro non lo dimenticheranno mai.
Dai fasti della squadra di Helenio Herrera e Moratti padre, passando per i miracoli di Moratti figlio, fino alla gloriosa sconfitta di Istanbul contro il Manchester City, Romanzo Inter non  un libro.
E la testimonianza di una fede: siamo solo noi, siamo solo l'Inter.
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GLI AUTORI.
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Michele Brambilla (1958) giornalista, scrive per La Repubblica, HuffPost e Oggi. Prima aveva lavorato al Corriere della Sera (1985-2002), diretto il quotidiano La Provincia di Como (2002-2006), era stato vicedirettore di Libero (maggio-novembre 2006) e del Giornale (2007 e 2008), quindi inviato e poi vicedirettore de La Stampa (2009-2015), direttore de La Gazzetta di Parma (da fine 2015 a inizio 2019) e infine direttore del Quotidiano Nazionale e del Resto del Carlino (dal 2019 al luglio 2022). E laureato in Storia Contemporanea. Ha scritto una decina di libri. Il Comune di Milano l'ha premiato con l'Ambrogino d'oro nel 2007. I luoghi amati: Milano, Luino, Bologna. La squadra amata  nota.
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Leo Turrini  nato nel 1960. Da allora ha vinto con l'Inter 12 scudetti e 3 Coppe dei Campioni.
Nel tempo libero ha scritto milioni di articoli per Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno. Opinionista di Sky e di Radio 24, ha dedicato libri a Enzo Ferrari, Gino Bartali, Michael Schumacher, Lucio Battisti, Marco Pantani, Ayrton Senna e la famiglia Panini, immeritatamente ricevendo numerosi premi. In casa pensano che il suo sangue sia nerazzurro. Per Fortuna, hanno ragione.
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ROMANZO INTER.
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Prefazione.
CARO INTER. di Massimo Moratti.
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Correre qua e l tra i banconi a svuotare gli scaffali dei ricordi nel grande magazzino della memoria.
Cos vedo Leo e Michele, Turrini e Brambilla, mentre pieni di emozione ritrovano colori, odori e sentimenti nella fantastica storia della loro passione, l'Inter.
L'idea dello scambio epistolare fra due grandi e stimati maestri di scrittura che si impegnano, divertendosi, nell'analizzare, criticare, esaltare i giocatori e le partite che li hanno accompagnati dai primi anni Sessanta,  bellissima e risveglia la curiosit, la partecipazione e l'amore in tutti noi tifosi appassionati degli stessi colori e ricordi.
Non vedo l'ora di condividere i giudizi, di rivivere l'emozione di allora... quanta ricchezza di sentimenti, quanto l'Inter sia molto di pi di una squadra di calcio.
L'et (giovane) non consente ai due autori di ricordare gli anni Cinquanta. Lo faccio io per ritrovare un giocatore che ha influito con il suo caratteraccio  a dare una forte personalit al Club nerazzurro, Benito Lorenzi. Ribelle, buono, coraggioso, estremamente perbene, odiato, naturalmente, da milanisti e juventini.
Grazie caro Turrini, grazie Brambilla per l'immenso piacere che ci date.
W l'Inter.
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1.
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Caro Leo,
 vero: ci sono cose pi importanti. Ma quando noi due
ci vediamo, ci sentiamo, ci scriviamo come ora che siamo
lontani, s, per un po' parliamo di giornalismo, per un po'
anche di politica che tu mi prendi in giro, ma la verit  che
sono discorsi che si dissolvono dopo pochi istanti per dare
spazio all'unico argomento che ci interessa davvero. Perch
per noi, caro Leo, c' solo l'Inter.
E s, essere interisti  una continua sofferenza.
Per negli ultimi anni ci siamo tolti un bel po' di soddisfazioni,
Leo. Per l'et che abbiamo tu e io, la maggior parte
dei ricordi era di stagioni ben pi grame. Ti ricordi gli anni
di transizione con Fraizzoli? Gli anni Settanta con la Juve
che vinceva sempre lo scudetto? E quelli in cui il Milan di
Berlusconi dominava in Europa e nel mondo?
E da noi, il decennio che segu il Triplete, te lo ricordi?
Quando a un certo punto eravamo diventati l'indonesiana
Inter? Una traversata nel deserto, ecco che cosa  stato quel
decennio.
In questo lungo scambio di lettere fra te e me, in questo
viaggio sentimentale, avremo modo di ripercorrere una vita
da tifoso, anzi due vite. E che vite, con l'Inter. Ricorderemo
fatti, personaggi, nomi, facce, piedi, mani, partite, gol di
una sfida infinita.
Perch comunque una cosa  indiscutibile: anche quando
noi annaspavamo in zona UEFA (perch per noi interisti
l'andar male  quello: la zona UEFA, roba che per altri 
un miraggio; c' perfino chi  contento, ora, perch va in
Conference League) e Milan e Juve vincevano scudetti e
coppe, ecco, neppure in quegli anni uno di noi due avrebbe
mai fatto cambio, perch chi cambia squadra  un apostata,
un traditore, un disertore. Peggio:  un essere che non tifa
perch ama ma perch vuole vincere, e spesso vincere non
importa come.
Soprattutto, n tu n io abbiamo mai invidiato juventini
o milanisti. Per un motivo molto semplice. Loro, sono juventini
e milanisti. Noi, interisti.
E comunque gli ultimi anni, Leo. Gli anni dei cinesi,
quei cinesi che qualcuno critica, ma che ci hanno rimessi
in alto senza tirare indietro il portafogli, quando  stato
necessario.
Prima Spalletti, che ci ha riportati in Champions.
Poi Conte: in due anni, una finale europea e uno scudetto
che non vincevamo da undici anni.
Poi Simone Inzaghi.
In due anni ha alzato quattro coppe.
E che coppe.
Due Supercoppe battendo in finale Juventus e Milan; e
due Coppe Italia battendo in finale Juventus e Fiorentina.
E anche quando in finale abbiamo battuto la Viola, avevamo
di nuovo fatto fuori i gobbi, in semifinale, con Allegri
che perde la testa dalla rabbia. E Simone, oltre alle coppe,
dopo aver spazzato via il Milan in semifinale ci ha portati a
un'altra finale europea.
E che finale.
La pi alta e la pi bella, quella di Champions, contro
il magnifico e miliardario Manchester City. Una finale che
nessuno mai, all'inizio dell'anno, avrebbe osato sperare. E
che abbiamo giocato alla pari, anzi di pi. Pepe Guardiola
ci ha fatto i complimenti. Tutto il mondo ha visto chi siamo.
Il popolo nerazzurro  stato ed  tuttora orgoglioso, per
quella finale.
Ma tu eri a Istanbul, Leo, e ce la racconti tu, quella sera
del 10 giugno.
E insomma. Negli ultimi quattro anni (2019-2023) il conto
dice: cinque titoli in bacheca e due finali europee, Leo.
L'Inter di Milano  tornata.
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2.
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... E poi, poi, caro Michele, viene il giorno in cui scopri,
definitivamente nonch irreversibilmente, perch  bellissimo
essere interisti per sempre.
Meglio: viene la notte.
La notte di Istanbul.
10 giugno 2023.
Io c'ero.
C'ero e nella overdose d'amore fatta di un rimpianto
eterno, ho capito.
Ho capito che c' davvero qualcosa di vagamente soprannaturale,
nel nostro senso di appartenenza.
L'ho compreso nel punto estremo del dolore: perch avevamo
appena perso la finale di Champions, nonostante non
fossimo stati inferiori al mitico, ricchissimo sardanapalesco
Manchester City, il club che ai petrodollari di Abu Dhabi
somma il genio sottile di Pepe Guardiola, l'allenatore.
Ho capito chi siamo e cosa siamo noi interisti partecipando
al coro della met dello stadio innamorata della Beneamata.
Giuro: sembrava avessimo vinto!
Giuro: c'era una simbiosi perfetta tra le lacrime dei nostri
giocatori e il boato che saliva dalle viscere di un popolo.
In quell'urlo collettivo, straziato e straziante, si esprimeva
il senso di una vita.
Tu mi dirai: s, ma abbiamo perso e dopo un po' di una
finale si rammenta solo il nome di chi ha alzato la coppa.
No, invece.
 vero, per carit: lo Zanetti del Bernabeu non ha trovato
un erede, tredici anni dopo.
 vero, Romelu Lukaku si  mangiato il gol che avrebbe
gettato nel panico i cittadini di Manchester.
Ma non  affatto vero, come scioccamente non a caso si
ostinano a declamare gli juventini, che vincere  l'unica cosa
che conta.
Questa teoria, in realt,  la madre di tutti i soprusi. E
noi interisti ne siamo perfettamente consapevoli.
Ecco: quella notte a Istanbul mi sono reso conto che una
sconfitta gloriosa pu valere, ancora e sempre, pi di qualunque
successo taroccato.
Noi siamo l'Inter e siamo l'Inter perch teniamo insieme
il raziocinio e la follia, l'abitudine e la sorpresa, l'equilibrio
e la vita spericolata (mica per niente Vasco  uno di noi!).
Siamo solo noi (ancora Vasco).
Solo noi potevamo arrivarci, alla notte di Istanbul, passando
attraverso incredibili sconfitte contro Empoli, Spezia,
Monza, Fiorentina, Bologna. E mentre in campionato
accumulavamo disastri, in contemporanea sul palcoscenico
europeo facevamo fuori il Barcellona, il Porto, il Benfica, il
Milan (saldando cos, come sai, un conto col Diavolo aperto
da vent'anni, dal doppio derby di Champions del 2003).
Mentre assistevo in tempo reale a questo delirio, degno
del dottor Jekyll e di mister Hyde, in me si era affermata
una sciagurata, insensata convinzione.
Questa: Simone Inzaghi  come la pubblicit di quel caff
(turco, pensando appunto a Istanbul): pi ti butta gi in
serie A e pi ti tira su in Champions.
A lui, a Inzaghi, al personaggio chiamato all'improvviso
a raccogliere l'eredit pesante di Conte, non pu non
andare una gratitudine perenne: chi c'era alla finale del 10
giugno 2023 non dimenticher, cos come non svanir il
ricordo dello stoicismo di Onana, Bastoni, Darmian, Acerbi,
Di Marco, Dumfries, Brozovic, Barella, Calhanoglu,
Lautaro, Dzeko, Lukaku, Bellanova, Gosens, D'Ambrosio,
Mkhitaryan.
D'accordo.
Non hanno battuto il Manchester City.
Non hanno alzato la coppa con le orecchie.
Non hanno dato un successore ad Armando Picchi e a
Javier Zanetti.
Eppure, hanno fatto qualcosa di pi.
Hanno reinterpretato in chiave calcistica lo slogan caro
a Benedetto Croce.
Scriveva il filosofo: perch non possiamo non dirci
cristiani.
Scriviamo io e te, insieme e a nome di milioni di compagni
di fede: perch non possiamo non dirci interisti.
Istanbul ci ha trasmesso l'incrollabile certezza finale.
E adesso, caro Michele, proviamo a recuperarlo alle origini,
il filo delle nostre vite in nerazzurro.
P.s. Comunque la prossima volta devi venire anche tu,
a vedere una finale. Non  andata bene come Parigi 1998
e Madrid 2010, ma ti giuro che farei la firma per rivivere
tutto, pur conoscendo l'epilogo infelice.
Perch siamo solo noi.
Perch noi siamo l'Inter.
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3.
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 certo che, prima, per molti anni tu e io abbiamo avuto
una bella sfiga, caro Leo.
Eravamo troppo piccoli quando l'Inter era la regina dei
due mondi, come da titolo del numero 4, anno sesto, giugno
1965, del glorioso mensile Inter Club che ho trovato
questa mattina in uno di quei cassetti in cui si conservano
le cose amate.
L'Inter regina dei due mondi, pezzo d'apertura di quel
numero, firmato da Enrico Crespi, cronista sportivo molto
milanesone che lavorava a La Notte, quotidiano del
pomeriggio diretto da un grande giornalista, Nino Nutrizio,
un tipo che, pensa un po', per qualche settimana fu
anche allenatore dell'Inter. Regina dei due mondi perch
aveva appena vinto lo scudetto - il nono della sua storia - e
la Coppa dei Campioni, la seconda consecutiva. Nessuna
squadra italiana aveva mai vinto insieme scudetto e Coppa
dei Campioni.
E siccome nell'autunno dell'anno prima, 1964, ma stessa
stagione 1964-65, aveva vinto anche la Coppa Intercontinentale,
ecco che la nostra Beneamata poteva fregiarsi
contemporaneamente dei tre titoli. Quando iniziavano le
telecronache dell'Inter, si sentiva, dalla voce roca di Nicol
Carosio, dir cos: Scendono in campo i nerazzurri, campioni
d'Italia, d'Europa e del mondo. E anche durante la
cronaca della partita s'udivano le stesse parole, quasi come
un intercalare: Attaccano ora i campioni d'Italia, d'Europa
e del mondo.
Ma che sfiga, Leo. Eravamo troppo piccoli. Tu sei nato il
18 marzo 1960, poco prima che Angelo Moratti ingaggiasse
l'uomo della Provvidenza, Helenio Herrera. Io sono nato
sedici mesi e diciassette giorni prima, il 1 novembre del
1958. Troppo piccoli per aver goduto di quella meraviglia,
per non conservare altro che immagini in bianco e nero,
e pure un po' ingiallite, al punto da farci dubitare, chiss:
forse  stato solo un sogno, una bella favola che ci raccontavano
i genitori per farci addormentare.
E cos entrammo nell'et della ragione quando ormai la
favola era finita: il Mago Herrera era andato alla Roma e
Angelo Moratti - sazio di giorni di gloria - aveva lasciato la
presidenza a Ivanoe Fraizzoli, milanesn anca l, brava persona
eh, galantuomo, appassionato, ma insomma, guidare
l'Inter dopo un simil ciclo trionfale era impresa titanica.
Angelo Moratti lo present, l'Ivanoe, come suo successore,
un giorno di maggio 1968, all'ora di pranzo. Annunci
ai giornalisti: Ora  il momento del delfino. E Fraizzoli,
un po' imbarazzato, disse: Ma veramente a me il pesce non
mi piace. Povero Ivanoe. La sorte non gli  stata generosa.
Perch anche lui ha vinto, e come no: due scudetti e due
Coppe Italia. Ma in ben sedici anni di presidenza. E niente
Coppe europee. E quel confronto impietoso con il passato.
Ricordo gli anni Settanta, cupi come i cieli grigi cantati
da Alberto Fortis: c'era sempre una partita, a San Siro, in
cui a noi del pubblico giravano le balle, perch si capiva che
anche quella stagione l era buttata, e si sapeva che il giorno
dopo avremmo letto sulla Gazzetta di un anno di transizione,
e allora gridavamo Moratti-Herrera  questa l'Inter
vera. Povero Ivanoe, l'impietoso confronto.
E noi due, Leo, sempre l a sperare che tornasse quella
meravigliosa storia di Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin,
Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Peir, Surez, Corso. E cos
siamo cresciuti disadattati, sempre con questo scarto fra
aspettative e realt, sempre pi proiettati verso il passato. Se
andiamo dallo psichiatra, un'anamnesi seria non pu che
partire da quegli anni.
Ti dicevo, caro Leo, che questa mattina mi son svegliato
e ho trovato il numero di giugno 1965 del mensile Inter
Club, organo ufficiale dei tifosi nerazzurri, primo fra i
periodici sportivi di club.
E non  un caso che fosse il primo. Perch se in campo
la mente di quell'Inter era Luisito Surez, acquistato nel
1961 quand'era pallone d'oro e pagato 250 milioni di lire
al Barcellona, che con quei soldi si rifece lo stadio nuovo,
che sarebbe poi il mitico Camp Nou, insomma se il regista
in campo era Surez, la mente dietro la scrivania era Italo
Allodi, ex giocatore di serie C e primo grande manager del
calcio italiano. Allodi, oltre a saper scegliere mister e giocatori
per la prima squadra, aveva organizzato la societ come
una vera e propria azienda moderna.
Centinaia di piccole societ erano state non dico assorbite,
ma in qualche modo incluse nel progetto Inter: Allodi
ci mandava i nostri ragazzi che dovevano crescere, e loro
segnalavano a noi quelli buoni che potevano fare il salto.
Gente come Mariolino Corso e Giacinto Facchetti, per
dire, furon presi cos, che erano ragazzi.
Ed ecco, Allodi aveva creato anche gli Inter Club, circoli
di tifosi in tutta Italia e poi anche in tutto il mondo. Ce n'era
uno perfino a Madrid, pensa te: a Madrid dove avevano
il Real, c'era gente che tifava Inter.
Il primo fra i periodici sportivi di club di quel numero
di giugno 1965 ci racconta tanto di come eravamo. La
pubblicit delle caramelle Charms e quella della Pepsi Cola.
Eravamo i primi bambini a godere di quelle piccole grandi
cose. I primi ad andare al mare senza finire in colonia; i
primi con il pap che aveva l'automobile e la mamma che
aveva la lavatrice. Eravamo i figli del benessere. Eravamo
l'Italia del boom. Adesso ci pigliano per il sedere, i ragazzi,
nel chiamarci boomer. Ma io dico: noi, ai nostri vecchi,
li chiamavamo Matusa, da Matusalemme. Oggi i nostri
ragazzi chiamano noi boomer. Comunque  andata meglio
a noi, piuttosto che ai nostri genitori, che si beccarono dei
Matusa. '
Il boom, caro Leo: Vittorio De Sica e Cesare Zavattini
ci fecero un film, con il grande Alberto Sordi che vende un
occhio per stare al passo con i consumi del tempo. Il boom:
l'Italia era finalmente felice e spensierata dopo la tragedia
della guerra e la miseria del dopoguerra. Basta sentire le
canzoni o i Caroselli di allora per ricordarci quanto eravamo
convinti che il futuro sarebbe stato migliore non solo
del passato, ma perfino di quel beato presente.
Ecco, l'Inter euromondiale era un'immagine di quell'Italia
che cresceva. E il suo condottiero Helenio Herrera,
con quel suo venceremo de seguro ostentato prima di ogni
grande sfida, era il profeta della fiducia, dell'ottimismo.
L'Inter non  mai pi stata cos forte come in quei tempi
(quella di Mou  durata poco...) e l'Italia non  mai pi
stata cos felice.
Dicevo di quel numero di Inter Club: ingenuo, anzi
semplice come eravamo semplici in quegli anni. Fa quasi
tenerezza la copertina: una Coppa dei Campioni dalla quale
sbucano alcune margherite; al centro della coppa, uno
scudetto e la scritta 1965. E cos erano i titoli: alle pagine
10 e 11 Coppa e scudetto bilancio perfetto, (nostalgico
richiamo o presa in giro, a seconda delle intenzioni di chi lo
fece, del motto del Ventennio Libro e moschetto fascista
perfetto); a pagina 13 Siamo i pi forti, pezzo firmato
Helenio Herrera.
Come eravamo ingenui, anzi semplici. Nella rubrica
delle lettere c' un signore, Pietro Perotta di Milano, che
chiede al direttore: Egregio signor Direttore, la domanda
le sembrer un po' strana. Ma sono sicuro che in questi ultimi
tempi tutti i tifosi se la sono rivolta. Qual  la vera
maglia dell'Inter? Perch  stata abbandonata la maglia tutta
nerazzurra?. Il direttore rassicura: La maglia ufficiale
dell'Inter  a strisce nerazzurre. Qualche volta, per ragioni
di ospitalit o... di scaramanzia, la tenuta viene variata, ma
la casacca ufficiale resta sempre quella tradizionale. E per
dire gli scherzi che giocano la nostalgia e il passatismo (anche
a noi che proclamiamo che la vera maglia della vera
Inter  solo quella che ricordiamo addosso a Mariolino e
Luisito e Sandrino), ecco che cose aggiunse il direttore del
mensile ufficiale al signor Perotta: Per curiosit le posso
ricordare che negli anni Trenta la maglia ufficiale dell'Inter
(allora Ambrosiana) era a strisce nerazzurre con il colletto
e i polsini a scacchi bianchi e neri. Questo in seguito all'assorbimento
da parte dell'Inter dell'U.S. Milanese che aveva
appunto la maglia a scacchi bianconeri. Insomma siamo
sempre qui a fare gli stessi discorsi, da una vita: non ci sono
pi le maglie di una volta...
La Grande Inter: dal 1962 al 1967, cio in cinque stagioni,
quella squadra ha vinto tre scudetti, due Coppe dei
Campioni e due Coppe Intercontinentali; due volte  arrivata
seconda in campionato e una volta seconda in Coppa
dei Campioni. Insomma per cinque anni fu sempre prima o
seconda. Per questo, nella storia del calcio, solo a due squadre
viene associato un certo aggettivo: il Grande Torino e la
Grande Inter.
E com' che fummo cos forti? Com' che a un certo
punto in Italia, in Europa, nel mondo non ce nera pi per
nessuno, non c'erano pi n Juve n Milan n Real Madrid
n Benfica, com' che c'era solo l'Inter?
 una storia lunga. Una storia di uomini. Il primo si
chiama Angelo Moratti.
Figlio di un farmacista di piazza Fontana a Milano, perse
la mamma, la signora Gilda, che era ancora piccolo. Non
ebbe n un'infanzia n una giovinezza facile. Non era nato
ricco: ma un po' la misteriosa biologia, un po' i travagli della
vita, l'avevano dotato di quel qualcosa che, negli anni in
cui l'Italia cresceva, ti permetteva di diventarlo, ricco.
Il fiuto, la visione dell'industriale. Ho rivisto di recente
alcune sue interviste. Si definiva sempre cos, industriale,
un termine che oggi non usa pi nessuno. Oggi si dice imprenditore,
forse anche perch una volta per fare i soldi bisognava
produrre qualcosa di concreto, insomma industriare,
mentre invece adesso se chiedi appunto a un imprenditore
che cosa fa, quasi sempre non si capisce la risposta. Si
capisce solo che parla in inglese. Ma, come cantava Battiato,
il giorno della fine non ti servir l'inglese.
Industriali: allora gli uomini ricchi e vincenti si chiamavano
cos. Industriale era ad esempio Gianni Agnelli, anche
se poi la Fiat la mandava avanti Vittorio Valletta e lui si
riservava il ruolo di ambasciatore dell'eleganza italiana. Gli
operai, i dipendenti, quelli che una volta si chiamavano i
lavoratori, usavano invece un altro termine, in luogo di
industriale. Dicevano il padrone. Oggi non esiste pi il
padrone. Il padrone  un'entit astratta: la societ, la multinazionale,
la company, la holding e vadaviaiciap.
Ma allora le squadre di calcio le compravano gli industriali.
L'uomo di successo era l'industriale. Meglio ancora
se milanese. Sono un industriale, sono di Milano, non sono
mica un imbecille, dice Walter Chiari in uno degli sketch
comici pi irresistibili della storia, quello del sarchiapone.
Comunque. Moratti si mette nel campo dei petroli. La
moglie, la signora Erminia, fa la centralinista alla Stipel e
una sera, tornando a casa, si trova la tavola apparecchiata di
banconote. Messe gi come fossero una tovaglia. Un milione
di lire: il primo milione guadagnato dal marito, Angelo
Moratti, Dio lo abbia in gloria.
Nel 1955 Moratti acquista l'Inter da Carlo Masseroni, il
presidente dei tempi di Benito Lorenzi detto Veleno, di
Lennart Skoglund detto Naka, di Faas Wilkes detto l'Olandese
volante, di Giorgio Ghezzi detto Kamikaze, di
Istvan Nyers detto L'Apolide. Masseroni aveva vinto due
scudetti: nel 1953 e 1954.
Angelo Moratti ci mette comunque otto anni, per vincere.
La svolta arriva nel 1960, quando sceglie come allenatore
l'hombre fatal: Helenio Herrera.
Personaggio misterioso quant'altri mai, quest'uomo destinato
a diventare una sigla di successo: HH. Non si  mai
saputo con esattezza n quando n dove fosse nato. Pare
a Buenos Aires, o su un'isola argentina. Qualcuno dice in
Marocco, non si sa.
Si diceva pure che fosse figlio di un anarchico di Siviglia
fuggito in Argentina dopo aver cercato di ammazzare il Re
di Spagna: ma anche questo chiss se era vero. Dall'Argentina
la famiglia sarebbe poi emigrata in Marocco quando
Helenio era bambino; quindi in Spagna. Di certo lui gioc
in Francia. E di certo parlava in castigliano: ma se fosse spagnolo
o argentino, boh. E che importa? Aveva allenato le
nazionali francese e spagnola, l'Atletico Madrid e il Barcellona,
vincendo scudetti e coppe. Ma soprattutto aveva fama
di essere un mago. Il Mago.
La sua ultima moglie (la terza, credo, dopo una spagnola
e una francese: ma nessuno ha mai saputo con certezza
se ce ne fossero state altre o no, di mogli), la giornalista
Flora Gandolfi, dice che l'appellativo di sorcier, cio
di stregone e quindi di mago, gli venne affibbiato quando
il presidente della squadra che allenava, lo Stade Franais,
gli chiese di abbandonare la panchina per andare a caccia
di talenti. La squadra - racconta l'ultima signora Herrera
- precipita in zona retrocessione e Helenio ritorna ad allenare
tentando il miracolo, che avviene. Lo Stade Franais
rimonta a un clamoroso terzo posto. Chiss. Cos almeno
la raccontava Helenio, gran furbone e grande seduttore:
Aveva un sacco d'amanti, ma lo perdonavo sempre, dice
la signora Flora.
Anche sul lavoro era un mentitore spudorato. Della
Grande Inter non sopportava Armando Picchi, geloso
com'era del suo ascendente sui compagni di squadra, e
Mario Corso, troppo talentuoso per lui. Cos ogni estate
consegnava a Moratti una lista di giocatori da vendere: e
Picchi e Corso, di quella lista, erano sempre i primi due. Il
presidente faceva finta di niente e a fine mercato diceva che
aveva provato a venderli, ma non li aveva voluti nessuno.
Allora il Mago andava da Picchi e Corso e diceva: Il presidente
vi voleva vendere, io mi sono opposto, ringraziate me
se siete ancora qui.
Un imbonitore. Ma un imbonitore di successo. Non
vedeva le partite (era sempre Picchi a correggere le marcature
a gara iniziata), ma era insuperabile nel prepararle.
Ma qui dobbiamo spendere qualche parola, appunto, per
l'Armando: che non  solo una canzone di Jannacci.
Armando Picchi, nato a Livorno il 20 giugno 1935, era
quel che si diceva allora un terzinaccio, cio un numero 2
che marcava a uomo e all'occorrenza menava, insomma uno
che, pi che giocare a football, impediva agli altri di giocare.
Terzinaccio lo fu al Livorno dal 1954 al 1959, poi alla Spal
nel 1959-60, quindi all'Inter nei suoi primi anni, dal 1960
al 1962. Per questo l'avevamo preso: per fare il terzino destro,
scattante, buono di destro, meno di sinistro, scarso di
testa, come l'aveva definito un suo presidente, Paolo Mazza,
patron della Spal.
Il quale Mazza, Picchi ce lo vendette per 24 milioni
di lire pi i cartellini di tre giocatori: l'argentino Oscar
Alberto Massei, il portiere Enzo Matteucci e il difensore
Ambrogio Valad. Nessuno, all'Inter, pensava di aver
preso un campione. Solo un buon terzino. Per dire: zero
presenze in Nazionale.
Fu quando lasci Bruno Bolchi detto Maciste che
Herrera diede a Picchi, nel frattempo spostato al centro della
difesa come battitore libero, la fascia da capitano. E che
capitano. Picchi  stato l'anima dello squadrone di Herrera.
Il leader, l'allenatore in campo. Non il pi talentuoso, ma
appunto l'anima.
Un nerazzurro.
Qualcuno a Torino ricorda ancora una Juventus-Inter
al Comunale. Il Mago aveva introdotto nel campionato
italiano una novit: la ricognizione del terreno di gioco
prima della gara. I giocatori entravano, ancora in giacca
e cravatta, e si guardavano intorno, studiavano il campo,
fissavano gli spalti. Herrera, che era un formidabile provocatore,
faceva anche qualche passo dentro il rettangolo di
gioco e tastava l'erba per far credere che quel tocco potesse
poi servire a dare, ai giocatori, determinanti indicazioni;
ma soprattutto per accendere gli animi del pubblico. I tifosi
avversari lo insultavano, i nostri lo acclamavano: Mago!
Ma-go!.
Ebbene quel pomeriggio i tifosi della Juve, all'ingresso
dei nostri in campo, cominciarono a fischiare e anzi a inveire,
perch gli juventini non fischiano, inveiscono. Fu allora
che Armandino Picchi si avvicin lentamente di fronte alla
curva ululante e, con calma imperiale, si infil una mano
nella tasca della giacca, estrasse una moneta da cento lire,
la butt davanti al pubblico, sotto la gradinata, si gir, e
se ne and a passo molle verso gli spogliatoi. Pensa che poi
Picchi, la Juve, and perfino ad allenarla, nel 1970-71, chiamato
proprio da Italo Allodi, che ben lo conosceva, e che
nel frattempo aveva tradito la causa traslocando da Milano
a Torino. A Picchi, quando gli fu affidata la panchina dei
Gobbi, diedero una squadra giovane per la rifondazione.
E lui, in pochi mesi, gett le basi per il ciclo vincente degli
anni Settanta bianconeri. Quella squadra l, con Causio,
Bettega, Capello eccetera, la impost lui, Picchi. Ma non
la pot godere. Mor all'incirca a met di quel suo primo e
unico campionato sulla panchina della Juve, ammazzato da
un tumoraccio alla schiena. Aveva trentasei anni ancora da
compiere. Livorno gli ha intitolato lo stadio comunale. Nel
2022  stato inserito nella Hall of Fame del calcio italiano.
In quella dell'Inter c' da sempre e per sempre.
L'altro leader di quella squadra fu Luis Suarez Miramontes
detto Luisito, galiziano di La Coruna, dov'era nato
pochi giorni prima di Picchi, il 2 maggio 1935. Ecco, di
lui s che si sapeva, quando lo comprammo nell'estate del
1961, ch'era un campione. Nel 1960 aveva vinto il Pallone
d'oro: nessun altro spagnolo c' mai pi riuscito (Alfredo
Di Stefano a parte, ma quello era un oriundo argentino).
Con il Barcellona aveva vinto due scudetti, due Coppe
di Spagna e due Coppe delle Fiere. L'avevamo pagato come
detto un botto, 250 milioni di lire che allora erano uno
sproposito. E cos come Picchi l'avevamo preso per fare il
terzino e poi scoprimmo che era un grande libero, Suarez
l'avevamo preso per fare il trequartista e poi scoprimmo che
era un grande regista. Galeotto (nel bene, se capiss) fu un
infortunio al ginocchio che Luisito rimedi all'inizio della
sua seconda stagione da noi. Per evitare ricadute, Herrera lo
spost in una zona del campo in cui si prendevano meno
legnate dai terzinacci. Pi indietro.
E se c' un padre del ruolo di regista nel calcio moderno,
questi  Luisito. Correva novanta minuti su novanta, era
ovunque, e appena raccoglieva il passaggio dal compagno
che era andato ad aiutare, alzava la testa e guardava a chi
fiondare la palla. I suoi lanci lunghi sono passati alla storia
del calcio. La palla volava alto per quaranta-cinquanta metri
e poi atterrava - lenta, addomesticabile - sui piedi di Mazzola
e Jair, che volavano in porta.
Contropiede, si dice oggi. Calcio spettacolo, altro che
balle. Non credete a chi dice che la Grande Inter vinceva
con il catenaccio. Certo la difesa era di ferro. Picchi, con
Guarneri, ha formato la coppia centrale pi elegante e
meno fallosa del nostro calcio. Ma in campo Herrera mandava
almeno tre punte - Mazzola, Jair, Milani o Peir - pi
Corso, che era rifinitore dietro i bomber. Per non parlare di
quando, con il 7 o con il 9, mandava in campo Angelo
Domenghini detto Domingo, altro bergheimer come Facchetti,
e attaccante e goleador egli pure, nei suoi primi anni, prima
che inventasse il ruolo di ala tornante cos come Facchetti
aveva inventato quello di terzino d'attacco. Questo per dire
che cosa ha creato, quell'Inter l, sul piano del gioco: quante
novit, pressing compreso, anche se allora si chiamava
in un altro modo. E andate a guardarvi i tabellini: segnava
valangate di gol, la Grande Inter. Altro che catenaccio.
Ma torniamo al Mago Herrera. Li caricava a palla, i suoi
giocatori. Negli spogliatoi aveva fatto appendere cartelli rimasti
celebri: Gioca velocemente, corri velocemente, pensa
velocemente; Classe + preparazione atletica + intelligenza
= scudetto; Nella vita si deve avere l'ambizione di
raggiungere il traguardo pi alto possibile: il tuo traguardo
 il titolo; Chi non d tutto non d niente. C'era pure
l'elenco delle frasi proibite: Non ne posso pi, Sto morendo
dal caldo, Non ce la faccio, E troppo tardi, Speriamo,
Vedremo.
E in un mondo in cui degli avversari, specie se stranieri,
non si sapeva niente (non c'erano mica Sky e Dazn), lui si
faceva raccontare tutto da informatori arruolati ovunque:
caratteristiche tecniche e fisiche, temperamento, movimenti
in campo, tendenza a simulare, fallosit, reattivit alle
provocazioni. Forse li faceva pure pedinare per sapere se
avevano un'amante, o se ce l'aveva la di lui moglie, l'amante:
in modo da poterlo stuzzicare e far incazzare. A ciascuno
dei suoi, primst delle partite, il Mago metteva sul comodino
una foto dell'uomo che avrebbe dovuto marcare.
Il Mago: per strapparlo al Barcellona, Moratti aveva dovuto
concedergli un ingaggio stratosferico, il primo grande
ingaggio per un allenatore di calcio. La figura del tecnico
come la intendiamo oggi nasce allora, con Herrera.  Herrera
il primo Mister.
Ma vincere  dura anche per lui, all'inizio. I primi due
anni resta in bianco, e siccome in tutte le grandi imprese
c' sempre una parte dovuta al caso, senti questa caro Leo.
Nel 1962, in estate, Helenio se ne va in Cile ad allenare
la Spagna ai Mondiali bench sia sotto contratto con l'Inter.
Moratti  furibondo e d mandato ad Allodi di cambiare allenatore.
Allodi sceglie Edmondo Fabbri detto Mondino,
con cui aveva lavorato a Mantova. Ma quando Herrera torna
dal Cile Moratti ci ripensa e cos, vedi caro Leo, la vita 
strana: HH  passato alla storia come il Mago della Grande
Inter; Fabbri - che pure era un ottimo allenatore, e aveva
portato il Mantova dalla D alla A - ci  passato come il CT
del disastro con la Corea del Nord ai Mondiali del 1966.
La Grande Inter, caro Leo. Le due finali vinte con il Real
Madrid a Vienna e a Milano, sotto il diluvio, con il Benfica.
La rimonta con il Liverpool (1-3 l, 3-0 qui da noi) in una
notte di maggio 1965 che ispir a Vecchioni la sua canzone
pi bella, Luci a San Siro. Il sorpasso al Milan nel 1964-65. I
titoli mondiali vinti contro gli argentini dell'Independiente.
La Grande Inter: vecchi filmati in bianco e nero ci ripropongono
quegli undici che a ripeterli sembra una litania
anzi un mistero glorioso. Ma penso anche a Carlo Tagnin
e al tedesco Horst Szymaniak che gioc solo sei partite, a
Saul Malatrasi al quale chiesi un autografo in spiaggia a Milano
Marittima ma lui era ormai passato al Milan, a Nicola
Ciccolo che segn una rete contro il Monaco negli ottavi
di finale di Coppa dei Campioni, al portiere di riserva Ferdinando
Miniussi che non giocava mai e a Ciccio Cordova
che poi and alla Roma e spos la figlia del presidente, Simona
Marchini, quella che poi ritrovammo con Arbore a
Quelli della notte. C'erano anche loro, nella Grande Inter.
Comparse: ma di un film che vinse tutti gli Oscar.
Pensa il destino, Leo. In quel numero di Inter Club di
giugno 1965 che celebra il momento pi alto della Grande
Inter, a pagina 47, dedicata alla posta del Mago, c' questa
lettera firmata dal signor Doriano Gimodei di Mantova:
Signor Herrera, che cosa pensa del Mantova?. Lo sventurato
rispose: Pensare qualcosa su una squadra vedendola
due volte all'anno  difficile. E troppo facile fallire un giudizio.
Mantova...
...
.
...
4.
...
.
...
Bell'amico che sei, caro Michele! Mi passi la palla evocando
la citt di Virgilio e in effetti la tua e nostra passione
per la Beneamata qualcosa deve all'Eneide. Ai suoi languori.
Alle sue poetiche malinconie.
Eh, lo so. Sto facendo il furbetto del quartierino nerazzurro.
Ma quale Eneide -, anche se Lady Renata Fraizzoli,
la moglie di Ivanoe, un po' a Didone somigliava. In verit,
Mantova per noi, per la nostra generazione bambina
nell'Italia del boom,  la fine della favola,  l'inizio di un
viaggio sentimentale che non chiamer incubo solo per
non esagerare.
Nella primavera del 1967 stavo completando la prima
elementare. Per me la squadra del Mago era come Tex
Willer nei fumetti: invulnerabile. Figurati come ci rimasi
quando in un caldo pomeriggio di maggio, in quel di
Lisbona, su un piccolo televisore vidi il Celtic scipparci
la Coppa dei Campioni. Oddio, proprio uno scippo non
fu: gli scozzesi di Glasgow correvano come indemoniati
e a noi mancava Suarez, sostituito, pensa te, dal prode
Bicicli.
Ora, Bicicli stava a Luisito come Matteo Renzi ad Alcide
De Gasperi. Ma non voglio buttarla in politica e poi gli eredi
di Bicicli potrebbero pure offendersi, quindi mi limiter
a confidarti lo sgomento di uno zio con il quale seguii la
dannata finale.
Colpa del re!, si mise a gridare questo zio al triplice
fischio di chiusura. Io non capivo, ma decenni dopo un filmato
rinvenuto su YouTube mi ha svelato l'arcano.
Ebbene, questo zio, ai tempi del referendum del 1946,
si era battuto per la Repubblica. Oltre ventuno anni dopo,
da una fugace inquadratura televisiva aveva notato che sugli
spalti di Lisbona si era materializzato l'ultimo re d'Italia.
Lui, Umberto II, che viveva in esilio in Portogallo.
Giuro che  vero. Meno sicuro sono che fu il monarca
deposto a costarci la Coppa. Mentre  certo che con Mantova
l'ex sovrano nulla c'entra.
A Mantova perdemmo pure il campionato e io persi definitivamente
l'innocenza. Quel sorpasso in extremis della
Juventus fu l'esordio nella vita vera. A sette anni.
No, dico. A distanza di decenni, mi capit di incontrare
Beniamino Di Giacomo, autore del gol che ci cost lo scudetto,
complice la famosa papera del nostro numero uno,
Giuliano Sarti. Che tu ci creda o no, Di Giacomo era ancora
dispiaciuto. Sai - mi disse - io ero stato all'origine
del mito dell'Inter di Herrera e Moratti, ero il centravanti
della squadra del primo scudetto, stagione 1962-63. Il destino
mi chiam a chiudere quella leggenda e fu un dolore.
La chiuse lui, la chiuse Sarti con quella cappella mostruosa
eguagliata solo da Radu a Bologna nel 2022. La chiuse forse
anche qualcun'altro, almeno se dovessi dar credito a una
confidenza di Mariolino Corso.
Eh, il mancino di Dio! Il numero 11 con le calze alla
cacaiola, quasi a invitare i terzinacci a provare a picchiarlo
sulle caviglie. Ah, l'inventore delle punizioni a foglia morta!
Lui, il Genio spelacchiato che ben prima dello sciagurato
Cassano amava giocare all'ombra.
Insomma, siamo nel 2007 e mi trovo con Corso a una
trasmissione Sky per celebrare lo scudetto dell'Inter di
Mancini. Stiamo al trucco e parrucco e io gli chiedo, chiss
perch, di Mantova 1967.
La risposta fu raggelante: Quel maledetto pomeriggio
qualcuno rem contro. E ho detto tutto.
Aaarrggghh! Capisci, vecchio mio? Se le cattiverie di noi
inconsolabili presero di mira il povero Sarti (che dodici mesi
dopo pass alla Juve, se nel 2024 Radu va al Milan informami),
adesso c'era da allargare la cerchia dei sospetti. Ma
chi? Guarneri e Picchi dopo Mantova furono prontamente
ceduti, uno al Bologna e l'altro al Varese. Ma li metto sullo
stesso piano di Carson e di Kit, intoccabili partner di Tex.
Dopo quella partita fu venduto pure Jair alla Roma, ma per
me Jair  come Tiger Jack, altroparddel Ranger dei fumetti.
E allora? Allora, te la faccio breve. La mia (nostra) Via
Crucis comincia a Mantova, giugno 1967. Cinque anni di
elementari, uno scudetto (quello del 1971). Tre anni di medie
e cinque di superiori, zero tituli, come avrebbe detto
un portoghese di cui avremo modo di riparlare, I suppose.
Tradotto. L'infanzia, l'adolescenza e quindi la giovent
vagando fra Dotti e D'Amato, Santarini e Aquilino Bonfanti,
Vastola e Pellizzaro Domenicacci, Vanello e Spadetto,
Ghio e Bobo Gori, Massa e Magistrelli, Moro e Doldi,
Nicoli e Cerilli, Libera e Mariani, Fedele e Pavone, Merlo
e Anastasi eccetera. Me li ricordo tutti e talvolta mi chiedo
come ho fatto a sopravvivere.
La risposta sta in tre nomi: Mazzola, Facchetti e Boninsegna.
Non avessero vinto quello scudetto del 1971, di cui
sto per parlare, credo che avrei dirottato le mie attenzioni
sul badminton. Tutto, pur di non diventare juventino.
Devi sapere che di Mazzola  il primo gol interista di
cui io abbia memoria. Era il 1965 e per una misteriosa
casualit la Rai in bianco e nero trasmetteva in diretta, cosa
all'epoca rarissima, Liverpool-Inter. Proprio la semifinale
di andata della Coppa dei Campioni, poi culminata nel
famoso match di ritorno (tra parentesi: Roberto Vecchioni,
il cantante,  un meraviglioso interista, ma debbo smentire
te e lui. Luci a San Siro, il suo capolavoro, non c'entra
una mazza con il 3-0 firmato da Corso, Peir e Facchetti.
Trovami un verso del brano che minimamente alluda alla
partita. Chiusa parentesi).
Ma ti raccontavo dell'andata. Perdemmo 3-1, la vidi perch
giocavano di pomeriggio e dunque non dovevo andare a
letto dopo Carosello. Vidi il gol di Sandrino e non ebbi pi
dubbi: questo  il mio idolo assoluto.
In casa avevo la maglia dell'Inter con il numero 8, per
capirci. Una volta tornando dal catechismo ammirai, sul
solito televisore scassato, la doppietta del Baffo a Budapest
nell'autunno del 1966, contro il Vasas. Una delle sue prodezze
fu un dribbling infinito. Persino mia madre davanti al
video gridava: tira, tira! Ma Mazzola continuava a scartare.
Per me Sandro sta al calcio come Steve Jobs sta alla rivoluzione
digitale. Mi importa sega dello storico dualismo
con Rivera, l'idolo dei milanisti: a me piaceva pure Gianni e
solo Nel Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, di Peppone e Don
Camillo, solo in un paese cos poteva passare l'idea che in
Nazionale non potevano giocare assieme.
Mazzola l'ho poi conosciuto da dirigente (ci fece vincere
lo scudetto del 1980, quello di Beccalossi) e per fortuna dal
vivo non ha deluso l'immaginazione del bimbo che ero. Ci
vogliamo bene, quando quasi ottantenne ha confessato di
essere sceso per strada a suonare il clacson per festeggiare
una storica disfatta della Juventus, ecco, l'ho chiamato per
dirgli che mi dispiaceva di non essere stato con lui.
Facchetti non l'ho mai incontrato.  strano e mi dispiace,
ma in compenso ho visto dal vivo l'ultima delle sue tantissime
presenze in nerazzurro.
7 maggio 1978. Mancavano due giorni all'epilogo tragico
del caso Moro. Tu, Michele, sei tra i pochissimi che
hanno saputo raccontare l'orrore degli Anni di Piombo.
Io ricordo il 12 dicembre del 1969. La strage di piazza Fontana.
La bomba, le vittime, l'improvvisa consapevolezza che
stavamo per entrare, tutti, in un tunnel senza luce sullo sfondo.
Due giorni dopo, domenica 14, l'Inter doveva ospitare
a San Siro il Bari. La citt, Milano, era straziata da un dolore
incomprensibile e forse Nostro Signore se ne accorse,
perch fece calare su San Siro una nebbia impenetrabile. Il
match fu rinviato, si gioc di luned e i nerazzurri si imposero
1-0, con un gol su rigore di Bertini.
Vedi, Michele, io sommessamente credo che il calcio non
sia mai estraneo alla vita delle persone. L'Inter men che meno.
Dunque, quel 7 maggio del 1978 io sedevo sulla panchina
di Helenio Herrera. Non ti sto prendendo in giro. Allenavo
una squadra di ragazzini di un oratorio di Sassuolo, il
ricreatorio San Francesco, roba di frati cappuccini. Essendo
il trentesimo anniversario della fondazione, i francescani
avevano chiesto e ottenuto di poter far giocare una loro
squadra a San Siro. In anteprima, come si diceva allora,
alla partita di serie A tra l'Inter e il Foggia.
Oggi certe cose sono impensabili. Nessun bambino calpester
mai l'erba del Meazza prima di Lukaku o Brozovic.
Vade retro Satana! Sia mai che le scarpette di un monello
possano rovinare il manto verde.
Ma allora accadeva. I miei allievi persero 5-0 dai coetanei
nerazzurri, per Eugenio Bersellini, nocchiero della
Beneamata, venne a farmi i complimenti. Per inciso: tra gli
avversari c'era anche uno spilungone terzino incontenibile,
ancora senza baffi. Si chiamava Giuseppe Bergomi. Gli
cambiai marcatura tre volte, ma non bast.
Poi ci fu Inter-Foggia, vincemmo 2-1, la folla era tutta
per Facchetti, forse avevamo capito di assistere al congedo
di un eroe. A fine gara, Giacinto annunci che non avrebbe
giocato mai pi.
Avevo diciotto anni, ero l, mi scese una lacrima e mi
venne in mente un altro Inter-Foggia, 1971...
No, dico. Piena preparazione per me dell'esame di quinta
elementare. Tarda primavera del 1971.
A San Siro si gioca, appunto, Inter-Foggia. La Beneamata
aveva ripetuto l'impresa del 1964-65, da te evocata
sfogliando vecchie riviste. Cio aveva recuperato sette punti
sul Milan, in un calcio che per la vittoria ne assegnava ancora
due. Un bis prodigioso, sebbene sulla panchina non ci
fosse pi il Mago, ma un tizio con un cognome che ricordava
i formaggini. E pure la Mucca Carolina, un pupazzo
gonfiabile che bambine e bambini dell'epoca ricevevano a
casa in omaggio se i genitori compravano abbastanza prodotti
targati Invernizzi.
S'intende che Giovanni Invernizzi con le mucche e con
le stalle non c'entrava niente. Era stato un centrocampista
nerazzurro negli anni Cinquanta, poi era rimasto in
societ a occuparsi del vivaio. Fin quando lo spogliatoio
decise che HH2 non valeva HH1. E qui ci sarebbe da
discuterne, riaprendo un cold case, come direbbero gli
investigatori FBI.
In breve. Heriberto Herrera, segaligno prodotto del Paraguay,
era troppo in anticipo sui tempi. Ossessionato dal
ritmo e dalla velocit, alla Juve aveva pure vinto uno scudetto
(quello di Mantova, aaarghhh!) dopo aver convinto
Gianni Agnelli a disfarsi di Omar Sivori, che era il cocco
dell'Avvocato.
Ebbene, a un certo punto Fraizzoli decise di portare
HH2 all'ombra del Duomo. Scelta intelligente, solo che
Mazzola e Corso si erano imborghesiti, dunque di calcio
totale non ne volevano sapere. Per di pi, Heriberto era un
testone: decret che Pellizzaro Domenicacci, prelevato dal
Palermo, era pi forte di Jair. E sentenzi che Bedin, uno
degli alfieri di HH1, era pi scarso di un certo Bernardino
Fabbian. Infine, a Corso preferiva Mario Frustalupi, che
con tutto il rispetto non era Pel.
Te la faccio breve. Dopo un secondo posto alle spalle
del Cagliari campione nel 1970, l'Inter del ginnasiarca
paraguegno inizi disastrosamente la stagione successiva. E
dopo una disfatta nel derby, Fraizzoli chiese a Burgnich,
Facchetti, Mazzola e Corso cosa fosse meglio fare. I campioni
di HH1 risposero: dacci Invernizzi al posto di HH2 e al
resto provvediamo noi.
Ti dir che sospetto che la loro convinzione derivasse
dal fatto che sapevano di avere l davanti Bonimba. O Bagonghi,
come lo chiamava Brera. O Bobo, per dirla con noi tifosi.
Roberto Boninsegna  una persona meravigliosa. Siamo
diventati amici e sebbene per tragiche scelte di mercato sia
stato costretto a vincere due scudetti con la Juve, be', raramente
ho conosciuto uno pi interista di lui.
Mantovano, figlio di un fabbro comunista, Bonimba era
stato scartato dall'Inter. Fin a Cagliari con Riva e l ce lo
andammo a riprendere, sacrificando Domenghini (pi Gori
e Poli).
Ora, lascia stare Icardi e persino Lukaku. Voglio esagerare:
lascia stare anche Ronaldo il Fenomeno. La verit 
che un bomber forte come Bonimba non lo abbiamo mai
avuto. Tanto che quella domenica di Inter-Foggia, quando
divent aritmetico lo scudetto della rimonta bis (progettata
con tanto di tabella sull'aereo che riportava la squadra al
nord dopo una sconfitta a Napoli), Bobo non a caso segn
il pi bel gol della sua fragorosa carriera, una rovesciata che
a San Siro non avrebbero pi visto fino al capolavoro di
Djorkaeff contro la Roma a gennaio del 1997.
Inoltre, Boninsegna significa lattina e Boninsegna vuol
dire Peppino Prisco e a questo punto credo tocchi a te parlare
di quell'ex alpino trasformatosi in maestro del diritto,
nonch in centravanti di scorta...
...
.
...
5.
...
.
...
L'avvocato Prisco? Altro che centravanti di scorta.
Caro Leo, Peppino Prisco valeva ben pi di un top
player, come dicono adesso i giornalisti sportivi. Lo valeva
anche se non ha mai calcato un campo da gioco. All'Inter
ha fatto il vicepresidente per quasi quarant'anni, dal 1963 a
quella maledetta sera che poi ti racconter, una sera gelida
di dicembre 2001. Insomma vicepresidente dal Mago Helenio
Herrera all'Hombre Vertical Hctor Cuper.
S, Prisco era solo un vicepresidente ma guarda, non esagero,
la sua capacit di far incazzare gli avversari soltanto
con delle parole era superiore a quella di Mourinho.
Me lo ricordo dopo un derby perso 6-0, una partita fetente
nella quale fece tre o quattro gol, non voglio neanche
ricordare con precisione, un tale Comandini poi smarritosi
negli annali del calcio minore. 6-0. Anzi 0-6: contro la
squadra che Peppino detestava di pi. Una volta gli chiesero
quali fossero i suoi amori pi grandi. Al primo posto mise
la penna nera degli Alpini, perch con gli Alpini aveva fatto
la ritirata di Russia, a piedi, nella neve fino a Milano, e quei
giorni gli erano scolpiti nel cuore, era convinto di essersi
salvato per intercessione diretta di Ges. Al secondo posto
- disse - metto l'Inter. Al terzo l'avversario domenicale del
Milan. Al quarto l'avversario domenicale della Juventus.
Ebbene, quando perdemmo sciaguratamente quel derby
con sei pappine (in panchina per noi c'era Mister Marco
Tardelli, che poi chiss perch a fine anno non venne confermato)
facevo il cronista giudiziario per il Corriere della
Sera e Prisco veniva spesso in sala stampa, al terzo piano
del Palazzo di Giustizia di Milano, a parlare con noi giornalisti.
La mattina dopo quella disfatta entr in sala stampa
e, prevenendo gli sfott, esord cos: Non capivo perch
questa mattina, venendo in tribunale, tutti i milanisti che
incontravo per strada mi sorridevano mostrando il segno
sei con le dita. Poi ho capito: sono contenti di essere sesti
dietro di noi, che siamo quinti.
Il Milan! Guai a nominarglielo. Ma anche i milanisti,
in fondo, l'avevano in simpatia, perch Prisco non ha mai
offeso nessuno. Le sue armi erano una straordinaria ironia e
soprattutto un'incredibile capacit di avere la battuta sempre pronta.
Un pomeriggio di maggio 1995 mi chiese di accompagnarlo
in un posto dove gli avrebbero dato un premio alla
milanesit. Lui, milanesissimo anche se di origini napoletane,
fece un magnifico discorso, commovente, su Milano:
una lettera d'amore alla sua citt. Appena fin l'incontro,
fu avvicinato da un giornalista che gli chiese: Avvocato,
abbiamo capito quanto lei ama Milano. Quindi domani,
quando il Milan giocher in finale di Coppa dei Campioni
contro l'Ajax, lei tifer Milan, vero?. E lui: Eh, purtroppo
mia mamma era di Amsterdam.... (Giusto per la cronaca:
l'Ajax vinse 1-0, gol di Kluivert a cinque minuti dalla fine).
Che cos' il genio? E fantasia, intuizione, decisione e velocit
di esecuzione, come dice il Perozzi in Amici miei. E
quanto era veloce, Prisco. Un giorno lo chiam in diretta
Alessandro Milan, grande giornalista radiofonico: Avvocato,
la chiamo da Radio 24, certo sono un po' in imbarazzo
a dirle come mi chiamo... mi chiamo Milan. Piccola pausa,
poi Prisco rispose: Mi dica pure lo stesso. Velocit di
esecuzione ma anche fantasia. Come quella che dimostr in
occasione dell'episodio che tu introduci, caro Leo: la lattina di Bonimba.
Dunque successe questo. L'Inter neo campione d'Italia
si riaffacciava in Coppa dei Campioni dopo la sciagurata
finale con il Celtic del 1967. A proposito. Sai che cosa ha
raccontato Mazzola, di quella finale di Lisbona contro gli
scozzesi? Che l'avevano presa sotto gamba. Ha raccontato
che il giorno prima della finale, o due giorni prima non ricordo
ma poco importa, Herrera aveva portato la squadra a
vedere l'allenamento del Celtic: allora si potevano spiare gli
avversari, pensa un po'. E quindi: Mister HH e i giocatori
sono sugli spalti di un campetto quando entrano in campo,
per allenarsi, i rivali scozzesi, il Celtic Glasgow, squadra abbastanza
sconosciuta, in verit. Fanno un paio di giretti di
corsa, poi si fermano. Uno di loro - forse il Mister, forse il
capitano - vede che ci sono i giornalisti scozzesi fra il pubblico
e li chiama in campo. Improvvisano una partitella:
giocatori contro giornalisti. Dura dieci minuti, poi in campo
entrano anche fiumi di birra (come dice Kit Carson,
hai presente, vecchio cammello?) e l'allenamento finisce in
una collettiva e colossale bevuta. Al che il Mago dice ai ragazzi:
Ma li avete visti? Tranquilli, sar una passeggiata.
E invece, in campo la birra ce la diedero loro. Chiss che
cosa successe. Fatto sta che nell'intervallo i nostri scoppiarono.
Se guardi il filmato, vedi che nel secondo tempo Picchi
aveva al collo un fazzoletto bianco. Un fazzoletto bagnato,
estratto dal ghiaccio, perch ai nostri all'improvviso era
piombata addosso una tale botta di caldo, chiss come mai,
che non correvano pi.
Ma veniamo alla lattina di Bonimba. Allora: siamo
nell'autunno del 1971 e l'Inter  tornata in Coppa dei Campioni.
Nei sedicesimi di finale elimina con facilit i greci
dell'AeK Atene. Negli ottavi c' il Borussia Mnchengladbach,
squadra emergente della Germania Ovest. Nei loro
undici ci sono alcuni futuri (1974) campioni del mondo
come Berti Vogts e Rainer Bonhof, ma soprattutto l'asso
Gunter Netzer, il numero 10. Uno spilungone biondo che
portava il quarantotto di piede.
L'andata  fissata a Mnchengladbach per il 20 ottobre
1971. Si gioca in uno stadio che in Italia forse neanche in
serie D: tribune di legno, trentamila spettatori ammassati
alla boia d'un giuda. I tedeschi vanno in vantaggio al 7' con
Heynckes, al 19' pareggia Bonimba che sono d'accordo con
te,  stato il pi grande dei nostri attaccanti, non ce n' per
nessuno, n Ronaldo n Lukaku n tantomeno Ibra. Ma Le
Fevre riporta in vantaggio il Borussia.
Sul 2-1 per loro, il fattaccio. Boninsegna sta per rimettere
in campo da fallo laterale e crolla a terra, colpito alla
testa da una lattina di Coca Cola. Netzer afferra la lattina
e la lancia verso il pubblico, nel settore riservato ai disabili,
dove nessuno si permetterebbe.
Ma che cos' il genio? Fantasia, velocit di esecuzione...
Sandrino Mazzola, il capitano, salta la recinzione e strappa
una lattina, una lattina a caso, dalle mani di un tifoso
italiano, e la consegna all'arbitro, l'olandese Jef Dorpmans.
Non  la stessa lattina che ha colpito Bonimba, ma importa
qualcosa? Il nostro centravanti  svenuto per davvero, il
bernoccolo in testa l'hanno certificato i medici, e allora di
che parliamo? I nostri accerchiano l'arbitro, tenuti a bada
da Robiolina Invernizzi, il nostro Mister, quello che aveva
vinto lo scudetto lasciando briglia sciolta alla vecchia guardia.
(Invernizzi... Ringrazio il pubblico per la sua magnifica
capienza, disse una volta in un dopo partita. Uomo semplice,
ma interistissimo e perbene).
Insomma i nostri accerchiano l'arbitro per chiedere la
sospensione della partita, ma Dorpmans fa continuare. Finisce
a schifio: 7-1 per loro e Corso espulso per un calcetto
all'arbitro al novantesimo.
Si torna a casa e qua entra in gioco il nostro grande Peppino
Prisco, principe del foro come si usava dire, presidente
dell'Ordine degli avvocati di Milano. Prepara il ricorso al
tribunale sportivo di Ginevra. Ci sono anche due testimoni,
due giornalisti: Alfeo Biagi e Oddone Nordio del nostro
Resto del Carlino, Leo: dicono che la lattina di Coca Cola
che ha colpito Bonimba  passata sopra le loro teste, e mostrano
perfino i loro cappotti macchiati dalla bibita.
Morale: il 29 ottobre il tribunale sportivo ordina la ripetizione
della partita. In Germania accusano i soliti italiani
di fare la solita sceneggiata, in Italia si celebra il capolavoro
dell'avvocato Prisco. Mariolino Corso viene per squalificato
per quattordici mesi: la sua storia in Coppa dei Campioni
finisce l. Ci mancher, e molto, nella finale di Rotterdam
che perderemo con l'Ajax.
Ma torniamo agli ottavi di finale. Annullata la partita del
7-1, quella che sarebbe dovuta essere la partita di ritorno diventa
la partita di andata: Inter-Borussia Mnchengladbach
a San Siro.
Si gioca il 3 novembre ed  un'altra di quelle notti magiche
tipo Inter-Liverpool (che non so cosa dirti Leo, smentisci
quello che vuoi ma  Vecchioni a dire che fu ricordando quella
partita che gli venne l'ispirazione per Luci a San Siro; dice
che lui entr all'inizio del secondo tempo perch prima la sua
fidanzata stava male, e rimase colpito nel vedere gli 80mila
con l'accendino acceso mentre entravano in campo i giocatori).
Dopo pochi minuti segna per noi Mauro Bellugi. Stop di
petto e tiro al volo dal limite dell'area, palla sotto la traversa
e gol. Grande gol. Pensa che  il primo e ultimo gol della
carriera di Mauro. Molti anni dopo lo conobbi per caso a
Milano: lavorava nella stessa azienda in cui un mio figlio
faceva uno stage. Gli dissi che avevo a casa il numero della
rivista dell'Inter con le foto di quel suo gol. Era il numero di
gennaio del 1972, in copertina c'erano, da sinistra a destra e
di spalle, Lido Vieri numero 1, Roberto Boninsegna numero
9, Giampiero Ghio numero 7 e appunto lui, Mauro Bellugi
numero 2, a formar la scritta augurale 1972. Gli regalai quel
giornale, ne rimase commosso, povero grande Bellugi che ci
ha lasciati troppo presto, toscanaccio cuore nerazzurro.
Ho nominato Giampiero Ghio: preso in estate dal Napoli
come rinforzo post-scudetto, fu proprio lui a segnare
l'ultima rete di quell'Inter-Borussia, che fin 4-2 per noi.
Dopo Bellugi, avevano segnato Boninsegna e Jair. Ma i tedeschi
avevano accorciato nel finale e meno male che Ghio,
all'ultimo respiro come dicono oggi i telecronisti, ci diede
un minimo di sicurezza per il ritorno.
Ma solo un minimo, perch il ritorno fu una bolgia.
Si gioc a Berlino il primo dicembre, in uno stadio colmo
di tifosi doppiamente assetati di vendetta. Primo perch
non avevano digerito il capolavoro di Prisco davanti ai
giudici di Ginevra. Secondo perch solo un anno e mezzo
prima, all'Azteca di Citt del Messico, s'era giocata la partita
del secolo, Italia-Germania 4-3, che i tedeschi ancor
s'incazzano.
 un assedio, ma quella  una notte segnata dal destino.
La notte in cui nasce la stella di Ivano Bordon, portiere
ventenne schierato con qualche apprensione al posto dello
squalificato Lido Vieri. Bordon para tutto, compreso un rigore
calciato da Klaus-Dieter Sieloff. E cos andiamo avanti,
in una coppa che ci regaler anche una clamorosa rivincita
proprio sul Celtic: ma questa ce la racconterai tu.
Io torno sul nostro top player Peppino Prisco. L'ho conosciuto
appunto facendo il cronista a Palazzo di Giustizia.
Nemmeno davanti ai giudici riusciva a trattenersi: ricordo
un giorno che il presidente di una sezione del tribunale usc
dalla camera di consiglio annunciando che l'udienza era
rinviata di l a quattro, forse cinque anni dopo. Lo comunicheremo
agli eredi, gli disse Prisco.
Andavamo ogni tanto, con il mio collega Fabio Monti
che seguiva l'Inter per il Corriere della Sera, a pranzo alla
casa degli Omenoni al Clubino, circolo milanese per gentiluomini,
dove non si entra senza cravatta, oppure al Boeucc
in piazza Belgioioso, altro posto molto esclusivo. Ci andammo
anche con Massimo Moratti, mi pare nel gennaio del
2000, e l capimmo che Marcello Lippi, preso solo pochi
mesi prima, non avrebbe avuto vita lunga sulla panchina
dell'Inter.
Prisco non interferiva mai nelle scelte della societ. Ma
dell'idem sentire interista era il profeta, la voce. Lo rivedo,
come fosse ora, una mattina dell'estate 1992, mentre attraversa
l'enorme atrio del terzo piano di Palazzo di Giustizia
per dirigersi verso di noi in sala stampa. Camminava un po'
curvo in avanti, con le mani unite dietro la schiena come
l'umarell che guarda i cantieri. Ho detto a Pellegrini - disse
appena arrivato da noi cronisti - che se l'Inter compra
Schillaci io continuo a tenere all'Inter. Ma non voglio che
si sappia in giro.
Un'estate - era il 1999, avevamo appena preso Lippi -
andai con lui a Forte dei Marmi, dove Prisco faceva sempre
le vacanze. Stare a Forte dei Marmi d'estate  come stare a
Milano perch Milano  tutta l, soprattutto quella interista:
ci andava Fraizzoli, ci andava Moratti. E a Forte dei
Marmi il milanesissimo rito mattutino di Prisco era lo stesso
che in citt: per prima cosa andava all'edicola, comprava
il Corriere e lo apriva sulla pagina dei necrologi, perch
non c' notizia pi importante che il sapere se se n' andato
qualcuno che conosci. Poi passava a leggere gli articoli di
Fabio Monti sull'Inter. Poi la cronaca di Milano.
La mattina del 13 dicembre 2001 mi telefon Paolo
Pillitteri, ex sindaco di Milano, interista pure lui. Ma hai
sentito del Prisco? Non sapevo niente. Era morto la sera
prima, nel suo letto. Ma pensa - mi disse Pillitteri - che ci
siamo visti come al solito ieri sera all'ora dell'aperitivo al bar
Taveggia. Quando siamo usciti mi ha detto Paolo copriti
bene, con chlfrecc chi, con questo freddo qui, perch te che
hai avuto un infarto devi stare attento al freddo. E invece
il cuore ha tradito lui.
Povero Prisco. Ma se stava cos bene. Due giorni prima
di morire aveva compiuto ottant'anni ed era stato celebrato
alla Domenica Sportiva. Forse il Padreterno, nel quale credeva
soprattutto dopo che era tornato vivo dalla Russia, ha
voluto risparmiargli il 5 maggio, che incombeva da l a pochi mesi.
Avrebbe per potuto fargli vivere Calciopoli, il Padreterno.
E il Triplete. Si sarebbe divertito tanto. E ci avrebbe fatto godere ancora di pi.
...
.
...
6.
...
.
...
Caro Michele,
hai ragione a segnalare che all'alpino Prisco dobbiamo
in larga parte quella finale di Coppa Campioni del 1972.
Fu l'ultima per Mazzola, Facchetti, Jair, Burgnich. Ma fu
l'ultima anche per intere generazioni di interisti: saremmo
tornati a giocarla solo nel 2010, la partita pi importante
di tutte.
Onestamente, solo l'ingenuit dell'adolescente che ero
poteva immaginare un epilogo diverso. L'avversario, l'Ajax,
era semplicemente l'alba del calcio nuovo. Krol, Neeskens,
Suurbier, Hulshoff. E soprattutto lui. Cruijff.
Cruijff!  bello che anni dopo Lele Oriali sia finito addirittura
in Hit Parade, grazie a Ligabue e alla sua canzone
Una vita da mediano. Ma quella notte a Rotterdam, nel
1972, il nostro Piper proprio non lo vide mai, il Profeta
del Gol. Che di gol ce ne fece due e ti saluto e sono, per
scomodare il commissario Montalbano.
Doveva andare cos, dai. Del resto, fra Prisco e lattine,
a quella finale eravamo arrivati in maniera rocambolesca. E
via radio: nel 1972 la Rai non aveva i soldi per trasmettere
la diretta della semifinale di ritorno a Glasgow, contro il
Celtic, la squadra che complice re Umberto di Savoia ci
aveva negato la Coppa con le orecchie nel 1967.
All'andata con gli scozzesi fu uno squallido 0-0. Al ritorno,
idem. Io stavo attaccato a una scatola gigantesca, che
era poi l'antica radio di pap. Verdetto ai rigori e manco
c'era Bonimba, lo specialista dagli undici metri, infortunato.
Ogni rumore dell'apparecchio radiofonico era un graffio
alle orecchie! Ma and bene: dal dischetto non fallirono
Mazzola, Facchetti, Frustalupi, Pellizzaro Domenicacci,
mio idolo personale, e Jair.
Ma l'Ajax no, l'Ajax era inavvicinabile. Un altro film,
una cultura rivoluzionaria, l'Arancia Meccanica del pallone.
Non tutti capirono subito la portata della svolta.
All'Inter, neanche. Infatti la reazione di Fraizzoli sul
mercato fu roboante: nell'estate di quel lugubre 1972, introdotta
dall'orrendo omicidio del commissario Calabresi e
funestata a livello planetario dal massacro degli atleti israeliani
sul palcoscenico dell'Olimpiade di Monaco, ecco, in
quella estate l noi ci comprammo i Fantastici Quattro.
Massa. Moro. Magistrelli. Doldi. E qui ti chiedo scusa,
ma da emerito Dottor Divago debbo dilungarmi su talune
mirabolanti operazioni nerazzurre sul fronte delle compravendite...
Quindi, caro Michele, lasciami divagare. I Fantastici
Quattro! Massa, Moro, Magistrelli, Doldi. Te li cito di nuovo,
nel caso tu fossi tentato di dimenticare.
Allora, li acquistammo in blocco, in quell'estate del
1972. Peppiniello Massa, ala destra, forse pi bravo come
pizzaiolo, avrebbe fatto le cose migliori nel Napoli di Vinicio,
mica in nerazzurro. Adelio Moro, incredibilmente paragonato
a Gianni Rivera, ha se non altro il merito di avere
contribuito, diventato rossonero, alla gloriosa retrocessione
sul campo del Milan in B, anno del Signore 1982 (eh, a
proposito di Prisco: fu lui a dire che il Milan una volta era
andato in B pagando, nel 1980, per lo scandalo scommesse.
E una volta gratis, con Adelio Moro, due anni pi tardi).
Sergio Magistrelli, centravanti prelevato dall'Atalanta, si
diceva avesse poi aperto un bar. Bar nel quale, stando alle
cattiverie esasperate dei tifosi, era finito a fare il cameriere
Doldi, ala sinistra che temerariamente qualche collega aveva
avvicinato a Riva.
Ah, GiggiRivwa! Rombo di tuono. L'eroe del Cagliari
scudetto. Un mito. Lo volevano tutti, da Moratti ad Agnelli.
Invece non si mosse mai dalla Sardegna e anche per questo
tutti i tifosi sognavano l'arrivo del nuovo Riva. Lo sognavo
io, lo sognavi tu.
Cos - tieniti forte! - nell'estate del 1975 il tam tam delle
curve trasmette un diabolico messaggio: l'erede di Rombo
di tuono esiste veramente, gioca nel Varese e si chiama
Giacomo Libera.
Era un'ipotesi cos credibile che sulle tracce di questo
mitico numero 11 si lanciano tutti.  l'affare del secolo,
perdinci. Ergo, gli astuti cugini milanisti, non ancora retrocessi
n gratis n a pagamento, ci si fiondano. E chiudono
l'operazione.
Ma potevamo noi, noi della Beneamata, restare a guardare?
Certo che no! Brigammo, trattammo, scongiurammo,
infine la spuntammo: il Varese si rimangi un contratto gi
firmato, neg Libera al Milan e lo dirott all'Inter.
Meglio sarebbe stato dirottarlo su un aeroporto libanese,
come erano soliti fare i playboy vitelloni dell'epoca. Te lo
dico perch questo Libera fu una delle pi grandi pippe mai
chiamate a indossare la gloriosa casacca della Beneamata.
Eppure, caro Michele, sai come si present il presunto
Riva bis al popolo di San Siro? Ma decidendo con un suo
gol la sfida estiva di Coppa Italia contro l'insopportabile Juventus.
1-0, rete di Libera. Delirio di popolo indescrivibile.
Seee, Libera nos domine. Di l a pochi mesi, l'orrenda
verit emerse nel suo crudele splendore. Giacomone era un
bravissimo ragazzo, ma agli allenamenti preferiva le sedute
al night. La Milano da bere voi berlusconian/craxiani la
dovevate ancora inventare, ma Libera nos domine ci sguazzava
gi.
L'ha raccontato lui stesso. Il povero Fraizzoli, che era ingenuo
ma non coglione, qualcosa sospettava. Dunque gli
mise dietro due investigatori privati. Costoro erano meno
scaltri del commissario Montalbano, sicch Libera nos domine
li individu e and a fargli un discorsetto. Gli dissi:
quanto vi d a sera Fraizzoli per farmi pedinare? Centomila
lire? Bene, io ve ne do 200mila, tanto paga sempre il pres.
Voi fate rapporto che io alle dieci di sera sono gi a letto e
siamo tutti contenti.
And cos ma ci fu pure il danno collaterale. Per far saltare
la vendita di Libera al Milan, nel 1975 il Varese afferm
che tale De Vecchi, giovane centrocampista rossonero
inserito nell'affare, era rotto. Non pi idoneo a giocare a
pallone.
A primavera del 1979, quattro anni pi tardi, mentre
Libera nos domine frequentava altri night in altre zone del
Bel Paese, quel De Vecchi l, rimasto al Milan, ci cost uno
scudetto, segnando due gol su punizione al tuo amichetto
Bordon in un derby che stavamo vincendo 2-0...
E infine, vecchio Michele, infine debbo ancora estenuare
la tua pazienza a proposito di mercato. Evocando un tema
disperatamente carissimo a noi interisti: quello che poteva
essere e non fu.
Inizio estate del mitico Sessantotto. Tu ricorderai la celebre
battuta di Indro Montanelli: in Francia il Sessantotto
dur sei mesi, in Italia pi di vent'anni. Io aggiungo che
nella Ville Lumiere, a Parigi, transit il tuo amichetto
Mughini ma non comprese bene il messaggio di liberazione,
visto che juventino era e tale, ahi lui, rimase.
Bene, anzi, male. L'immaginazione nel '68 va al potere
e il mite Fraizzoli, per celebrare l'acquisto del club venduto
da Angelo Moratti, decide di comprare Petruzzu Anastasi.
Stella del Varese, dalla provincia approdato in Nazionale,
Petruzzu era un centravanti modernissimo, per giunta assai
gradito al Baffo Mazzola, suo partner in azzurro.
Tutto fatto. Anastasi gioca addirittura in maglia Inter
un'amichevole a San Siro contro la Roma. Fa pure gol. Ovazioni
della platea per il nuovo bomber. Il quale va a letto da
interista e la mattina dopo si risveglia... juventino: Gianni
Agnelli aveva persuaso il commendatore Borghi, quello dei
frigoriferi Ignis, a rimangiarsi la parola.
E uno. Passiamo al due. Primavera 1975. Un certo Marco
Tardelli fa faville nel Como. Il Como ha ottime relazioni
con la Beneamata. Gran colpo dell'Inter, scrivono tutti i
giornali. Il sempre mite Fraizzoli si fa addirittura fotografare
con Schizzo. Che due giorni dopo viene ufficialmente
arruolato da chi? Ma dalla Vecchia Signora, oh yes.
Segue coda, amico Michele. In cauda venenum, dicevano
i latini. Cio Petruzzu, ormai bollito, divent interista
nell'estate del 1976, in cambio di un ben pi vispo Bonimba.
E la Juve ci recapit uno spompatissimo Tardelli nel
1985, giusto in tempo perch il povero Marco fosse preso a
pallate di neve da noi tifosi (giuro,  successo sul serio) durante
una clamorosa disfatta casalinga con l'Atalanta. Qui
preciser, a tutela del mitissimo Fraizzoli, che la sciagurata
operazione Tardelli fu farina del sacco del successore del
prode Ivanoe, l'ottimo Ernesto Pellegrini.
Ma bada, Michele. Il sempre mite Fraizzoli di suo, come
un Robin Hood alla rovescia, colp altre due volte.
Nel 1982 l'Inter aveva in tasca l'accordo con Michel Platini.
Mazzola, diventato dirigente, ci aveva lavorato sin da
quando le frontiere per gli stranieri in serie A erano ancora
chiuse. C'era stato anche un brindisi in sede per festeggiare
l'intesa: no champagne ma Crodino, il mite presidente non
sperperava.
Per ufficializzare il tutto, mandammo a Parigi, in coincidenza
con un'amichevole premondiale tra la Francia e la
nazionale di Bearzot, il nostro diesse. Mite anche lui e molto
simpatico, Giancarlo Beltrami aveva un difetto. Grande
padronanza del dialetto, non delle lingue estere. Dunque il
Beltrami, in un francese poco napoleonico ma molto maccheronico,
dice a Platini: ci vediamo aprs la gare, dopo la
partita. Ma gare a Parigi significa stazione dei treni e uno
stordito Le Roi l si presenta. Per restare solo, finch arriv
l'autista di Agnelli e grazie e arrivederci (tra parentesi,
vecchio mio: questa storia di aprs la gare l'ho scritta un
milione di volte, ma coltivo l'insano sospetto che sia stata
inventata da un tuo amichetto bianconero. Se non Mughini,
allora Giletti).
Chiudo con un altro tuo idolo. 1983, Mazzola perfeziona
un altro colpo. Convince il Divino, alias il brasiliano
Paulo Roberto Falco, a vestirsi di nerazzurro.  un'operazione
geniale. Solo che.
Solo che Falco ha appena trascinato la Roma alla conquista
di uno storico scudetto, il primo per i Lupi giallorossi
dopo quello vinto per grazia di Sua Eccellenza Benito Mussolini
in tempo di guerra.
Ma nell'Urbe scoppia un pandemonio. Ecco allora avanzare
il tuo ennesimo amichetto. Il potentissimo Giulio Andreotti.
Che, nel pieno rispetto della Costituzione e della
legalit democratica, fa sapere al mite (e dai) Fraizzoli che,
guarda caso, l'azienda del nostro presidente vanta lauti contratti
di fornitura con il Ministero della Difesa. Era sicuro il
mitico mite di voler perdere tutti quei denari?
Per carit. Ripiegammo sul belga Ludo Coeck.
Michele, Michele, Michele. Quanto avrebbe vinto in
pi la Beneamata con Anastasi giovane, Tardelli giovane,
Platini e Falcio?
Di sicuro pi di quanto conquistammo quando il Mago
torn trionfalmente sulla nostra panchina.
Era il 1973. Ti ricordi?
...
.
...
7.
...
.
...
Ma certo che ho memoria del ritorno di HH, caro Leo.
Ma prima di riportarti i miei ricordi su quella (ennesima)
illusione, lasciami completare la tua carrellata del quel che
poteva essere e non fu.
Anastasi, Tardelli, Platini e Falco, tu dici. Vorrei aggiungere
un nome e un cognome, un nome e un cognome
che mi fanno male: Carletto Ancelotti.
Anche lui, come Petruzzu, gioc un'amichevole con maglia
dell'Inter. Anzi, ironia della sorte - sempre particolarmente
sadica con noi - gioc nell'Inter proprio con l'ormai
bollitissimo Anastasi.
Era il 20 maggio 1978 e io ero sugli spalti di San Siro.
Inter VS Herta Berlino. Con il numero 10 schieriamo un
ragazzo non ancora diciannovenne in forza al Parma, allora
in serie C: Carlo Ancelotti appunto, talmente conosciuto
che i giornali sbagliarono a riportarne il nome e scrissero
Ancellotti, con due elle. Ma il tuo amico e mio idolo Sandro
Mazzola, da un anno passato dal campo alla scrivania,
l'aveva notato e voluto provare.
Inter-Herta Berlino 2-0, gol di Altobelli e, pensa un po',
di Anastasi. C' sempre un gol di Anastasi, nelle amichevoli
in cui ci fottono un acquisto. Infatti Ancelotti gioc bene
ma Fraizzoli, quando gli misero davanti una bozza di contratto,
disse: El custa trp, costa troppo. E cos Ancelotti
fin alla Roma. Per poi diventare, qualche anno dopo, una
colonna del Milan, perch appunto con noi la sorte non
solo  beffarda,  anche bastarda.
E pensare che Carletto era uno sfegatato tifoso nerazzurro.
Lo raccont lui stesso, ricordando l'affare saltato:
Ci rimasi malissimo. Molti anni dopo, nella primavera
del 2011, lo conobbi di persona, negli studi Rai di Corso
Sempione a Milano. Ero fra gli autori di un programma su
Rai 3 (la rete dei tuoi dichiarati amichetti, ma per la quale
lavoravo io: cos magari la smetti di dire ostiate, come diceva
Brera) che s'intitolava Hotel Patria, condotto da Mario
Calabresi, e avevamo invitato Ancelotti, che aveva appena
concluso la sua avventura (corredata da scudetto, come al
solito) sulla panchina del Chelsea.
Da noi si era appena dimesso Leonardo, che era subentrato
a met stagione a Rafa Benitez, che ricordiamo con
l'asciugamano sul collo, in panchina, che si terge il sudore,
schiantato dal caldo, mentre i nostri soccombono all'Atletico
Madrid nella finale di Supercoppa europea. E quindi si
parla e si scrive di chi sar il prossimo allenatore dell'Inter, e
gira anche il nome di Ancelotti. Sono interista fin da bambino
- mi conferm - ma non andrei mai ad allenare l'Inter,
visto il mio passato al Milan. Sarebbe irrispettoso per i
tifosi del Milan, ma anche per quelli dell'Inter. E cos, oltre
a non aver mai avuto Ancelotti in campo, non l'abbiamo
avuto mai neanche in panchina, e quell'anno l che sarebbe
venuto, il 2011-2012, di allenatori ne cambiammo ben tre:
Gasperini, Ranieri e infine il tuo amico Stramaccioni.
Ma a proposito di panchine, veniamo a quel famoso ritorno
di Helenio Herrera sulla panchina nerazzurra.
Era la primavera del 1973 e Fraizzoli, dopo aver sostituito
di cui Invernizzi (lo chiamavano cos perch infarciva le
interviste con una serie di improbabili di cui: Facchetti,
di cui  un terzino che segna anche molti gol, Boninsegna,
di cui  molto forte di testa) con Enea Masiero dopo uno
0-4 subito contro il Torino, decide che per la stagione che
arriva bisogna puntare su una svolta forte, storica. E quale
svolta migliore di un ritorno in panca del Mago dell'Inter
euromondiale? Invernizzi, a parte le battute,  stato comunque
un grande nella nostra storia, avendo vinto uno scudetto
partendo da -7. Ma era il momento di cambiare. Con il
ritorno del Mago, appunto.
Solo che il venticello de Roma e le fettuccine di Alfredo
alla Scrofa (le hai mai provate? Solo burro e parmigiano:
ma fenomenali, D'Annunzio ci andava apposta a mangiarle
l) avevano un po' imbolsito l'Helenio che fu. Anche l'incontro
con la giornalista Flora Gandolfi, che poi diventer
la sua terza (forse solo terza, come s' detto) moglie l'aveva
fatto dirottare dal taca la bala alla dolce vita.
E comunque. L'annuncio del ritorno di HH infiamma
il popolo dei bauscioni. Anche perch Helenio, il 17 giugno
di quel 1973, arriva a San Siro per visionare la sua futura
squadra, che gioca contro la Juventus in Coppa Italia.
Alla fine del primo tempo siamo sotto 0-1, gol del Barone
Causio (a proposito: un altro fuoriclasse che prendemmo
quando aveva gi raggiunto i contributi per la pensione di
vecchiaia).  l'intervallo quando Herrera viene avvicinato
in tribuna da alcuni giornalisti, ai quali sorridendo dice,
anzi profetizza: Tranquilli, paregger Boninsegna. E cos
avviene. Finisce 1-1 gol di Bonimba. Figurati noi:  davvero,
e ancora, un Mago! E tornato il Mago!
Durante il mercato estivo Herrera chiede e ottiene da
Fraizzoli due acquisti: Adriano Fedele dal Bologna e Nevio
Scala dalla Fiorentina. Due ottimi giocatori, ma i loro acquisti
sorprendono. Perch Fedele  un terzino, e l'Inter ha gi
due eccellenti terzini, Mauro Bellugi e Giacinto Facchetti. E
Scala  un mediano e l'Inter ha gi due ottimi mediani, Mario
Bertini e Gianfranco Bedin. Ma il Mago stupisce e annuncia:
Scala e Fedele giocheranno esterni di centrocampo.
Perch, per quanto addolcito e imborghesito, Herrera restava
pi avanti di tutti. Aveva in mente di far giocare l'Inter
con il calcio che avremmo visto un anno dopo, ai Mondiali
di Germania, giocato dall'Olanda. Mazzola avrebbe fatto il
falso nueve alla Cruijff, Scala e Fedele cursori di fascia come
Krol e Neeskens; o, tanto per far capire quanto fosse ancora
avanti il Mago, come Evani e Colombo nel primo Milan
di Sacchi, che  passato alla storia come la squadra che ha
rivoluzionato il calcio italiano. Il Milan di Sacchi era 1987-88.
L'Inter di Herrera del 1973: troppo presto.
E comunque come ti dicevo il ritorno del Mago porta
entusiasmo. Ma siccome noi siamo quelli del mai una gioia
fino in fondo (anche il Triplete fu guastato la sera stessa
dall'addio di Mourinho), ecco che il quattordicenne che ero
pass rapidamente dalla speranza alla delusione.
In quell'estate del 1973 ero ricoverato all'ospedale di Ravenna
- travolto da un'auto, quattro fratture eccetera - e
ricordo perfettamente il giorno in cui mia madre, accompagnata
da una sua amica di Bologna, la signora Maria Teresa,
moglie del grande psicologo Renzo Canestrari (mi fossi
fatto curare per tempo, forse sarei guarito dall'interite acuta...
Ma era interista anche lui, il professor Canestrari) mi
venne a prendere per riportarmi a casa. Avevo un desiderio:
la Gazzetta dello Sport. Mia mamma me l'aveva portata.
Ricordo ancora che stavo scendendo i gradini dell'uscita
dall'ospedale e vidi il titolo in prima pagina: l'Inter aveva
venduto Mario Corso al Genoa.
Mariolino, il mio idolo.
Dio Corso pensaci tu, come recitava un cartello in curva.
Herrera era riuscito a ottenere da Fraizzoli ci che Angelo
Moratti gli aveva sempre negato: la cessione di Corso.
Nel nostro Pantheon, Mariolino troneggia, caro Leo.
Era nato nel Veronese il 25 agosto del 1941, e dicono
che quelli nati sotto i bombardamenti sono un po' matti,
ma geniali. I veronesi in particolare.
Un po' matto qualche volta lo  stato.
Come quando nel 1964, dopo aver segnato un gol a
San Siro, and sotto la tribuna a fare il gesto dell'ombrello
a Giovanni Ferrari, uno dei tre tecnici (gli altri due erano
Paolo Mazza e Helenio Herrera) che lo avevano escluso
dalla nazionale per i Mondiali del 1962 in Cile. O come
quando, negli spogliatoi prima di una partita, a Herrera
che annunciava la sicura vittoria chiese se gli avversari,
nello spogliatoio di fianco, fossero d'accordo. O come
quando al novantesimo di quel Borussia-Inter a Mnchengladbach,
sul 7-1 e con la quasi certezza che la partita
sarebbe stata ripetuta, tir, da dietro, un calcetto all'arbitro,
beccandosi quattordici mesi di squalifica (ne abbiamo
gi parlato prima...).
Ma se la follia era relativa, il genio era assoluto. Sul
piano tecnico e per il ruolo,  stato lui il rivale di Gianni
Rivera: non Mazzola, che giocava diverso, pi attaccante.
Corso sapeva mettere il pallone sul piede di un compagno
a cinquanta metri di distanza. Calciava le punizioni come
nessuno al mondo: la palla sorpassava la barriera volando
alto, poi si abbassava all'improvviso per entrare in porta:
la famosa foglia morta. Corso segnava e faceva segnare.
Vederlo giocare era la Grande Bellezza.
Niente a che vedere con il calcio atletico di oggi, e per
certi versi anche di allora. Infatti Gianni Brera lo chiamava
participio passato del verbo correre. Ma stimava pi lui
di Rivera, al quale diede dell'abatino per sottolinearne una
carenza di grinta che, invece, a Mariolino riconosceva.
Corso non correva, ma faceva correre la palla. E come,
la faceva correre. Quando Surez era in forma, sapevamo
di non poter perdere. Ma quando era in forma Corso, sapevamo
di vincere, ha detto Carlo Tagnin, mediano pitbull
della Grande Inter dal 1963 al 1965.
All'Inter Corso arriv il 20 giugno del 1958, acquistato
dall'Audace San Michele insieme a Mario Da Pozzo, portiere,
e Claudio Guglielmoni, centrocampista. In totale i tre ci
costarono 9 milioni di lire. Corso, ingaggiato con uno stipendio
di 70mila lire al mese, debutt con l'Inter il 29 giugno
1958 in Coppa Italia, contro il Simmenthal Monza (3-1
per noi) a sedici anni e dieci mesi. Il 13 luglio successivo,
sempre in Coppa Italia, contro il Como (3-0 per noi) segn
il suo primo gol, diventando il pi giovane marcatore in assoluto
della nostra travagliata ma meravigliosa storia. Esord
in serie A il 23 novembre 1958 - quando io avevo ventitr
giorni - in un Inter-Sampdoria 5-1 e il 30 novembre seguente,
compleanno di mia mamma, segn il suo primo gol
in serie A, a San Siro contro il Bologna (3-0 per noi): aveva
diciassette anni, tre mesi e cinque giorni. Enfantprodige.
Con la nostra maglia ha giocato quindici stagioni. 502
partite e 94 reti, delle quali una gli valse, da parte di Angelo
Moratti, il regalo di una Mercedes Pagoda: quella che segn
il 26 settembre del 1964, a Madrid, nei supplementari, al
110' della terza partita contro gli argentini dell'Independiente.
Avevamo perso l'andata 1-0 e vinto il ritorno a San
Siro 2-0, ma allora non contava la differenza gol e si dovette
giocare quello spareggio. Il gol di Mariolino ci permise di
diventare, per la prima volta, campioni del mondo.
Corso. Pel lo chiamava il Professore e disse che era
l'unico giocatore europeo che avrebbe voluto al suo fianco
nel Brasile. Altri lo chiamavano Mandrake per le magie
che sapeva fare in campo. Gyula Mandi, commissario tecnico
israeliano punito da una sua doppietta nel 1962 (Israele-Italia
2-4) a fine partita disse: Siamo stati bravi, ma ci
ha battuti il piede sinistro di Dio.
Corso. E rimasto nerazzurro per tutta la vita. Prov la
carriera di allenatore e il presidente Ernesto Pellegrini gli
affid la panchina, al posto dell'esonerato Ilario Castagner.
Esord una fredda domenica pomeriggio contro la Juventus,
24 novembre 1985. La partita fin 1-1. Noi, in campionato,
finimmo sesti, e Mariolino lasci la panchina a un ex milanista
ed ex juventino, Giovanni Trapattoni.
Corso. Il mio idolo. Il 7 dicembre del 2007, Sant'Ambrogio,
il Comune di Milano premi i suoi cittadini benemeriti
con il classico Ambrogino d'oro. Ero fra i premiati, e lo dico
senza falsa modestia e senza pudore perch  l'unica cosa di
cui mi vanto. Anche perch quell'anno l'Ambrogino d'oro fu
dato anche all'Inter, in vista del centenario dell'anno dopo.
La sindaca era Letizia Moratti, altro nome che  una garanzia.
Mariolino Corso era seduto esattamente davanti a me.
Mi presentai con la spigliatezza di Fantozzi e gli chiesi se
potevo stringere la mano a un idolo della mia infanzia 
adolescenza. Lui me la strinse senza guardarmi in faccia e
poi si gir del tutto dall'altra parte. Fu simpatico come un
mal di denti. Ci rimasi male, e pensai che forse  meglio
non conoscere i propri miti. Ma a Mariolino Corso perdonerei
qualsiasi cosa.
Ma torniamo a quell'estate del 1973, in cui Herrera riesce
a ottenere la cessione di Corso.
Intendiamoci. Il Mago aveva visto giusto. Corso era vecchio
e correva ancor meno di quanto corresse quando si
poteva permettere di vincere le partite quasi da solo stando
fermo all'ombra della tribuna con i calzettoni abbassati. Al
Genoa infatti non combin niente di che e sbagli perfino
un rigore contro la Juventus. E certamente non era adatto
per il gioco all'olandese che aveva in mente il Mago. Ma la
delusione, il dispiacere, il colpo al cuore che mi provoc la
sua cessione mi fece capire gi da quattordicenne, caro Leo,
che la nostra vita sarebbe stata come quella di Alberto Sordi
in uno dei suoi film pi belli. Una vita difficile.
La prima di campionato di Herrera 2 - il ritorno fu
una delusione pure quella. E pensa la beffa: incontriamo, a
San Siro, proprio il Genoa di Corso. C' una foto commovente
di lui, Mariolino, in maglia bianca con striscia rossoblu
in diagonale, che appena entrato in campo riceve un
mazzo di fiori dai tifosi interisti.
Era il 7 ottobre del 1973 e naturalmente ero su, al secondo
anello, in curva. Herrera manda in campo una formazione
creativa, mettendo all'ala sinistra Graziano Bini, un
lungagnone che poi avrebbe giocato da libero. Cio: la maglia
che era stata di uno dei pi grandi fantasisti della storia
dell'Inter, la maglia numero 11 di Mariolino, era addosso a
un difensore. Comunque. Nel secondo tempo Herrera toglie
Bini e mette Adelio Moro. Ma, come dicono i cronisti
sportivi, la musica non cambia. Finisce 0-0.
Poi per ci riprendiamo e il 18 novembre - con me ovviamente
sempre presente: tu doveri caro Leo? - spezziamo
le reni al Foggia. Quattro gol di Boninsegna e autorete di
tale Valente. Sul 5-0 tutto San Siro grida Helenio scudetto
e Coppa dei Campioni e lui in panchina sorride e fa
cinque con la mano: una manita ante litteram. All'86' fa
autorete Oriali, perch comunque un po' la festa ce la dobbiamo
sempre rovinare. Finisce 5-1 per, dai, c' fiducia.
Figurati poi il 2 dicembre 1973. La prima domenica di
austerity. Niente auto, perch bisogna risparmiare, il petrolio
 alle stelle e il governo ordina lo stop. Si va allo stadio
tutti in bici o a piedi. Qualcuno addirittura a cavallo. A
Milano si gioca il tradizionale derby della Madonnina,
come dicono i cronisti Rai, che sono romani. Noi non lo
vinciamo da due anni e mezzo. Ma questa volta c' il Mago.
Dopo quattordici secondi segna Bonimba. Al 40' pareggia
Romeo Benetti, un maledetto che nel derby ci faceva
sempre gol. Ma al 70' segna Facchetti, il gigante di Treviglio,
come ai vecchi tempi. Vinciamo e il consenso al Mago
 al top. Tanto pi che i giornali lo celebrano per la mossa
vincente: a sorpresa, Herrera ha fatto marcare Rivera, invece
che dal solito Bedin, da Mauro Giubertoni, un terzino
a uomo come si usava allora. E il Golden boy non aveva
visto la palla.
Ma che Inter sarebbe senza sfiga? Il 6 febbraio, prima
di un Bologna-Inter di Coppa Italia, il Mago viene colpito
da un infarto. Adios. Non nel senso che ci lascia la pelle, ci
mancherebbe: ma non pu pi allenare. E chi va in panchina
a finire la stagione? Il solito Enea Masiero, che ci regala
comunque un meraviglioso derby di ritorno: vinciamo 5-1,
dopo nove minuti eravamo gi 3-0, nel secondo tempo segna
pure Giorgio Mariani, ala destra acquistata al mercato
di novembre, tuo concittadino e amico.
La stagione finisce con un quarto posto nonostante un
Bonimba capocannoniere con 24 reti.
Chi prendere come allenatore per la stagione 1974-75?
Fraizzoli ha un'idea. Se non c' pi l'allenatore della Grande
Inter, mettiamo in panchina il regista della Grande Inter.
Luisito Suarez.
Suarez non aveva mai allenato, se non le giovanili del
Genoa. Il mercato  deludente: Fraizzoli vende Bellugi al
Bologna, Burgnich e Massa al Napoli, Bedin alla Sampdoria.
Unico acquisto, Franco Cerilli dalla Massese, serie C.
Lo chiamano il nuovo Corso perch  mancino e gioca
con i calzettoni abbassati. Altre eventuali analogie non sono
pervenute.
La squadra  quella che , come regista si prova un giovane
che si chiama Aldo Nicoli. La prima partita di campionato
 a Varese: 2-0 per loro con gol del gi da te narrato
Giacomo Libera e di Giannantonio Sperotto da Breganze.
Sar forse la peggior stagione del secolo. Trenta punti in 30
giornate, nono posto.
Povero Luisito. Grandissimo in campo, sfortunato in
panchina. L'Inter lo ha considerato a lungo come una sorta
di riserva della Repubblica, chiamandolo sempre in servizio
nei momenti disperati. Torn in panchina nel 1991-92,
a met stagione, al posto del dimissionario Corrado Orrico,
tuo amichetto marxista che si vant di aver speso l'intero
ingaggio ricevuto dal nostro presidente Ernesto Pellegrini
per comprarsi una pianta da mettere nel suo giardino. Mah.
I tuoi amichetti.
Orrico predicava il calcio a zona, gli allenamenti in una
gabbia, il pressing eccetera, ma lasciamo perdere. Suarez ne
raccolse i cocci e fin la stagione per poi consegnare la panchina
a quello che secondo me  stato il nostro pi grande
allenatore dopo Mourinho: Osvaldo Bagnoli, il Mago della
Bovisa. Ma di lui parleremo pi avanti.
Tornando a Suarez, lo ricordo un'altra volta richiamato
in servizio. 1995-96. Prima stagione di Massimo Moratti
presidente, che inizialmente conferma l'ultimo allenatore
di Pellegrini, Ottavio Bianchi detto Piastrella: ma,
visti i quattro punti nelle prime quattro partite, lo esonera
per chiamare in panchina l'inglese Roy Hodgson detto
Stanlio. Solo che Hodgson  legato da un contratto con
la nazionale svizzera e non pu liberarsi prima della fine di
ottobre. Cos Moratti chiede alla vecchia bandiera nerazzurra
Luis Suarez detto Luisito l'ennesimo sacrificio: reggere il
moccolo fino all'arrivo del CT anglo-svizzero. E Luisito dice
s perch quando la Patria chiama si risponde presente.
La prima  da incubo. San Siro, 26 settembre 1995. Sedicimila
spettatori (tra i quali il sottoscritto: tu c'eri Leo?
O eri a parlare di Marx e Hegel con Orrico?). Si gioca Inter-Lugano,
ritorno del primo turno di Coppa UEFA. L'andata
era finita 1-1, gol di Roberto Carlos. E siccome c'
ancora la regola del gol in trasferta che vale il doppio, e
siccome da una parte c' l'Inter ripeto l'Inter e dall'altra il
Lugano ripeto il Lugano, i favori del pronostico, diciamo
cos, sono leggermente dalla nostra parte. Anche se Luisito
schiera titolare dal primo minuto, con il numero undici, il
famigerato Avioncito Rambert, acquistato con Javier Zanetti
nella convinzione che fra i due il fenomeno fosse lui,
Avioncito: un bidone di cui dopo quella serata con il Lugano
non avemmo grazie al cielo pi notizie.
A cinque minuti dalla fine siamo ancora 0-0, punteggio
che ci consentirebbe un pur inglorioso passaggio del turno.
Ma siamo l'Inter, caro Leo. Pazza Inter, come dal titolo di
un tuo indimenticato capolavoro letterario.
All'85' c' una punizione sulla tre quarti di campo, spostata
sulla sinistra, in favore del Lugano. Un tale Carrasco
calcia verso l'affollatissima area di rigore, nella convinzione
di aver effettuato un cross, o il pi classico dei traversoni,
come diceva Bruno Pizzul. E qui scatta la sindrome
del braccno, quella che attanaglia i tennisti quando hanno
paura di perdere una partita gi vinta. Morale: nessuno
tocca la palla, la quale scivola lentamente dietro le spalle di
Gianluca Pagliuca, goffo come mai lo fu nella sua gloriosa
carriera. Morale: si qualifica il Lugano. Nel quale, a proposito
di beffe, giocava una nostra vecchia conoscenza: Igor'
Salimov.
Ma torniamo alla prima esperienza di Surez in panchina,
la penosa stagione 1974-75. Ovviamente alla fine del
campionato Fraizzoli decide di cambiare tutto. E stavolta
punta su un milanese, anzi su un milanesone: Giuseppe
Chiappella. Se Bagnoli era il Mago della Bovisa, Chiappella
era il Mago di Rogoredo. Ce la racconti tu, Leo, l'Inter di Chiappella?
...
.
...
8.
...
.
...
Caro Michele,
si fa presto a dire Chiappella.
Beppone rimase due anni sulla nostra panchina e vinse
tanto quanto il PD di Enrico Letta alle ultime elezioni: per,
magari un giorno accadr pure alla sinistra di vincere, per la
tua disperazione di destrone all'incenso!
Proprio il dimenticato Chiappella fece da ponte, da tramite
tra un'era di desolazione e The New Hope, una nuova
speranza in chiave Star Wars, anche se faccio fatica a immaginare
il tenero Fraizzoli nei panni di Obi Uan Kenobi.
Inoltre, confesso spudoratamente di avere un enorme
debito di gratitudine nei confronti del Beppone. Perch arriva
una domenica di primavera del 1976 e mio padre dice:
domenica vi porto a San Siro a vedere Inter-Juve.
San Siro! Per un adolescente di Sassuolo e per il di lui
fratellino quello non era uno stadio. Era un Tempio. Per te
milanesone o brianzolo, insomma, per uno che si chiama
addirittura Brambilla, come i cumenda dei film di Pozzetto,
eh, capisco che San Siro sia casa e bottega. Infatti a leggerti
stavi sempre l.
Ma io no. Mio fratello no. Noi abitavamo a quasi 250
chilometri dal Tempio, lo avevamo visto solo in TV e per
giunta la televisione era ancora in bianco e nero. Quindi, figurati:
per l'emozione annunciata non dormimmo per una
settimana.
Ma venne quella domenica e pap mantenne la parola.
Mio padre sotto sotto credo tifasse per il Toro, da giovane
aveva fatto il muratore a Torino e andava a vedere al Filadelfia
Valentino Mazzola.
Per aveva figli interisti e il leader nerazzurro era Sandrino,
il rampollo di Valentino. Ce nera abbastanza perch
si unisse al nostro tifo. Per giunta, a va sans dire, contro la
Juventus.
Be', ti ricordi da piccolini la magia di quando ti svegliavi
la mattina di Natale e correvi sotto l'albero per vedere se
erano arrivati i regali? Per me e mio fratello fu la stessa cosa,
quando finalmente entrammo a San Siro. Non c'era ancora
il terzo anello, stavamo in alto nei distinti e guardavamo gi
e non ci sembrava vero.
Qui faccio un inciso. Voi lombardi non potete capire
noi provinciali, noi che veniamo dalla periferia d'Italia. Per
voi San Siro  normalit. Per uno che arriva da lontano,
 leggenda. Per questo ho sempre sostenuto che sul futuro
dell'impianto dovete decidere voi, i padroni di casa. Se
chiedete a me e a mio fratello e a milioni di stranieri, vi
risponderemo sempre che del Meazza non va toccata una
pietra. Fine dell'inciso.
Ma non fine di quel ricordo stupefacente, indelebile,
irresistibile. Si gioca Inter-juve e ovviamente non  mai
una partita banale. I bianconeri sembravano padroni dello
scudetto, fino a due settimane prima avevano cinque punti
di vantaggio sul Torino di Pulici e Graziani. All'epoca
la vittoria di punti ne assegnava due, non tre. Ma Bettega
e compagni persero a Cesena e poi persero pure il derby
della Mole, dunque venivano a San Siro con appena una
lunghezza di vantaggio sui granata allenati da Radice (che
pi tardi, stagione 1983-84, avremmo amato tantissimo
sulla nostra panchina, fu l'ultimo mister di Obi Uan
Kenobi/Fraizzoli).
Pensa cosa mi viene in mente adesso, quasi mezzo secolo
dopo: forse pap scelse di farci debuttare a San Siro quella
domenica l in omaggio alla sua antica fede torinista! Perch,
fosse crollata di nuovo la Vecchia Signora, i granata
avrebbero ipotecato lo scudetto.
Accadde? Accadde. In maniera rocambolesca, vagamente
beffarda, altamente goduriosa. Era la classica partita da
0-0 e tra l'altro io ero esaltato anche da un dettaglio minore,
molto personale. Poich il gi citato Giacomone Libera
sembrava Salvini al Papeete, cio barcollava con mojito in
mano, Beppone Chiappella lo aveva escluso a beneficio di
tale Roberto Cesati.
Cesati, chi era costui?
Veniva da un oratorio di Sassuolo. Anzi, per la precisione
era calcisticamente cresciuto sullo spelacchiato campetto
di un ricreatorio di frati cappuccini, ovviamente dedicato
a San Francesco. Su quello spicchio di terra bucherellata,
avevo sgambettato anche io. E Cesati, pur avendo appena
tre anni pi di me, mi aveva fatto da allenatore. Allora usava,
era possibile, a chi insegnava calcio ai bambini non si
chiedeva di avere un patentino della FICG (rilassati, non sto
parlando dei giovani comunisti). E come dice appunto il
mio grande amico Dino Zoff, fin quando ci sono stati gli
oratori vincevamo i Mondiali, adesso che siamo moderni e
abbiamo Mister con patentino manco ci qualifichiamo.
Oh, scusa, mi sono calato nei panni del dottor Divago.
E insomma stavo raccontando il mio esordio a San Siro e
sta per calare il sipario sullo 0-0 quando Mazzola subisce
un fallo nei paraggi dell'area di rigore. Alberto Michelotti,
arbitro di Parma, fanatico verdiano, un gran personaggio
di cui sarei diventato amico, non ha dubbi. Punizione per
l'Inter. E subito io sento il coro dell'Aida, a proposito di
Giuseppe Verdi.
Punizione per l'Inter! Dino Zoff dispone la barriera. Tirer
Boninsegna, sospira mio fratello. Meglio se ci prova
Mazzola, sospiriamo io e pap.
Ricordo ancora l'attesa. Secondi eterni, infiniti. O Bonimba
o il Baffo, dai. I bianconeri che fanno muro e all'epoca
mica si stava a nove metri dalla palla, pfui.
Oh, io non lo so. Ancora adesso non lo so come abbia
fatto Mario Bertini, medianaccio dal piede potente, a far
passare quel pallone. Per pass, e per Zoff non ci fu niente
da fare.
Vincemmo 1-0. Non solo. Quella stessa domenica, battendo
il Milan di Rivera, il Toro perfezion il sorpasso. Per
merito della Beneamata, lo scudetto si tinse di granata.
Ormezzano, per me un maestro, su TuttoSport titol cos,
ripensando a Superga: Toro, Lass qualcuno ti ama. Anche
quaggi, mormor mio padre.
Basterebbe questo brandello di memoria a giustificare
la mia gratitudine nei confronti di Beppone Chiappella.
D'accordo, l'ho detto e lo ripeto: non conquist una beata
mazza, nel suo biennio nerazzurro. Ma vuoi mettere? Fece
perdere un campionato a Madama! E ogni tanto mi torna
nelle orecchie il coro intonato dagli interisti all'uscita dallo
stadio, quella domenica l: Dio perdona, Bertini bastona.
Purtroppo, per chiudere con Beppone, ci baston il Milan,
nell'ultimo rantolo della sua gestione.
Inizio estate 1977. In Italia la cappa degli Anni di Piombo
stava soffocando una generazione. L'idiozia dei terroristi,
rossi e neri, umiliava le speranze di quelli come me e come
te, ragazzi che sognavano un Paese (va bene, Nazione, come
meloniamente dici tu) pi giusto e pi libero.
In quel clima l, orrendo, il calcio era una valvola di sfogo.
Sai, in quell'epoca ci fu lo storico boom di vendite dei
quotidiani sportivi, trainato dalla Gazzetta del mitico Palumbo
direttore. Non credo fu una coincidenza: cercavamo
qualcosa che ci allontanasse dallo sgomento, dalla paura,
dalla inquietudine.
Be', alla fine della stagione 1976-77 la stampa era unanime:
l'Inter di Chiappella, tecnico al congedo, era favorita
nella finale di Coppa Italia contro il Milan di Paron Rocco.
In campionato i nerazzurri avevano deluso, del flop di
Anastasi abbiamo riferito e per di pi il grande acquisto
Merlo, prelevato dalla Fiorentina, si era rivelato un uccello
padulo, lentissimo e imbarazzante. Ma i rossoneri avevano
addirittura fatto peggio: si erano salvati dalla B all'ultima
giornata, gettando comunque le basi per un radioso futuro
(tra i cadetti).
La finale di Coppa Italia fu un incubo. Beccammo un
osceno 2-0 e Rivera and ad alzare il trofeo mentre Mazzola,
al passo d'addio, lasci di stucco il cronista Rai con una
citazione dantesca: Vuoisi cos col dove si puote ci che si
vuole e pi non dimandare.
Ora, io ho amato Sandrino tanto quanto mia moglie e le
mie figlie. Posso permettermi di scrivere una simile enormit
perch in famiglia giustamente non hanno mai letto un
mio articolo, figuriamoci un libro.
Ma  vero. Mazzola per me  l'Alfa e l'omega della mia
passione nerazzurra. E quello della doppietta al Real nel
1964, del dribbling infinito al Vasas, della rimonta scudetto
del 1971.  quello della Nazionale, la staffetta con Rivera,
i sei palleggi aerei contro la Svizzera, eccetera. Ed  il bravo
dirigente che divent subito dopo la citazione dantesca,
perch c' stato anche un Sandrino dietro la scrivania e io,
che nel frattempo avevo avuto il piacere di conoscerlo di
pirsona pirsonalmente, come esclamerebbe il Catarella di
Montalbano e Camilleri, l'ho apprezzato tanto.
Di pi. Nel 1977 facevo il liceo classico. Studiavo i canti
della Divina Commedia. Sentire l'idolo della mia infanzia e
adolescenza uscire di scena citando il Sommo Poeta me lo
rese ancora pi caro, pi vicino.
Da manager, Sandrino debutt affidandosi a un rustico
nocchiero di provincia. Eugenio Bersellini da Borgotaro.
Che ricordi hai di lui?
...
.
...
9.
...
.
...
Allora Leo, mettiamo le cose in chiaro una volta per tutte:
se continui a far credere al lettore che sono un destro
meloniano, ti querelo. Se poi all'etichetta di fascio ci attacchi
quella di clericale, ti sfido a duello. Magari a colpi di
crescentine e tigelle. Come si dice dalle tue parti? Cat vegna
un canchr. Ce l'hai scritto pure su una maglietta rossa
che ti piace spesso esibire, se non sbaglio. Cattocomunista
dell'ostia, direbbe Brera.
Dalle mie parti, invece, si va a San Siro come si va a messa,
caro il mio Leo. Certo che la Scala del calcio  casa mia.
Tanto che c'ero anche in quell'Inter-Varese 1-0 gol del tuo
compaesano Cesati, che poi compaesano per modo di dire,
visto che  nato a Milano (Cesati  un cognome dei nostri,
caro compagno). Era il 2 febbraio 1975, in panchina c'era
Luisito. Tu dov'eri? Alla sezione del Partito, che dalle tue
parti conta pi della mamma?
E c'ero anche in quell'Inter-Juventus 1-0: sei sicuro che
c'eri anche tu? Mi viene qualche dubbio perch la tua descrizione
del gol di Bertini  a dir poco imprecisa. Dimentichi
che la palla gli fu toccata proprio da Sandrino Mazzola,
che pure dici di amare come la moglie e le figlie (anche se
meno del Partito).
Comunque. Beppone Chiappella, il Mago di Rogoredo,
milanesone vero, lo ricordo benissimo. E c'ero, una sera a
San Siro, anche alla sua prima amichevole (o Coppa Italia,
le notturne d'agosto si confondono) della sua seconda stagione,
quando sfoggi i due nuovi acquisti, Anastasi e Merlo,
quest'ultimo pupillo personale che aveva cresciuto nella
Fiorentina. Ma sto Chiappella... Come si fa a prendere il
Merlo?, disse una signora mentre il popolo bauscia defluiva
a piedi, in colonna, da San Siro verso piazzale Lotto,
allora stazione della metropolitana pi vicina allo stadio.
Tornavamo a casa dopo aver visto uno squallido pareggio
con deludentissima e ahim profetica prestazione, appunto,
del Merlo. Chiappella pag soprattutto quelle scelte estive:
l'aver avallato l'acquisto di Anastasi in cambio di Bonimba
e l'aver voluto fortissimamente il suo prediletto Claudio
Merlo, numero 8 che avrebbe dovuto fare da regista. Alla
fine di quella sua seconda stagione, Chiappella se ne and
per far posto alla Rifondazione Interista, guidata appunto
da un Mazzola non pi calciatore ma manager.
E chi scelse Mazzola al posto di Chiappella? L'hai detto:
Eugenio Bersellini. E chi era Bersellini?
Era stato un modesto pedatore del Simmenthal Monza,
del Brescia e del Lecce e come allenatore non si presentava
con credenziali particolarmente esaltanti: proprio in quell'estate
del 1977 in cui passa all'Inter,  appena retrocesso in
serie B con la Sampdoria. Figurati il popolo della Beneamata
e quella piazza terribile che  Milano, con i suoi giornali
sempre pronti a farti la guerra. Figurati: l'Inter che prende
un allenatore appena retrocesso.
Bersellini arriva dunque nello scetticismo generale. Non
ha neppure il phisique du rol per una panchina a San Siro
(perlomeno per la panchina dell'Inter: su quella del Milan,
abbiamo visto di tutto). Viene da Borgo taro, paese da funghi
sulla strada che porta al Passo della Cisa, e ha l'aspetto
di un salumiere. Non si offendano i salumieri, che considero
una categoria di benefattori dell'umanit: ma quelli dei
distinti nord il nostro Eugenio lo chiamavano proprio cos,
il Salumaio.
Eppure Bersellini  l'allenatore che torna a riempire la
bacheca dopo tanto tempo. Riesce a resistere per cinque
anni sulla panchina pi difficile della serie A (e va precisato
serie A, perch durante il suo quinquennio i cugini retrocedono
due volte. E, come s' detto, la prima volta pagando,
la seconda gratis) e porta a casa uno scudetto e due Coppe
Italia.
La prima, di Coppa Italia, la vince gi il primo anno.
Anno che non era partito con grandissime ambizioni. Sar
di transizione, aveva detto Mazzola da dietro la scrivania:
L'obiettivo  costruire una squadra che possa vincere lo
scudetto al terzo anno. E al terzo anno l'Inter lo vincer
davvero, il dodicesimo scudetto, secondo la promessa di
quel sacramesca del Baffo, come avrebbe detto ancora Brera
in lumbard.
Con Bersellini, in quell'estate del 1977, arrivano i seguenti
acquisti: dal Brescia, serie B, Alessandro Altobelli,
ventuno anni, centravanti; dal Como, serie B, Alessandro
Scanziani, ventiquattro anni, centrocampista; dall'Atalanta,
serie B, Renato Cipollini, trentaquattro anni, portiere
destinato a fare il 12, come si diceva allora, cio a stare in
panchina. Tutto qua. Aggiungiamo pure che dalle giovanili
vengono aggregati alla prima squadra due diciottenni,
il libero Roberto Tricella e l'ala destra Odoacre Chierico.
Intanto avevamo perso Sandro Mazzola e Mario Bertini,
oltre che Giacomino Libera passato dalle notti milanesi e
quelle bergamasche. E insomma, non c' di che esaltarsi, in
quell'estate 1977.
Spillo Altobelli si riveler per un grande acquisto. Gi
in quella prima stagione segna dieci gol in campionato pi
quattro nelle coppe. Bersellini lancia poi in prima squadra
un diciottenne che entrer nella storia dell'Inter: Beppe Baresi.
Quanto alla fascia da capitano, dopo il ritiro di Mazzola,
passa a Giacinto Facchetti.
Il campionato comincia con una sconfitta a San Siro
contro il Bologna: segna tale Gil De Ponti e io sono l, nei
popolari, insieme con un mio amico di Bologna, Davide
Vicari, che prima del fischio d'inizio aveva predetto: Con
De Ponti son due punti. Taaaac.
Anche in Coppa UEFA partiamo malissimo. Eliminati al
primo turno dalla Dinamo Tbilisi.
Ma a fine stagione arriva la coppetta che mancava nientemeno
che dal 1939, quando ancora ci chiamavamo Ambrosiana.
La finale si gioca l'8 giugno 1978 a Roma, contro
il Napoli, che nei gironi aveva buttato fuori la Juventus 5-0
con quattro gol del bergheimer Beppe Savoldi. Andiamo
sotto con un gol di tale Restelli al 6'. Pareggia Altobelli al
18' e a tre minuti dalla fine la mette dentro Graziano Bini.
In porta c'era Cipollini, difensore centrale Angiolino
Gasparini, te lo ricordi? E anche l'ultima di Giacinto Facchetti.
Ma di questo magari parli poi tu.
Il mercato estivo 1978 porta lo stopper Silvano Fontolan,
il mediano di spinta Giancarlo Pasinato detto Gondrand, il
numero 10 Evaristo Beccalossi e il centravanti Aldo Serena,
destinato a fare da riserva alla coppia Altobelli-Muraro.
Allora: Fontolan viene dal Como che era arrivato diciannovesimo
in serie B ed era retrocesso. Beccalossi dal Brescia
arrivato quattordicesimo in serie B. Pasinato egli pure
dalla serie B, anche se con l'Ascoli promosso in A. Serena
addirittura dalla serie D con il Montebelluna. No, dico: ai
ragazzi di oggi che storcono il naso quando torna Lukaku,
ricordiamo che cos'erano, caro Leo, i mercati della nostra
giovinezza.
Comunque siamo gasati. Con Beccalossi e Pasinato lo
scudetto  assicurato, si dice nel mondo bauscia. E lo scudetto
arriva: bisogna solo aspettare un anno. Il terzo anno,
come aveva promosso Mazzandro, cos chiamato per distinguerlo
dal fratello Ferruccio, una carriera fra Venezia,
Lazio e Fiorentina, che sulle figurine era Mazzola II.
Arriva, lo scudetto, una domenica pomeriggio, 27 aprile
1980. Inter-Roma a San Siro, terzultima di campionato. A
differenza tua, io c'ero. Nel secondo anello (secondo di due,
allora), curva Nord, in mezzo ai Boys. Loro segnano con
Pruzzo, noi pareggiamo con Oriali, loro ci uccellano ancora
con Turone. A due minuti dalla fine, rassegnato, straccio in
mille pezzettini il biglietto che avevo pensato di conservare
come ricordo.
Ma ecco la pazza Inter. Rivedo l'azione come fosse adesso.
Attacchiamo sotto la mia curva, la Nord. Scende sulla sinistra
Gondrand, la passa a Baresi I che l'allunga a Beccalossi
detto Dribblossi (sempre copyright Brera) che crossa, uno
dei loro respinge in tuffo di testa al limite dell'area, arriva in
corsa da dietro il nostro stopper Roberto Mozzini da Sustinente,
uno che non segnava mai e che per giunta era mancino
e ora si ritrova la palla sul destro. Mozzini era stato, nove
mesi prima, uno dei due acquisti estivi. L'altro era Domenico
Caso, un'ala destra che Bersellini trasforma in regista centrale
basso, dietro a Pasinato (sulla destra), al Pinnuto Marini (sulla
sinistra) e a Dribblossi trequartista a meraviglia mostrar.
Un centrocampo a rombo, che Bersellini sosteneva di avere
inventato, chiamandolo romboide. Proprio cos: Giocheremo
con il romboide, aveva detto al ritiro estivo.
Ma torniamo a quella palla respinta all'89' dalla difesa
romanista. Arriva appunto Mozzini, che calcia di prima, in
controbalzo, e la mette dentro: 2-2. E scudetto matematico
con due giornate di anticipo. Pensa, Leo. Era la ventottesima
giornata e ci bastarono 39 punti per essere campioni d'Italia.
Ed era stato un campionato assurdo, Leo. Pensa anche
che alla prima giornata pareggiarono tutti tranne noi, che
battemmo il Pescara 2-0 a Milano. E quindi fummo primi
da soli gi dall'inizio.
E giocavamo bene, porca miseria, altro che ironie sul
Romboide. Mimmo Caso sembrava Eraldone Pecci o Picchio
De Sisti: il regista classico che dava equilibrio a tutta la
squadra. Ma che dico? Caso fu un Iniesta ante litteram. Poi
il Pinnuto Marini, ch'era uno stantuffo: avanti, e indietro
tutta la partita, tackle e legnate quando occorreva, e tiri della
madonna da fuori area. Ricordo un gol contro la Lazio
a San Siro dalla distanza che fece impazzire lo stadio. Era
anche un centrocampista intelligentissimo: non per niente
Brera lo chiamava, oltre che Pinnuto per via delle fette che
il Padreterno gli aveva confezionato al posto dei piedi, il
Geometrico Marini.
E poi c'era lui. Evaristo Beccalossi. Il genio. Il numero
10. Il Professore.
Aveva vinto, nel mercato estivo, il ballottaggio con un altro
talentuoso fantasista, Alviero Chiorri, romano de Roma
che giocava nella Sampdoria. E meno male che scegliemmo
Beccalossi.
Per sei anni, prima di imbolsirsi e finire prima alla Samp
e poi al Monza, dove credo gli abbiano dovuto confezionare
apposta una maglia XXXL per contenere il suo quintale
sovrabbondante, il Becca ci ha fatto impazzire con i suoi
dribbling, i suoi passaggi, le sue invenzioni.
E i suoi gol. Nell'anno dello scudetto, il 28 ottobre 1979,
settima di andata, su un campo fradicio e quasi impraticabile
stendemmo il Milan con due memorabili pere di Beccalossi.
La prima, un piattone destro al volo (bellissimo: con il
piede girato, perch la palla arrivava da sinistra) su cross teso
di Gondrand Pasinato. La seconda con un tocco sotto porta
su cross basso di Carletto Muraro. Il grande Beppe Viola,
nel servizio alla Domenica Sportiva, defin quel gol fin troppo
facile per il talento di chi l'ha segnato. Leggenda vuole
che dopo quel gol del 2-0, Beccalossi abbia detto al grande
Enrico Albertosi, portierone del Milan: Scusa se insisto,
mi chiamo Evaristo. La realt ci dice che anche quella battuta
 frutto, invece, del genio di Beppe Viola, un talento
quasi sprecato come giornalista, uomo cresciuto al derby di
viale Monte Rosa a Milano, locale culla del miglior cabaret
italiano, da Jannacci a Cochi e Renato, da Gaber all'Ornella
Vanoni che cantava le canzoni della mala, da Villaggio
a Toffolo, e cos via. Pensa che Diego Abatantuono era il
figlio dell'elettricista, del derby: e respirando quell'aria l 
diventato quel che  diventato. Milanista, purtroppo.
Ma torniamo al Becca. Di lui  rimasta nella storia,
ahim, un'altra doppietta. Quella di rigori sbagliati nella
stessa partita: contro lo Slovan Bratislava, primo turno
di Coppa delle Coppe, 15 settembre 1982, noi allenati da
Rino Tavor Marchesi. All'inizio del secondo tempo, sullo
0-0, Beccalossi sbagli due rigori nell'arco di otto minuti
(all'11' e al 19'), record credo tuttora imbattuto. Al 70',
nervosissimo, fu sostituito da tale Roberto Bergamaschi e
solo allora l'Inter riusc a segnare, due volte, con Spillo
Altobelli e Antonio Sabato, e a vincere 2-0. Il Becca usc dal
campo nervosissimo e negli spogliatoi spacc tutto quello
che c'era da spaccare. Eppure, quella sciagurata partita rafforz
l'amore fra lui e il pubblico interista. La partita successiva,
a San Siro, credevo di essere contestato. E invece,
appena entrammo in campo si sent un coro solo: Eva-risto!
Eva-risto!, ha raccontato poi l'Evaristo. A quei due rigori
sbagliati, il comico Paolo Rossi, nerazzurro doc, ha dedicato
un memorabile sketch.
Evaristo Beccalossi, mai chiamato in Nazionale forse
perch troppo talentuoso,  tuttora uno dei giocatori pi
amati da noi nerazzurri. Come pure Spillo Altobelli,
goleador elegantissimo, che invece in Nazionale si tolse pure
la soddisfazione di segnare un gol nella finale del Mundial
vinto a Madrid contro la Germania, 3-1, nel 1982.
Ma a Bersellini  legato un altro gigante della storia
nerazzurra, pure lui presente in quella finale mondiale vinta
contro la Germania: Beppe Bergomi.
Lo Zio.
Quando divent campione del mondo, giocando la finale
da titolare con l'Italia di Bearzot, Bergomi aveva diciotto
anni e mezzo e della sua esistenza in vita nerazzurra si aveva
notizia dal 22 febbraio 1981, quando Bersellini, dopo
l'infortunio di Oriali, l'aveva mandato in campo contro il
Como, in una partita infame. Una partita in cui l'arbitro
ne fece di tutti i colori. Mai come quella volta ho temuto
(ero dietro la porta) un'invasione di campo, che non ci fu
solo perch il pubblico interista  abituato alla pazienza. A
placare l'ira popolare dandoci la vittoria (2-1 ) ci pens a pochi
minuti dalla fine un gol dell'austriaco Herbert Prohaska
detto il Tognitt che si sarebbe meritato, comment Beppe
Viola, il Nobel per la Pace. Ma di quella partita, ci che
resta nella storia  soprattutto, appunto, l'esordio di Beppe
Bergomi, diciassette anni e due mesi.
Ma che cosa possiamo dire di Bergomi? L'unica maglia
che ha vestito  quella dell'Inter, di cui  stato terzino, libero,
capitano. 757 partite e 28 reti in nerazzurro. Ottantuno
presenze e sei reti con la Nazionale, di cui pure  stato a
lungo capitano. Uno dei pi forti difensori di tutti i tempi e
uno dei giocatori pi corretti di tutti i tempi.
Eppure avrebbe meritato di pi. Ha vinto solo uno scudetto
(nel 1988-89, quello del Trap), oltre che tre coppe
UEFA, una Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. Troppo
poco, per il gigante che  stato.
E avrebbe meritato di pi, lasciamelo dire Leo, anche
dopo che ha smesso di giocare. L'Inter ha trovato ruoli in
societ a tanti ex giocatori, ma non a lui. Gli ha fatto allenare
gli esordienti per un anno, nel 2008, e poi stop. Lo Zio 
andato ad allenare i ragazzi del Monza, del Como, dell'Atalanta.
Ora fa il commentatore alla TV. Mah. Io spero che un
giorno l'Inter si accorga di avere bisogno di lui.
Eugenio Bersellini, l'allenatore che tutto questo aveva fatto,
lancio di Bergomi compreso, chiuse con la panchina dell'Inter
nella primavera del 1982 vincendo la Coppa Italia in casa del
Torino con un gol di Altobelli. Spillo pareggi, su uscita sciagurata
del portiere Copparoni, il provvisorio 1-0 segnato da
tale Agatino Cuttone. Io ero l, al Comunale di Torino, caro
Leo. Ero anche a San Siro all'andata, dove vincemmo 1-0 con
gol di Aldone Serena sotto il diluvio. Tu non so, dov'eri.
Tanti, tanti anni dopo andai a fare il direttore alla Gazzetta
di Parma.
Ed era il 17 settembre del 2017 quando arriv la notizia
della morte di Bersellini, che era appunto un parmigiano,
anzi un parmense, essendo della provincia, e non del capoluogo,
antica capitale del Ducato di Maria Luigia.
Mi ricordai che, a scudetto appena vinto, il Sergente di
Ferro aveva rivelato di aver fatto un voto: sarebbe andato a
piedi da Milano alla Madonna di Fontanellato, nella Bassa
Fidentina. Presi la macchina e da Parma andai al santuario.
Cercai fra gli ex voto fino a quando trovai una foto dei
nostri nerazzurri stagione 1979-80 e un biglietto di ringraziamento
alla Regina, con doppia firma: quella di Bersellini
e quella del suo fedele vice Armando Onesti. Il Salumaio
era stato di parola. Come quando aveva promesso, con
Mazzola, lo scudetto al terzo anno.
Ora passo, Leo. Credo che tu voglia partire proprio da
quell'ultima partita di Facchetti, per raccontarci chi  stato
quell'uomo. Quel grande uomo: il gigante di Treviglio.
...
.
...
10.
...
.
...
Caro Michele,
forse ti ho gi detto a voce quanto io abbia amato quel
tuo libro che si intitolava L'Eskimo in redazione. Era una
fotografia perfetta - sarei tentato di scrivere una... autopsia!
- dei terribili Anni di Piombo dell'Italia nostra, facciamo
tra il 1969 e il 1980.
Se per caso ti stai chiedendo cosa diavolo c'entri questa
sviolinata con le nostre conversazioni dipinte di nerazzurro,
eh, porta pazienza un attimo. Potrei scomodare una mia
propensione per la cupidigia di servilismo. E invece no.
Ti ho gi detto che il 7 maggio 1978 io coronai il sogno
della mia infanzia. Calpestai la sacra erba di San Siro! Sai
meglio di me che chiunque sia stato bambino interista (vabbe', facciamo pure milanista, per par condicio ambrosiana)
ha immaginato di diventare calciatore e di giocare proprio
in quello stadio l, visto un miliardo di volte in TV e sui giornali
e in cartolina.
Bene: io ci sono riuscito. Ho camminato su quel prato
verde. Non, lo ammetto, in qualit di campione. Nemmeno
di bidone tipo Avioncito Rambert o Caio (se ti ricordi di
Caio ti pago una cena dal mio amico Bottura, miglior chef
sulla faccia della terra, ergo interista);
No. Sono entrato a San Siro nei panni di allenatore. Dei gi
citati mocciosi del ricreatorio San Francesco di Sassuolo. Che
a nome e per conto di frati cappuccini il 7 maggio 1978 con
me si impossessarono di San Siro, appunto perch il ricreatorio
compiva trentanni e per celebrare la ricorrenza il superiore
del convento, Padre Sebastiano Bernardini, aveva strappato
un invito al presidente Fraizzoli. Gli allievi dei frati avrebbero
giocato una anteprima contro i coetanei nerazzurri.
Ok, non arrabbiarti, mi sto ripetendo, a furia di tornare
indietro con la memoria. 7 maggio 1978. Appoggio le
chiappe sulla panchina che fu del Mago Herrera. Nel giro di
un'ora, gentilmente ceder il posto al successore di Helenio,
che si chiama Eugenio Bersellini. Sta per andare in scena
l'ultima giornata di un campionato ovviamente vinto dalla
Juventus. Il match in programma  Inter-Foggia.
Come potevamo supporre, io e i ragazzini di Sassuolo,
che quell'Inter-Foggia sarebbe passata alla Storia, con la
maiuscola?
La Storia, gi. Anche quella oscena, turpe, sanguinosa.
Quella domenica, 7 maggio 1978, fu l'ultima vissuta
da Aldo Moro. Da quasi due mesi prigioniero delle Brigate
Rosse, il presidente della Democrazia Cristiana sarebbe
stato ferocemente assassinato dai terroristi comunisti due
giorni dopo, marted 9.
Sai, mi sono talvolta chiesto, anche rileggendo il tuo
Eskimo in redazione, se quella domenica i brigatisti permisero
a Moro di ascoltare la Messa alla radio, come raccontarono
poi di aver fatto. O se gli lasciarono ascoltare Tutto
il calcio minuto per minuto. Me lo sono domandato perch
quella tragedia umana, politica e sociale ha segnato la nostra
generazione pi di quanto ci sia capitato di riconoscere, nei
decenni a seguire. Il caso Moro fu uno spartiacque, comunque
si vogliano valutare tempi cos crudeli. Dimenticare
quella Renault rossa abbandonata in via Caetani, per chi
c'era, si sarebbe rivelato impossibile.
Eh, amico mio! Posso invocare la tua comprensione, se
dal Sacro torno al Profano? Posso restituire me stesso alla dimensione
dello scribacchino di cose sportive, rintracciando
il filo per sottolineare, qui e ora, una sfida tra Inter e Foggia?
Be', non il risultato. Vincemmo 2-1 e condannammo
i poveri satanelli alla retrocessione. Ma nessuno mai l'avrebbe
custodita nella memoria, quella partita, se alla fine
un omone di centottantotto centimetri, detto il gigante
di Treviglio dalla voce epica di Nicol Carosio, il mitico
radiotelecronista Rai, s, ecco, se l'omone non avesse convocato
i giornalisti in sala stampa per annunciare che mai pi
avrebbe giocato a pallone.
Ebbene, s. Io sono uno dei cinquantamila, grosso
modo, che assistettero dal vivo allo show d'addio di Giacinto
Facchetti.
Senza saperlo.
Quello che noi sapevamo, seduti sugli spalti di San Siro
il 7 maggio 1978, era che Giacinto Magno, come amava
chiamarlo Gianni Brera, stava cercando di recuperare la miglior
condizione per partecipare a quello che sarebbe stato il
suo quarto mondiale.
Facchetti aveva incassato l'umiliazione della Corea del
Nord, a Middlesbrough nel 1966. Ma da capitano Azzurro
era stato un pilastro della Nazionale battuta solo dal Brasile
di Pel nella finale iridata del 1970. Nel 4-3 alla Germania,
il match del secolo, lui c'era. E ancora era stato protagonista
della sfortunata spedizione italiana al torneo iridato del
1974.
Nel 1978 il commissario tecnico era Enzo Bearzot. Un
ex interista, sebbene pochi ricordassero il dettaglio. Il Vecio
friulano dava all'onest il posto numero uno, nella gerarchia
dei valori. In Giacinto si specchiava, era il suo leader
in campo e quando a primavera del 1978 Facchetti incapp
in un infortunio doloroso, be', Bearzot fu categorico: lo
aspetter, disse, fino all'ultimo istante utile.
Michele, so cosa stai pensando: allungo troppo il brodo!
Ma c' un motivo. Ho evocato l'onest, marchio di fabbrica
bearzottiano. Dunque, insisto.
Quanti giocatori, allora come oggi, metterebbero l'interesse
del gruppo, della squadra, davanti a quello personale?
Tieni presente che Facchetti aveva il posto assicurato,
sull'aereo per l'Argentina ci sarebbe salito, lui era il titolare
al centro della difesa e pensa che la sua riserva si chiamava
nientepopodimeno che Gaetano Scirea (a loro, Giacinto e
Gaetano, molto tempo pi in l gli Stadio hanno dedicato
una bella canzone, tra parentesi).
Per Facchetti si nasce, mica si diventa. E sotto il sole di
San Siro, contrastando gli attaccanti del Foggia, lui si accorse
che qualcosa scricchiolava, che la salute non era garantita,
che sarebbe stato un rischio (per la Nazionale, non per lui)
pretendere una maglia e un ruolo al Mundial.
Cos, a doccia consumata, il Capitano ammain la
bandiera. Disse semplicemente: non sono pronto e non lo
sar pi, ho chiuso con il pallone, con l'erba verde, con le
emozioni da stadio. Bearzot ci rimase male e comunque lo
port a Buenos Aires come capitano non giocatore: perch
ammirava, il CT, l'etica del campione pi ancora del talento
che aveva palesato nell'arco di una intera generazione.
Credimi, Michele: in ogni mestiere e aggiungo in ogni
emozione, sapere uscire di scena con eleganza  una virt.
Un titolo di merito speciale e inimitabile. Giacinto questo
 stato: un modello di eleganza, sempre. Anche quando -
troppo presto! - ha lasciato gli affanni terreni, nel 2006, lo
ha fatto con una dignit silenziosa, con il garbo di chi mai
ha confuso il diritto con l'arroganza, lo stile con l'avidit. E
qui, prima di passare ad altro, ti far una confidenza.
Sai chi, secondo me, diede la definizione pi bella di
Facchetti e della sua integrit quando alcuni disgraziati,
anni dopo la sua morte, osarono tentare di infamarne la
memoria? Un milanista doc. Lui, Gianni Rivera, che rispose
agli avvoltoi con una frase lapidaria: Gi le mani da Giacinto,
Giacinto era un angelo.
Il nostro caro angelo, s. Lungo lungo, correva sulla fascia,
prototipo del difensore che attaccava. Non ci sarebbero
stati Cabrini e Maldini senza Facchetti, che era molto pi
di un terzino.
Di episodi che attestino la meravigliosa unicit del
Cipe (lo chiamavano cos, ad Appiano Gentile, perch
Herrera appena arrivato ne cap male il nome, intese
Cipelletti e l nacque il nomignolo) ce ne sarebbero a dozzine.
E ancora non basterebbero, fidati. Ma mi limiter a un
paio di flash.
Uno (tanto, che te lo dico a fare?, citazione Al Pacino) 
il gol del 3-0 al Liverpool nella notte della rimonta Champions
del 1965. Un'azione perfetta, un sogno sublimato
dalla stoccata finale di Giacinto. Forse l'istante supremo
dell'epopea euromondiale della squadra di Moratti padre.
Il secondo elemento  un dato statistico. Pochi ne hanno
memoria, eppure ecco qua. Stagione 1965-66. Giacinto
Facchetti gioca 32 partite in serie A e segna 10 gol. Dieci
gol, hai capito bene. Da terzino, nel calcio di allora, catenacciaro,
iper difensivista e bla bla bla. Avesse tirato anche
i rigori, il Cipe avrebbe vinto la classifica dei cannonieri!
(Infatti Brera la men per anni che Giacinto andava provato
nel ruolo di centravanti, ma  noto che il Gioann un'idea
moderna, olandese del pallone proprio non riusciva
a concepirla, innamorato com'era dei suoi luoghi comuni,
peraltro letterariamente affascinanti.)
Ecco, Michele: ti rendi conto di quanto, noi tifosi, abbiamo
ricevuto da Giacinto? E con lui gli italiani tutti, se
pensiamo alla Nazionale, che con lui capitano vinse il primo
titolo europeo nel 1958.
Facchetti. Il Cipe. Il gigante di Treviglio. Il terzino che
volava. Il difensore che era un bomber. Ma anche, in una
seconda vita, il coraggioso presidente al servizio di Massimo
Moratti. L'uomo onesto che da dirigente entr nello spogliatoio
di una squadra che non nomino, abituata a vincere
non importa come, per chiedere: ma non vi vergognate?
Appunto, appunto. Giacinto Facchetti era un angelo
(copyright Gianni Rivera).
...
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...
11.
...
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...
Caro Leo,
sbaglia anche il prete a dir messa - si usa dire - e quindi
ammetto, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore di aver
sbagliato io pure nel celebrare questa solenne liturgia che 
il romanzo dell'Inter. Certo che hai ragione tu: l'ultima di
Facchetti fu quella partita con il Foggia, e non la finale di
Coppa Italia 1978 con il Napoli, come ho sciaguratamente
scritto nel mio ultimo capitolo. Mea culpa.
Ma mea culpa, felix culpa, perch mi induce a risarcire
il grande Giacinto con un altro ricordo straordinario. Tu
citi due flash, del nostro Cipe. Io ne voglio aggiungere un
terzo. Il ricordo di un pomeriggio che trascorsi, sedicenne,
a San Siro.
Dunque, 13 aprile 1975, ventiseiesima di campionato. 
la mesta Inter di Luisito Surez allenatore, che chiuder la
stagione con un disarmante nono posto, mettendo insieme la
miseria di 30 punti in 30 partite. A San Siro arriva la Fiorentina.
Partita che finir 1-0 per noi, con gol su rigore al 68' del
nostro Bonimba, quasi infallibile dal dischetto: ma certamente
partita che non sarebbe passata alla storia se nel tabellino
non fosse finita l'unica - l'unica! - espulsione di Facchetti.
S, avete letto bene. Giacinto Facchetti, difensore con
propensione al gol, in 639 partite ufficiali di Inter e 94 con
la maglia della Nazionale maggiore,  stato espulso una volta
sola. Questo per dire chi era, Facchetti.
E pure quell'unica espulsione si risolse in fondo con un
paradossale trionfo del Nostro.
Dunque accadde che a un certo punto del secondo tempo
un attaccante della Viola, tale Gianfranco Casarsa di cui
si ha memoria soprattutto perch calciava i rigori da fermo,
senza rincorsa, tocc la palla con la mano. L'arbitro, Vannucchi
da Bologna, non se ne avvide e Facchetti, che era il
capitano, protest, rimediando un cartellino giallo. Fu in
quell'istante che il Cipe commise l'unica scorrettezza della
sua carriera (e il lettore valuti la gravit, di una tal scorrettezza).
Facchetti applaud l'arbitro, il quale non pot fare
altro - e direi quasi certamente suo malgrado - che tirar
fuori il secondo cartellino, quello rosso.
Ricordo quasi con le lacrime agli occhi quell'attimo. Il
nostro lungo capitano, bello biondo e di gentile aspetto,
razza padana avrebbe detto Brera, senza eccepire accett la
decisione dell'arbitro e di corsa attravers tutto il campo
in diagonale, dalla curva Sud alla Nord, nel cui angolo era
allora la porticina che conduceva agli spogliatoi. E ricordo
il commosso, travolgente omaggio che gli tribut l'intero
stadio di San Siro: tutti in piedi ad applaudire il gigante
che lasciava il campo, espulso per una prima volta che sarebbe
stata anche l'ultima. Tutti applaudivano: anche il mio
compagno di classe Gianni Riva, cacciavite fin nel midollo,
che mi accompagnava a vedere l'Inter mentre io lo accompagnavo
a vedere il suo Milan per ammirare Rivera (s, lo
ammetto: se Facchetti per Rivera era un angelo, Rivera, per
me interista, era la luce degli occhi. Rivera xe i miei ori,
diceva di lui il suo allenatore Nereo Rocco, el Paron, altro
personaggio di cui tutti, anche noi interisti, sentiamo la
mancanza).
Parlare di Facchetti mi porta a parlare pure di un altro
grande della nostra storia. Perch vedi Leo, ci sono certe
persone destinate a vivere in coppia. Nel senso che non ce
ne pu essere una senza l'altra. Stanlio e Ollio. Fruttero e
Lucentini. Garinei e Giovannini. Terzoli e Vaime. Age e
Scarpelli. Castellano e Pipolo. Gianni e Pinotto. Ric e Gian.
Cochi e Renato. Sacco e Vanzetti.
E come avrai gi capito, Burgnich e Facchetti.
Ricordo di aver seguito, ai miei primi passi da giornalista,
un Bologna-Milan finito 0-0. Era l'11 ottobre 1981, lavoravo
per il Corriere d'informazione e facevo il secondo
a Eveno Visioli, bravo e simpatico collega milanesone, che
mi port, prima della partita, a deliziarmi di una leggendaria
cotoletta alla bolognese da Nello, ristorante bolognese in
una stradina laterale di via Indipendenza. Fu in quell'occasione,
fra l'altro, che scoprii la bont vera della mortadella,
che da Nello, come in molti ristoranti e trattorie bolognesi,
servono in cubetti, o dadini che dir si voglia, mentre noi
lombardi la conoscevamo solo in quelle pallide, terribili fette
imbustate. Comunque.
Tarcisio Burgnich era l'allenatore di quel Bologna, che
aveva cominciato male la stagione. Il suo presidente era
Tommaso Fabbretti. A fine partita un collega, durante le
interviste, lanci una domanda: Non sarebbe ora di mettere
in discussione l'accoppiata Burgnich-Fabbretti?. E Stefano
Biondi, mio grande amico di una vita, collega di cui
abbiamo appena pianto la prematura e ingiusta scomparsa,
intervenne con la sua straordinaria ironia:
Ma non era Burgnich-Facchetti?.
Ecco, Leo, scusa se divago anch'io, ma  per dire quanto
fosse inscalfibile l'associazione fra i due: Burgnich e Facchetti.
Erano i due terzini della Grande Inter, pur se tanto
diversi l'uno dall'altro da un punto di vista tecnico (quanto
a seriet e correttezza, erano invece gemelli).
Di Facchetti s' detto: ha inventato il ruolo di terzino
che attacca e che segna. I gol di Burgnich, invece, credo
siano numerosi come le mosche bianche, anche se uno di
questi gol sta nel tabellino della sfida ricordata allo stadio
Azteca di Citt del Messico con una targa che la definisce
Partido del siglo, partita del secolo. Parlo, ovvio, di Italia-Germania
4-3, semifinale dei Mondiali 1970. Burgnich,
come ricorderai, segn nei supplementari quel gol del
2-2 che ci rimise in pista, dopo il tremendo 1-2 subito da
Karl-Heinz Schnellinger al 90' dei tempi regolamentari e da
Gerd Mller al 94'.
Ma, a parte quel gol, di palle infilate da Burgnich nella
porta avversaria se ne contano sei in quattrocentonovantacinque
partite di serie A. Perch se Facchetti era il terzino
che andava all'assalto per scardinare la porta avversaria,
Burgnich era quello che tirava gi la saracinesca davanti
alla propria. Marcatore straordinario, era l'incubo di tutti
gli attaccanti che se lo trovavano innanzi. Solo Pel riusc
a scherzarlo, volando un metro sopra di lui - e restando
sospeso nell'aria per un tempo che parve interminabile
- prima di mettere dentro, di testa, il gol dell'1-0 nella
finale del Mondiale 1970 (Brasile-Italia 4-1). Ma era, appunto, Pel.
Gli altri, i mortali, andavano a sbattere contro una roccia.
Fu Armando Picchi, il grande capitano dell'Inter
euromondiale, a chiamarlo cos: la Roccia. Burgnich arriv
all'Inter nel 1962, dal Palermo; Picchi nel 1960, dalla Spal.
E quando i due si ritrovarono insieme all'Inter, Picchi si
ricord di una Spal-Udinese del campionato 1959-60. Un
attaccante dei ferraresi era finito a terra dopo un contrasto
con Burgnich, che giocava con i friulani, e non riusciva pi
a rialzarsi. Picchi era andato a soccorrerlo e gli aveva chiesto
perch mai fosse cos conciato. Mi sono scontrato contro
una roccia, aveva risposto il compagno. Burgnich, la Roccia.
Razza friulana come Bearzot e Zoff.
Ti voglio raccontare un aneddoto, caro Leo. Nel 1983 lavoravo
per un quotidiano cattolico di Como che si chiamava
L'Ordine e seguivo la cronaca nera e lo sport, quindi anche
il Como, il cui allenatore era appunto Tarcisio Burgnich. Le
interviste con lui erano un supplizio. Quando andava bene
gli estorcevi un monosillabo perch, come sai, era di pochissime
parole. (.Anche se dotato di un sorprendente senso dell'ironia.
Ricordo che cera un collega del quotidiano La Notte  che
gli chiedeva sempre conto della posizione in campo dei giocatori
a seconda del numero della maglia. Come ricorderai, allora le
maglie erano numerate dall'uno all'undici, e la norma era che
il numero 2 fosse il terzino destro, il 3 il terzino sinistro, il 5
lo stopper, il 7 l'ala destra, il 9 il centravanti, e cos via. Questo
in teoria. Poi capitava qualche eccezione. In quel Como,
ad esempio, c'era un centrocampista che si chiamava Marino
Palese, e un giorno la Roccia lo mand in campo con il numero
11, quello tradizionalmente appiccicato alla schiena dell'ala
sinistra. Un falso 11, si direbbe oggi, perch Palese in campo ci
andava per rinforzare la truppa in mezzo, a far da frangiflutti.
Mister, come mai ha fatto giocare Palese ala sinistra?, gli domand
a fine partita quel collega de La Notte. A Burgnich,
invece che una risposta ovvia - Non ha giocato ala sinistra anche
se aveva il numero 11 - venne un'idea malandrina. Prese
tempo, disse qualche parola senza senso, e da allora, ogni domenica
cominci a confondere le carte, o meglio le maglie. E cos, a
ogni fine partita si sentiva il collega de La Notte" chiedere come
mai Nicoletti, che era un centravanti, avesse giocato ala destra,
perch Burgnich gli aveva dato il 7, oppure come mai Matteoli
 futuro campione d'Italia nerazzurro - avesse giocato libero e
non mezzala, perch Burgnich, per burla, gli aveva dato il 6,
e cos via. Una gag che dur tutto l'anno, per il divertimento
di noi cronisti nel sentire l'allenatore che inventava tattiche per
quel nostro collega tanto formalista quanto incapace di vedere
la reale posizione in campo dei giocatori.)
Ma ho divagato, Leo, e infatti chiudo la parentesi. L'aneddoto
che ti volevo raccontare  un altro.
Dunque seguivo il Como, e tutti i pomeriggi andavo a
vedere gli allenamenti sul campo di Orsenigo, un paese della
provincia.
Un giorno ce ne andammo via per ultimi io e il Mister,
che aveva accettato di fermarsi per qualche domanda sulla
partita della domenica seguente. Ce ne andammo dal campo
lui con la sua 500, e io con la mia Citroen Due Cavalli.
Io davanti, lui dietro.
A un certo punto ci dovemmo fermare a uno stop. Un
camion aveva perso il suo carico - un enorme rotolo di filo
di ferro - ostruendo cos il passaggio. Si era gi formata
una piccola colonna di auto, dalle quali era scesa una mezza
dozzina di volonterosi che provavano a spingere di lato l'ostacolo.
Ma invano. Il rotolo di filo di ferro non si spostava
di un centimetro.
Fu allora che Burgnich scese lentamente dalla 500 e, senza
dire una parola, and a cercare un qualcosa che potesse
fare da leva. Torn poco dopo con una sbarra di ferro e la
conficc sotto il rotolo, cominciando a spingere, da solo.
Non ci credeva nessuno. Ma dopo un paio di minuti, l'enorme
rotolo inizi a spostarsi verso il lato della strada: la
Roccia, in silenzio, aveva liberato la strada.
Di questi uomini  fatta la nostra storia, caro Leo. Di
Facchetti, di Burgnich. Stiamo parlando della leggendaria
difesa della Grande Inter.
In porta Sarti, meno appariscente di Albertosi e pi
simile a Zoff. Non aveva quasi mai bisogno di tuffarsi,
come si diceva allora. La sua forza era il piazzamento. Era
sempre l, dove gli altri avevano pensato di tirare. Giuliano
Sarti, che aveva gi vinto, prima di venire da noi,
uno scudetto con la Fiorentina, nel 1956, con in panchina
un altro grande maestro di calcio, Fulvio Bernardini
detto Fuffo. Purtroppo Sarti viene spesso ricordato per
la papera che ci cost, nel 1967, lo scudetto a Mantova.
Somma ingiustizia. Sarti  il portierone che mancava a
Herrera dopo il primo scudetto del 1963. Fu quell'estate
che lo comprammo dalla Fiorentina. E fu subito Coppa
dei Campioni.
Racconta Sandro Mazzola che, pochi minuti prima della
finale di Vienna, quella vinta con il Real Madrid 3-1, Sarti
fu preso da mal di pancia. Ansia. Somatizzava. Lo disse al
Mister. Benissimo, allora si scaldi Bugatti, disse Herrera.
Il quale era uno psicologo finissimo: invece di cercare di
convincere Sarti a sopportare il dolore ed entrare in campo,
disse subito al portiere di riserva di prepararsi, provocando
in questo modo l'orgogliosa reazione del portiere titolare,
che non ci stava a fare la figura del cacasotto. Sarti dunque
gioc: e fu, come sempre, bravissimo. Lui, Sarti, ha sempre
smentito questa storia raccontata da Mazzola: diceva che in
realt aveva preso una pallonata nel ventre durante il riscaldamento.
E chiss: magari fra i due, Sarti e Mazzola, c'era
pure qualcosa di irrisolto. Quell'Inter, si sa, era grande e
unita solo in campo.
Parlare di Sarti mi fa venire in mente i nostri portieri. Ne
abbiamo avuti tanti, fortissimi. Lido Vieri, Ivano Bordon,
Gianluca Pagliuca, Angelo Peruzzi, Francesco Toldo, Julio
Cesar, Samir Handanovic.
Ma per me uno su tutti caro Leo: Walter Zenga, "l'Uomo Ragno. Nerazzurro come pochi altri al mondo e nella
storia. Milanese. Per tre anni consecutivi (dal 1989 al 1991)
eletto miglior portiere del mondo dall'IFFHS.
Tutto il contrario di Sarti: Zenga in porta volava. Pochi
portieri sono stati pi spettacolari di lui. Le sue erano quasi
tutte parate impossibili: in parte perch lo erano veramente,
in parte perch impossibili le faceva sembrare lui,
tuffandosi anche quando forse non era necessario.  stato il
pi amato dei nostri numeri 1. Grande casinista, Walter: in
campo e nella vita.
Divent titolare nella stagione 1983-84, dopo un'estate
dolorosa per noi. Era il primo mercato con lo svincolo: cio
i giocatori, scaduto il contratto con la societ, erano liberi
di accasarsi con un'altra squadra. Non erano pi propriet
della societ. Due dei nostri decisero di lasciare: Gabriele
Oriali, che pass alla Fiorentina, e Ivano Bordon, che and
alla Sampdoria.
Ero a San Siro a vedere una partita di Coppa Italia alla
fine della stagione 1982-83 quando si seppe del duplice tradimento.
Il pubblico perdon Oriali: un po' perch sapeva
che il nostro presidente, Ivanoe Fraizzoli, aveva il braccino
corto e non gli aveva offerto lo stipendio che avrebbe meritato;
e un po', anzi molto, perch il Lele, il Piper, era
una nostra bandiera.
Non fu perdonato invece Bordon, perch proprio quel
giorno (o il giorno prima, vado a memoria) un fotografo
del quotidiano La Notte aveva beccato i dirigenti della
Juventus entrare nella sua casa, a Trezzano sul Naviglio.
Bordon passa alla Juventus, titol La Notte. E noi, figurati.
Quando Ivano Bordon si avvicin alla nostra porta, quella
della Nord dove a quei tempi andavo sempre nei Distinti
(oggi chiamati primo anello), accenn il saluto che faceva
sempre, alzando la mano destra: ma lo fece timidamente,
perch si sentiva in colpa. E infatti fu seppellito da una memorabile
sinfonia di fischi, povero Ivano. Poi, tra l'altro,
alla Juventus non ci and, credo anche per via dello scoop
de La Notte, che bruci la trattativa, e prese la strada per
Genova.
Fatto sta che Walter Zenga, il suo numero 12, che non
aveva mai giocato neppure un minuto nel campionato
1982-83, si ritrov titolare all'inizio della stagione successiva,
1983-84.
E che partita capit alla prima di campionato, 11 settembre
1983, proprio a San Siro? Inter-Sampdoria! Zenga
di qui e Bordon di l. Vinsero i doriani, 1-2, ma quel giorno
Zenga, che par l'impossibile, divent il beniamino di San
Siro. Lo sarebbe rimasto per 11 stagioni, 473 presenze, uno
scudetto (quello dei record con il Trap), due Coppe UEFA e
una Supercoppa Italiana.
Ma ho divagato. Dunque dicevamo: dopo Sarti, due
coppie inossidabili. Burgnich-Facchetti e Guarneri-Picchi.
Di Picchi abbiamo parlato nel primo capitolo: difensore
impeccabile, trasformato dal Mago da terzino destro
in libero, fermava gli attacchi frontali insieme con il suo
sodale Aristide Guarneri, lo stopper, senza far quasi mai
un fallo. Si muovevano insieme come quelli del nuoto sincronizzato.
Se Burgnich-Facchetti era la coppia di terzini
meglio assortita del mondo, Guarneri-Picchi era la coppia
di difensori centrali pi corretta del mondo. Che difesa
avevamo, Leo... Il mio vecchio amico e collega Ciccio
Venino, pi vecchio di me di una decina d'anni ed egli
pure prematuramente scomparso (non ha visto neppure il
Triplete, purtroppo), insomma uno di quegli interisti che
ebbe la fortuna di vedere la Grande Inter, mi raccontava
che allo stadio, quando noi passavamo in vantaggio, tutti
erano tranquilli. Non sarebbero mai riusciti, gli avversari,
a pareggiare. Con Sarti, Burgnich, Facchetti, Guarneri e
Picchi il vantaggio era in cassaforte. Andare a San Siro con
quella squadra l era come andare a vedere una partita di
baseball. Potevi fare un picnic. Altro che la tachicardia e
la cacarella che ci prendono adesso anche se siamo sul 3-0
per noi.
Facchetti, Burgnich, Picchi... Di questi uomini  fatta la
nostra storia. Di questi ma anche di tanti nerazzurri ignoti
o quasi, come Francesco Canella attaccante da Noventa di
Piave, che vinse uno scudetto con l'Inter 1964-65 contribuendo
con 4 presenze e 0 gol; o come Carlo Soldo difensore
da Genivolta, che fu tesserato per l'Inter nella stagione
1966-67 totalizzando in campionato zero presenze, ma segnando
un gol negli ottavi di finale di Coppa dei Campioni
contro il Vasas Budapest... Nomi, come tanti altri, sconosciuti
ai pi: ma non Carneadi bens gregari, umili ma preziosi
portatori d'acqua senza i quali la storia dell'Inter non
sarebbe la stessa, avendo anch'essi contribuito a scriverne
qualche riga.
Una storia, caro Leo, che divagazione dopo divagazione
abbiamo lasciato alla fine dell'era Bersellini. Dopo di lui
arriv Rino Marchesi, che i tifosi dei Distinti Nord chiamavano
Tavor perch dicevano che con lui la squadra dormiva,
e poi Gigi Radice, amatissimo dal nostro popolo che
vedeva in lui, pi che il passato rossonero, il cuore granata.
Un anno solo Marchesi, un anno solo Radice. 1982-83 e
1983-84: anni anonimi, sofferti con l'impietoso paragone
fra il nostro Hansi Mller e lo juventino Michel Platini;
anni cadenti che segnarono la fine dell'era Fraizzoli.
Ricorderai, a proposito di sfiga, il motivo per cui noi
avevamo Hansi Mller e la Juve Platini.
Il francese era stato scoperto da noi, e tenuto sotto contratto
per anni in attesa della riapertura delle frontiere. Ma
quando venne dato il permesso di acquistare gli stranieri,
Platini lo scartammo, perch aveva subito infortuni alle
ginocchia e si temeva non potesse pi essere quello di prima.
Virammo dunque sul tedesco Hansi Mller: il quale,
appena preso da noi, il ginocchio se lo sfasci davvero.
Mah.
Un giorno del 1984 vedemmo in prima pagina sulla
Gazzetta un titolone: Una voce a Milano: Fraizzoli vende
l'Inter. Era vero. L'Ivanoe aveva venduto a Ernesto Pellegrini,
un milanese che aveva fatto fortuna con le mense,
compresa quella della Juventus a Villar Perosa. L'avvocato
Agnelli, che sapeva essere perfido, comment: Mi hanno
detto che il nostro cuoco ha comprato l'Inter.
Eppure Pellegrini  stato un grande presidente. Sfortunato,
perch si sarebbe presto imbattuto con il ciclone Berlusconi
al Milan. Ma comunque grande. Si present portando
a Milano Karl-Heinz Rummenigge, due volte pallone d'oro
(1980 e 1981), ancora fenomenale anche se un po' acciaccato.
Liquid subito Radice (e mi dispiacque: fu un errore)
per prendere, dai cugini, Ilario Castagner, di cui si ricordava
un prodigioso secondo posto con il Perugia nel 1979, mentre
nulla si sarebbe poi ricordato con i nostri colori.
Ci vollero due anni, a Pellegrini, per gettare le basi di
una nuova Inter vincente. Ci riusc quando dalla mensa di
Villar Perosa riusc a portar via, sotto il naso dell'Avvocato
- che se ne sarebbe pentito - un piatto prelibato. Un certo
Giovanni Trapattoni.
E ora vai Leo, tocca a te.
...
.
...
12.
...
.
...
Caro Michele,
certamente resterai sorpreso, eppure a me l'epopea
nerazzurra del Trap fa venire in mente una scimmia e un ragno.
Ma mi spiegher, stai tranquillo.
Con la scimmia c'entra mio padre. Ero un bambino piccolo,
primi anni Sessanta. Stavamo sotto l'ombrellone a Cesenatico
e lui rideva, sfogliando il giornale. Motivo: aveva
appena letto che in Brasile avevano dato il nome Trapattoni,
con una t sola, a un macaco. E come mai? Perch in
una partita Italia-Brasile del 1963 il nostro Trap non aveva
fatto toccar palla al mitico Pel, restandogli aggrappato alla
maglia appunto come una scimmia.
Ci premesso, ti giuro che io mai ho dubitato delle origini,
non zoologiche, del personaggio. Anzi, davanti a...
Trapattoni il sottoscritto si  pure inginocchiato e non in
senso metaforico.
Devi sapere che alla fine dell'estate del 2000 il glorioso
Giovanni fu nominato, a furor di popolo, allenatore della
Nazionale. Debutto previsto a Budapest, contro l'Ungheria.
Il giornale mi manda e io mi trovo sull'aereo degli Azzurri.
Ci sono cose che fai d'istinto, che ti vengono di getto.
Decolliamo da Pisa e a un certo punto mi viene in mente di
avere un debito da saldare.
Ti ho detto che era il 2000. L'Inter non vinceva uno
scudetto dal 1989. Cio aveva conquistato appena un titolo
nei vent'anni seguiti all'impresa di Bersellini. Un incubo,
per me, per te, per la nostra generazione di interisti.
E che dovevo fare, su quell'aereo Azzurro? Mi avvicinai
al sedile che ospitava le terga del Trap o Trapattoni alla brasiliana
o Giuanin come dite voi a Milano. Mi avvicinai e
sotto lo sguardo sbalordito del diretto interessato piegai le
rotule dichiarando: mi importa sega della formazione che
intende schierare contro l'Ungheria, desidero ringraziarla
per il 1989, lo scudetto nerazzurro dei record...
Il Trap  sempre stato un buon uomo. Credo mi abbia
compatito con il garbo di chi ne ha viste (e vinte) tante.
Per, io suppongo che persino per uno come lui, campione
di tutto con la Juventus, timoniere di successo all'estero con
Bayern e Benfica, CT pure dell'Irlanda e bla bla bla, ecco, io
suppongo che persino per lui il trionfo con l'Inter sia stato
speciale, particolare, magari unico.
Ti ho detto del contesto storico, caro Michele. Tra il
1980 e il 2006, un arco di tempo pi lungo del fascismo al
potere, la Beneamata ha festeggiato una volta sola. Per capirci,
nel 1980 Bettino Craxi era un politico rampante e nel
2006 era gi memoria. Nel 1980 l'Unione Sovietica invadeva
l'Afghanistan e nel 2006 a Kabul i talebani progettavano
la rivincita sugli americani, che dopo 1' 11 settembre del
2001 li avevano cacciati dal potere. Nel 1980 io chiamavo
la mia ragazza dalla cabina del telefono a gettoni, nel 2006
avevamo tutti in tasca un cellulare.
In mezzo, calcisticamente parlando, per noi interisti c'
stato solo Trapattoni, stavolta con doppia t. Lui e il suo
quinquennio nerazzurro, lui e le sue sclerate, le sue mattane,
la sua ideologica contrapposizione al Milan spettacolo
di Berlusconi, lui e la tenace, feroce applicazione spesa in
servizio di una utopia.
Utopia, esatto. Perch questo ti voglio dire, vecchio
Brambillone mio: avendo lavorato al servizio della dinastia
Agnelli, se c'era uno che intuiva quanto fosse difficile fare
calcio e vincere altrove, ecco, se c'era uno che comprendeva
l'entit della sfida, be', quello era il Trap. Che si trasfer alla
Pinetina a fine estate del 1986, vagamente ignaro che al
Sistema classico, al Potere Fiat, si era appena aggiunta l'innovazione
devastante del berlusconismo in salsa rossonera.
Ci nonostante, il Trap, con noi e per noi, ce l'ha fatta.
E per chi ha il coraggio di vedere le cose per quello che
sono, il 1989 del Giuanin, a due secoli dalla Rivoluzione
francese e in coincidenza con la caduta del Muro di Berlino,
insomma, s, fu la presa della Bastiglia, la nostra presa della
Bastiglia. Anche se poi, caro Michele, colto come sei tu mi
insegni che, dopo l'esaltazione del potere al popolo, arriva
sempre la Restaurazione. Che sarebbe durata fino al 2006.
Prima, per...
Prima, per, il Trap si  scrollato di dosso il suo glorioso
passato bianconero, per tacere degli anni in cui era stato,
sul campo, un ruvido pilastro del Diavolo di Paron Rocco.
Si pu essere amici per sempre, cantavano i Pooh. Anche
in assenza di un passato condiviso, aggiungo io sommessamente.
E perdonami l'azzardo, vecchio mio, per l'ha detto
il diretto interessato. Trapattoni speaks: Uno scudetto vinto
con la Beneamata ne vale cinque con la Vecchia Signora.
Libero ognuno di interpretarla come meglio preferisce, una
frase cos.
Ma poi, perdona l'insistenza: ci rendiamo conto di cosa
fu essere nerazzurri nella Milano calcistica e televisiva del
Cavaliere di Arcore?!?
Mi guarder bene dal buttarla in politica. Limitandomi
a osservare che il Berlusca patron dei cugini poteva investire
nel pallone denari che il nostro cuoco di Villar Perosa, l'Ernesto
Pellegrini, al massimo sognava di notte, fra un catering
e una fornitura di vitello tonnato.
Eppure, accadde. Nel bel mezzo della acritica beatificazione
del calcio alla Arrigo Sacchi, ci fu un'alternativa.
Quasi una rivolta plebea. Gli olandesi targati Canale 5 erano
bellissimi da vedere, chi lo nega. Per, trovarono una
barriera.
Ah, il Trap! Etichettato ancora e sempre come un tardo
epigono del catenaccio, anche se giocava con due punte e
Platini a Torino era diventato Platini con lui e magari pure
un poco grazie a lui.
Ah, il Trap! Sgradito alle belle penne della critica, in trasferta
partiva sempre dalla sana idea che lo 0-0 non era un
risultato da buttare. Ma se vai a vedere, in quel meraviglioso
Ottantanove, serie A a diciotto squadre, giusto due punti
a vittoria e non tre, la sua Inter fece bottino pieno ventisei
(26) volte, pareggi in sei occasioni e perse un paio di
partite, una a Firenze all'ultima di andata e una col Toro a
scudetto gi matematicamente acquisito. Totale 58 punti,
record assoluto e si presume insuperabile, almeno per il calcio
di allora.
Piccolo break privatissimo. Fine maggio, appunto del
1989. A San Siro  in programma Inter-Napoli, la sfida che
pu matematicamente consegnarci lo scudetto. Allora tutte
le partite venivano disputate alla stessa ora. E non c'erano
dirette televisive. Dunque, o stavi allo stadio oppure ti attaccavi
al tram. Pardon, alla radio.
A meno che. A meno che tu non ti trovassi all'estero.
Per la precisione in Messico: ero l per un Gran Premio di
Formula 1. Al solito la Ferrari non toccava palla (ti invito a
riflettere su cosa significhi essere, contemporaneamente,
innamorati della Rossa di Maranello e della Beneamata, ehm
ehm).
A Mexico City  domenica mattina. Accendo pigramente
la TV della camera d'albergo. Vago su improbabili canali.
Di colpo mi imbatto in scene calcistiche. Ma tra fuso orario
e assoluta impreparazione all'evento, be', solo quando il
telecronista si mise a gridare Maradona, Maradona, Maradona...
mi resi conto del regalo che mi stava facendo il
destino.
Regalo, esatto. Pur non essendo a San Siro, anzi, standomene
dall'altra parte dell'oceano, ebbi il privilegio di
godermi in diretta, ao vivo come strillava il telecronista
messicano, la sublimazione dello scudetto dei record. La
punizione del 2-1 mi fece precipitare gi dal letto (e non
sto scherzando, ho ancora l'ematoma).
Che cosa non fu il nostro Ottantanove! Alla faccia del
difensivismo, quella era un'Inter spettacolare. Con un motore
tedesco come Matthaeus, donnaiolo impenitente, uno
che di notte scappava a Lugano a fare le ore piccole e il Trap
se ne era accorto e alla Pinetina la mattina dopo gli controllava
il contachilometri dell'automobile. Solo che Lothar era
pi furbo e prima di arrivare ad Appiano Gentile sostava
nella officina di un amico meccanico e il contachilometri
lo taroccava...
Era un'Inter ferocemente proletaria, incarnata a bordo
campo dal socialismo umanitario del portiere di riserva
Astutillo Malgioglio, un grande uomo che dedicava ai disabili
i suoi soldi e il suo tempo libero. Era un'Inter forgiata
nel ferro, con l'altro germanico Brehme che pompava sulla
fascia, Matteoli che dava i tempi in mezzo, Zenga, Bergomi,
Ferri e Mandorlini a menare dietro e ai gol ci pensava Aldone
Serena, acceso dalla vivacit di Bianchi, Berti e Diaz.
Diaz! Un argentino che si chiamava come il maresciallo
del trionfo bellico di Vittorio Veneto nel 1918. Un sudamericano
dall'aria triste che vanta un incredibile doppio
primato.
Tanto per cominciare, il gaucho Ramon manco doveva
far parte di quel gruppo mitico. Il centravanti scelto dal
Trap era il Tacco di Allah, alias Madjer, bomber del Porto.
Costui aveva vinto la Champions in coppia con Juary
(te lo ricordi? Presunto nuovo Jair, incubo di San Siro per
la sua disarmante pochezza) e prometteva sfracelli. Ma il
Tacco di Allah non super le visite mediche e in extremis
Pellegrini fu costretto a ripiegare sul maresciallo, pardon,
su Diaz. Che se la cav benissimo, contribu al titolo ma
non venne confermato (e siamo al record bis) perch l'Ernesto,
in anticipo, aveva prenotato un terzo crucco. Jrgen
Klinsmann.
E qui vengo alle dolenti note dell'era trapattoniana. Mi
ha detto una volta lo zio Bergomi: eravamo cos forti che
avremmo dovuto vincere molto di pi. Aprire un ciclo, sissignore.
Invece. Invece arriv Klinsmann, presto ribattezzato la
pantegana bionda dalle voci televisive della Gialappa's. In
realt non era malvagio, Jurgen. Ma Diaz era il partner perfetto
per quel pistolone di Serena e inoltre toccare un meccanismo
perfetto implica dei rischi.
In breve. Dopo l'Ottantanove, il Trap dipinto di nerazzurro
tenne alta la bandiera portando a casa la prima Supercoppa
italiana (1990) e restituendo dopo un quarto di secolo all'Internazionale appunto la dimensione internazionale,
alzando la Coppa UEFA nel 1991 (grazie al ragno che citavo
all'inizio, tra un po' ci arrivo).
Ma buttammo due scudetti, fidati. Nel 1990 i tre tedeschi
avevano in mente il Mondiale, che infatti poi si aggiudicarono
battendo l'Argentina di Maradona nella finale
di Roma. Facciamo che si risparmiarono, tirando talvolta
indietro la gambetta. Il Trap se la leg al dito, aveva intuito
qualcosa. Mentre nel 1991 stava scritto da qualche parte
che se Cristo si era fermato a Eboli il tricolore poteva pure
planare sulle maglie della Sampdoria di Vialli e Mancini.
Nonostante questi rimpianti, ribadisco noiosamente
il concetto: il Trap appartiene alla nostra storia migliore.
Come l'Uomo Ragno (vedi che sono di parola?): nel match
di addio del Giuan, la eurofinale bis contro la Roma all'Olimpico,
il mattocchio Walter Zenga par tutto, ma proprio
tutto. E si sarebbe ripetuto, l'Uomo Ragno, nel 1994, contro
il Salisburgo, per un altro trionfo in UEFA.
Di l a poco, all'Inter non ci sarebbe pi stato Zenga e
sarebbe calato il sipario anche sull'era - comunque da non
dimenticare! - del presidente Pellegrini.
Caro Michele, credo che a questo punto nessuno meglio
di te possa raccontare cosa ha rappresentato per noi interisti
la famiglia Moratti. Nella versione Angelo e nella versione Massimo.
...
.
...
13.
...
.
...
Eh s, caro Leo: Moratti. Per noi Inter vuol dire Moratti,
e Moratti vuol dire Inter.
Pensa solo a questo: la nostra Beneamata esiste da centoquindici
anni, essendo stata fondata il 9 marzo 1908
al ristorante Orologio di piazza del Duomo a Milano su
iniziativa di alcuni ex milanisti ravveduti (come sai Nostro
Signore dice che c' pi gioia in cielo per un peccatore che
si converte che per cento giusti che restano tali). Bene: in
questi centoquindici anni, la famiglia Moratti  stata proprietaria
per trentuno anni. Tredici anni pap Angelo Moratti,
diciotto il figlio Massimo. In questi trentuno anni,
l'Inter ha vinto 23 titoli: sette con Angelo (tre scudetti,
due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali),
sedici con Massimo (cinque scudetti, una Champions League,
un Mondiale per club, una Europa League, quattro
Coppe Italia, quattro Supercoppe Italiane). In totale, in
centoquindici anni di storia l'Inter ha vinto 44 titoli: di
questi, pi della met, 23 (e tutte le Champions e i titoli
mondiali...) quando la societ  stata di propriet della
famiglia Moratti. C' altro da aggiungere? No, direi che
non c' altro.
Ma prima di parlare del ritorno della Famiglia, lasciami
spezzare ancora una lancia in favore di Ernesto Pellegrini.
Abbiamo gi detto della sua malasorte: quando fu presidente,
si trov come dirimpettaio il pi ricco, spendaccione e
vincente della storia di quelli l: Silvio Berlusconi. Eppure
Pellegrini vinse lo scudetto dei record con una squadra che,
come dici tu, avrebbe potuto vincerne tre, di campionati;
e port a casa due Coppe UEFA, trofeo che mancava dalle
nostre bacheche, e che a quei tempi a volte valeva (tecnicamente)
anche pi della Coppa dei Campioni. Vi partecipavano
infatti le seconde, le terze e le quarte di tutti i
campionati europei: e fra queste partecipanti c'era spesso,
per non dire quasi sempre, la squadra che avrebbe poi vinto
il proprio titolo nazionale.
Pellegrini le prov tutte. Finito il ciclo del Trap, fu sciaguratamente
preso dal complesso del Berlusca e prov a copiare
la scommessa che il Cavaliere aveva vinto con Arrigo
Sacchi: un allenatore che veniva da un ottavo posto in serie
B ma che predicava il calcio nuovo, totale e pressante e offensivo
e spettacolare eccetera. Al Milan era andata bene e
allora Pellegrini chiam sulla panchina dell'Inter, dopo il
Trap, un altro allenatore che era arrivato ottavo in serie B e
che prometteva la zona integrale e quelle balle l: Corrado
Orrico, dalla Lucchese.
Eh vabbe'. Di Orrico  rimasta nella memoria la gabbia
che aveva fatto costruire alla Pinetina per rinchiudere
i giocatori durante i suoi allenamenti creativi; e una onesta
lettera di dimissioni alla met del suo primo e unico
campionato all'Inter, il 1991-92. Fu sostituito, ancora una
volta, dal soldato Luisito Surez, sempre pronto a dire di
s alla causa.
Ma alla fine di quell'anno post-Orrico/Surez, Pellegrini
- per dire come davvero le provava tutte - port a Milano
Osvaldo Bagnoli, che aveva fatto miracoli al Verona (vincendo
lo scudetto pi clamoroso della storia del calcio) e al
Genoa, portato al quarto posto in campionato e in semifinale
di Coppa UEFA, sbancando tra l'altro l'Anfield, stadio
del Liverpool, battuto in casa sua 1-2 dopo il 2-0 per il
Genoa a Marassi.
Lasciami dire una cosa sulla quale non so se tu sia d'accordo.
Ma secondo me Bagnoli - milanesone anche lui: se
Chiappella era il Mago di Rogoredo, lui era il Mago della
Bovisa -  stato il miglior allenatore dell'Inter (a parte Mourinho
e Conte, fuori classifica) di tutti quelli che ha visto la
mia generazione, cio da Alfredo Foni in poi. Predicava un
calcio semplice (il terzino deve fare il terzino, il libero il
libero e la mezzala la mezzala. Davanti ci vuole uno grande
e uno piccolo: Elkjaer e Galderisi al Verona, Skuhravy e
Auguilera al Genoa, Pancev e Sosa all'Inter) perch era un
uomo vero e semplice, che non vuol dire fesso. Una perla
rara in un mondo che gi stava popolandosi di divi di plastica
quando non di cartapesta.
Ti racconto questa. Quando Bagnoli pass dal Verona al
Genoa il nostro collega e amico Roberto Perrone (anche lui
gi cos in fretta andato in paradiso...) che lavorava al Corriere
della Sera con me, chiese di andare a seguire il ritiro
dei Grifoni, dei quali era tifosissimo. L, nel ritiro genoano,
chiese e ottenne un'intervista al nuovo Mister, il quale si
present con una giacca beige. Poco sotto il taschino sulla
parte sinistra del petto, Perrone not uno strano segno: una
specie di tondo pi chiaro del resto, e delimitato da una
serie di piccolissimi fori. A me questa giacca pare di averla
gi vista, pens Perrone. E infatti dopo poco si scopr il mistero:
era la ex giacca sociale del Verona, dalla quale Bagnoli
aveva scucito il distintivo sociale. Avrei dovuto buttarla
via? Era quasi nuova..., disse l'Osvaldo. Pensa ai CR7 di
oggi. Lasm perd...
Uomo semplice, ti dicevo. Quand'era al Verona aveva
in squadra il centravanti scozzese Joe Jordan detto Lo
Squalo, ex Leeds ed ex Milan. Si pronunciava, ovviamente
Giordan. Ma Bagnoli lo chiamava cos come lo leggeva:
Iordan. E i giornalisti lo correggevano: Mister, si scrive
Jordan ma si legge Giordan.
Bene. Al suo secondo anno interista, Bagnoli si trov
in rosa il centrocampista olandese Wim Jonk, acquistato
dall'Ajax insieme con il presunto fenomeno Dennis Bergkamp,
un mezzo attaccante che fu l'ultimo tentativo di
Pellegrini per competere con il Milan, e che si rivel ahinoi
timido ed evanescente, pauroso perfino di saltare di testa sui
calci d'angolo.
Ma veniamo a Jonk: si pronunciava Ione, perch l'olandese
non  l'inglese. Ma Bagnoli, memore delle lezioni
impartitegli dai giornalisti su Jordan, lo chiamava Gionc.
Ecco, per dirti chi  stato Bagnoli Mister: uno che non si
capacitava del fatto che Jordan si pronunciasse Giordan e
Jonk si pronunciasse Ione. Ma il suo calcio era elementare
e bellissimo: pochi tocchi di prima e si andava in porta. E
senza tirarsela da maestro di calcio.
Al suo primo anno, con una squadra modesta, il Mago
della Bovisa sfior lo scudetto dietro a un Milan stellare
che poteva permettersi di tenere in panchina un Pallone
d'oro come Jean-Pierre Papin. Al suo secondo campionato
sulla nostra panchina fu ignobilmente esonerato quand'era
sesto a 9 punti dal medesimo Milan, e quell'esonero 
uno dei punti pi bassi della nostra storia. Pellegrini cacci
Bagnoli per mettere in panchina il Pinnuto Giampiero
Marini, il quale si salv alla penultima giornata dalla retrocessione,
anche se vinse rocambolescamente la nostra
seconda Coppa UEFA. Convocato nella villa di San Siro
di Pellegrini dopo una sconfitta interna con la Lazio nel
girone di ritorno, alla notizia dell'esonero Bagnoli rispose
al suo presidente con due sole parole: Si vergogni. Poi,
uscendo, disse ai giornalisti: Ho guardato i bollini sul libretto
dell'Inps: sono sufficienti per la pensione. E smise
di allenare.
Dopo Bagnoli-Marini arriv Ottavio Bianchi, che sette
anni prima aveva vinto uno scudetto a Napoli con Maradona.
Fu l'ultimo atto della presidenza Pellegrini. Il quale, su
pressione della piazza, dovette cedere al ritorno della Famiglia.
Di Massimo Moratti.
E qui ti racconto come and, caro Leo: perch tu mi
ricordi spesso il mio libro L'Eskimo in redazione, e ti ringrazio,
ma la cosa di cui sono pi orgoglioso nella mia vita da
giornalista  l'intervista con la quale Massimo Moratti annunci,
per la prima volta, che si sarebbe ricomprato l'Inter.
Se c' un Dio del giornalismo e dell'Inter, andr in paradiso
solo per quell'intervista. Ecco che cosa successe e come.
Era la fine del 1994 e in estate, dopo che il Milan aveva
vinto scudetto e Coppa dei Campioni, ci eravamo rinforzati
con Gianluca Pagliuca (bravissimo: ma, per prenderlo,
vendemmo l'Uomo Ragno), Giovanni Bia, Andrea Seno e
Pierluigi Orlandini. Amen. Il povero Pellegrini era ormai
svenato e il popolo nerazzurro rumoreggiava invocando il
ritorno della Famiglia. Il nostro grande collega Fabio Monti
(Corsera, come me all'epoca) a Natale mand a Massimo
Moratti una busta con dentro 10 mila lire e un biglietto:
presidente, questo  il mio contributo, adesso tocca a lei,
ricompri l'Inter, la supplico.
Al Corriere c'era anche Carlo Verdelli, per me il Mourinho
dei direttori, che all'epoca curava Sette, l'inserto
settimanale. Essendo interistissimo egli pure (da bambino
aveva giocato con Carletto Muraro sulle strade del
Gallaratese, quartiere operaio di Milano) mi disse: dobbiamo
spingere Moratti a riprendere l'Inter, chiamalo e fagli un'intervista.
Ma Moratti, di parlare, non ne aveva mezza voglia:
soprattutto di parlare dell'Inter.
Ma tu non dirgli che parlate dell'Inter, mi disse Verdelli.
Lo chiami e gli dici: mezza Milano vorrebbe che lei
ricomprasse l'Inter, suo fratello Gianmarco  diventato presidente
dei petrolieri, sua cognata Letizia  la nuova presidente
della Rai... Insomma dopo tanti anni torna a circolare
il nome Moratti,  l'occasione per raccontare la storia
della sua famiglia.
E cos, con questa foglia di fico, chiamai Massimo Moratti,
il quale mi diede appuntamento negli uffici della Saras,
l appena sotto il Duomo, ma solo dopo avermi strappato
la solenne promessa che avremmo parlato della sua famiglia
e non dell'Inter, perch non aveva nessuna intenzione di
prendersi una grana del genere.
Ci vedemmo in uno dei primissimi giorni di gennaio.
Mi accolse da gran signore qual , e con una confessione:
Questa mattina le ho telefonato a casa dicendo una frottola,
che avevo l'influenza, perch non ho nessuna voglia di
fare questa intervista. Ma lei era gi uscito, e ormai  qua.
Ci sedemmo e cominciammo a parlare di tutto fuorch
di calcio. Ogni tanto per lo interrompevo indicandogli
alcune fotografie che aveva sulla scrivania: ma quello, dicevo,
 Corso dopo quel derby vinto 1-0, con un suo gol?
S, esatto, rispondeva, e poi riprendeva a parlare magari di
Berlusconi e del sindaco di Milano. Ma quello - dicevo poi
- non  Bedin? Come mai aveva il numero 3, che di solito
aveva il 4? Che partita ?. E lui rispondeva. E io: Quello
 Surez con Eusebio?, e via, finch a un certo punto mi
chiese: Ma  interista anche lei?.
Da quel momento parlammo solo dell'Inter, e di quanto
gli sarebbe piaciuto riprendersela, ma la moglie non voleva,
e poi Pellegrini l'avrebbe venduta a chiunque ma non a lui
eccetera eccetera.
L'altra sera - mi raccont - eravamo in casa davanti alla
TV, a vedere un film su Italia1: io, mia moglie Milly e nostro
figlio Angelomario. Io e mio figlio sapevamo che, dopo il
film, a Pressing avrebbero parlato di noi e dell'Inter. E cos ci
eravamo accordati di spegnere la TV appena finito il film, in
modo da non far sapere niente a mia moglie. Be', a un certo
punto, mentre scorrevano le ultime immagini del film, non
appare in sovrimpressione la scritta Tra pochi minuti servizio
esclusivo: come sar la nuova Inter di Moratti? Ecco,
le lascio immaginare Milly.
Ma si capiva che la passione avrebbe vinto. E s, mi disse
alla fine, la riprender, la Beneamata. Tanto che ci mettemmo
pure a parlare dell'allenatore. C'era in panchina, in
quell'ultimo anno di Pellegrini, Ottavio Bianchi, appunto.
Non mi dispiace, disse Moratti. Ma era tentato, gi da
subito, dalla novit. Mi piace anche Claudio Ranieri, che
allora era alla Fiorentina. Pi che una novit, Franco Carraro,
ex presidente del Milan (e del Coni, e della FICG, ed
ex ministro, ed ex sindaco di Roma... il poltronissimo, lo
chiamavano) gli aveva appena suggerito un coup de theatre:
portare sulla sponda nerazzurra di Milano Arrigo Sacchi: il
quale, peraltro, in giovent era stato interista. Operazione
complicata. Potrei per prendere Zeman, mi disse Moratti.
Non vinceremmo, ma daremmo spettacolo. Sa, nel
calcio non si riesce a vincere subito, anche mio padre lo sapeva
e lo speriment. Ma l'importante  dare subito ai tifosi
un motivo per andare a San Siro. Mio padre lo fece con dei
giocatori di classe: dopo due anni prese Angelillo, e la gente
andava allo stadio anche solo per lui. Con Zeman, i tifosi
verrebbero a vedere il suo calcio.
Fin cos: con me praticamente in ginocchio a supplicarlo di riprendersi la Beneamata e con la fotografa di Sette,
Isabella Balena, che un po' rideva, un po' si scandalizzava
per la mia totale assenza di distacco professionale.
Quando ci lasciammo, lui mi regal una sterlina d'oro
del 1967: Sono le monete che mio padre regalava ai giocatori
dopo le vittorie, mi disse: Ma mi raccomando, non
scriva niente di quello che ci siamo detti sull'Inter. Ma si
figuri presidente, ci mancherebbe, questi erano e sono i patti.
Giurin giuretta.
Arrivato in redazione, Verdelli mi fece vedere l'impaginato
che aveva gi confezionato, ancor prima di sapere
com'era andata l'intervista. La prima coppia di pagine era
interamente occupata da una foto della nostra curva di San
Siro, tutta bella imbandierata. In mezzo, una piccola foto
di Massimo Moratti e il seguente titolo: Il futuro? Lo vedo
nero. E azzurro.
La mattina in cui usc l'intervista - nella quale ovviamente
si parlava solo dell'Inter, e che fu una bomba soprattutto
a Milano - arrivai al giornale e Lucia, la segretaria di
redazione, mi disse: Ti ha cercato Massimo Moratti. Lo
richiamai tremebondo, perch lo immaginavo furente. Fu
invece, ancora una volta, un gran signore: Lei mi ha incastrato,
adesso non posso pi tirarmi indietro. Comunque
complimenti, bella intervista.
Cos noi bauscia potemmo uscire a riveder le stelle.
Moratti acquist subito Paul Ince dal Manchester United,
il brasiliano Roberto Carlos e soprattutto colui che sarebbe
diventato Il Capitano: Javier Zanetti. Cambi presto
Ottavio Bianchi detto Il Piastrella con Roy Hodgson detto
Stanlio, e insomma i primi due anni furono di assestamento,
in attacco c'erano Branca e Ganz, in difesa Festa,
Fresi e Massimo Paganin.
Ma l'Inter vera era tornata. Lo capimmo nell'estate
del 1997, quando Massimo Moratti port a Milano Luis
Nazrio de Lima detto Ronaldo, il Fenomeno.
...
.
...
14.
...
.
...
Caro Michele,
non so se rientri tra le tue passioni l'astronomia.
Io invece sono innamorato dello spazio profondo dai
tempi della corsa alla Luna. Roba che risale all'epoca della
nostra infanzia: apparteniamo entrambi a quella generazione
che non potr mai dimenticare le missioni Apollo e il
primo passo di Neil Armstrong. E forse sai anche tu che gli
studiosi del cielo hanno preso l'abitudine di conferire nomi
evocativi agli astri della galassia.
Ebbene, mi dispiace che fino a oggi nessuno abbia ancora
pensato di dare a una stella cometa un nome magico.
Ronaldo!
Perch questo sommessamente io credo sia stato, per noi
interisti, Luis Nazrio de Lima. Non una meteora, che transita
velocissima che quasi non la vedi. Bens, appunto, una
cometa, con la coda luminosa, abbagliante, stazionante nelle
tenebre. Non per sempre, giusto per accenderti di emozione.
Un'emozione che sai non potr durare (d'accordo,
d'accordo: Gaspare, Baldassarre e Melchiorre il concetto te
lo avrebbero spiegato meglio di me, ma devi accontentarti).
La cronaca e la storia, my friend, narrano che Ronaldo
disput l'ultima partita con la gloriosa maglia nerazzurra
quella tremenda domenica del 5 maggio 2002. Certamente
 andata cos per la statistica, ma qui e ora mi incaricher
di dimostrare che si tratta di un falso sentimento. Di una
distorta percezione della realt. Fermo restando che furono
dolorosamente autentiche le lacrime spese dal nostro Fenomeno
sulla panchina dell'Olimpico.
In effetti, la stella cometa si era spenta addirittura quattro
anni prima. Come i pastori del racconto evangelico, anche
noi, per un lunghissimo periodo, ci illudemmo di rivederla.
La cercammo ovunque, scambiando lampi di luce per
promesse di una accecante risurrezione. Invece, la storia era
finita ed era finita, paradossalmente, nell'istante pi bello,
pi intenso, pi appagante.
Maggio 1998. Una notte a Parigi. Stadio del Parco dei
Principi. Finale della Coppa UEFA, allora importantissima.
La Beneamata contro la Lazio. Dodici mesi prima avevamo
fallito l'assalto al medesimo trofeo perch, un attimo prima
dell'esecuzione dei calci di rigore, il nostro allenatore shakespeariano,
tale Hodgson, aveva pensato bene di azzuffarsi
con Javier Zanetti. Robe da Inter e infatti la Coppa la alzarono
i tedeschi dello Schalke. Fu dopo quella sconfitta che
Massimo Moratti, presidente da un paio di stagioni, decise
di rompere gli indugi. Non aveva comprato il sogno di suo
pap Angelo per accontentarsi di mezze soddisfazioni.
Andai a incontrare il presidente nel suo ufficio in Galleria,
a Milano. Dovevo restare mezz'ora ma quando fu chiaro
che non si trattava di un'intervista, semmai di una riunione
tra complici, ecco, chiarito il punto, Moratti mi tenne davanti
alla scrivania per due ore buone. Nascita di una simpatia
reciproca, destinata a trasformarsi in amicizia.
A un certo punto Massimo mi disse: sa, qui tutti i giornali
scrivono che voglio strappare Batistuta alla Fiorentina,
ma quello  il piano B. Colto in contropiede (e magari pure
vagamente preoccupato, rammentando gli acquisti di Caio
e Rambert), mormorai: scusi, e quale sarebbe il piano A?
Ronaldo!
La stella cometa!
Non precipitai dalla seggiola perch aveva due robusti
braccioli, ai quali mi aggrappai cercando di mantenere un
contegno.
Ronaldo!
Devi sapere che nel 1993 stavo all'Estoril, in Portogallo,
per il Gran premio di F1. Era ancora vivo il mio amico Ayrton
Senna. Lui era un dio per i brasiliani e dunque i giornali
di Rio e San Paolo spedivano dozzine di inviati negli
autodromi di mezzo mondo. Uno di questi colleghi aveva
base a Milano. Si chiamava Celso Ibirapuera (nome sicuro,
cognome chiss), aveva maturato, anche per colpa mia, una
vaga simpatia nerazzurra.
Fu Celso, l in Portogallo, a svelarmi il quarto segreto di
Fatima, calcisticamente parlando. Mi disse: guarda che in
Brasile c' il nuovo Pel,  un ragazzo incredibile, l'ha appena
comprato il Psv Eindhoven, tienilo d'occhio...
Sai, amico mio, io non sono cos sicuro che gli anni Novanta
del secolo scorso siano stati cos belli come la nostalgia
ci spinge a credere. Per ammetto che portarono la TV via
satellite e insomma io a casa mia guardavo le sintesi del campionato
olandese su un canale di Amsterdam e non ti dico di
cosa era capace Luis Nazrio de Lima con la maglia del Psv.
Un delirio!
Dunque mi sembr del tutto ovvio l'acquisto di un tale
portento da parte del Barcellona nell'estate del 1996. Per
inciso nello staff tecnico degli azulgrana c'era, all'epoca,
uno sconosciuto lusitano. Si chiamava Jos Mourinho e immagino
ci toccher riparlarne.
Insomma, Ronaldo va in Catalogna e continua a sfornare
prestazioni pazzesche. Sulle ramblas lo idolatrano ed 
facile pensare che da l il ragazzo non si muover per un bel
pezzo. Ma nemmeno la mia fantasia aveva intuito di quali
colpi di genio fosse capace Massimo Moratti.
In effetti, pu darsi che il figlio, inteso appunto come
Massimo, fosse spinto dal desiderio di riuscire l dove il
padre, Angelo, era stato bloccato da una catastrofica disfatta
della Nazionale azzurra.
Ai Mondiali del 1966, l'Italia era stata rovinosamente
eliminata dai comunisti nordcoreani. Per reazione, la Federcalcio
nostrana aveva chiuso le frontiere. Basta stranieri.
Chi  dentro  dentro, chi  fuori  fuori. E leggenda vuole
che Moratti senior rimase con il cerino in mano: aveva in
mano l'accordo con Pel, che invece in serie A non gioc
mai (come diresti tu, vecchio reazionario,  sempre colpa
dei comunisti, stavolta nordcoreani).
Sia come sia, a me piace immaginare che a stimolare
Moratti junior sia stata la voglia di saldare il debito ideale
con Senior. Poich Ronaldo era chiaramente il nuovo Pel,
doveva vestire nerazzurro.
Massimo brig, tratt, os. Utilizz i buoni uffici di
Luis Surez e di Sandro Mazzola. Trasform una vaga disponibilit
del Fenomeno, che a Barcellona per motivazioni
sue non era felicissimo, in uno spiraglio. Presto diventato
desiderio.
Ti dir che da fuori non ci credeva nessuno. Ronaldo
all'Inter? In una squadra che non vince mai lo scudetto e
quindi non gioca mai la Champions, solo dal 1997 al massimo
riservata alla seconda classificata in A? Bum, tutto cinema,
fumo negli occhi, pubblicit gratuita.
Era vero, invece. Cos come era vero che il presidente
decise di affidare la superstar del calcio planetario a un
signore che in carriera aveva vinto il torneo di serie B. Per la
serie: consegnereste una Ferrari a un tizio che  abituato a
guidare una 500?
A questo punto, caro Michele, sono costretto a chiederti
scusa in anticipo. Nel senso che io, a proposito dell'autista
della 500, non riesco proprio a essere obiettivo.
Avevo un debole per Gigi Simoni, sissignore. E coltivo
religiosamente la sua memoria, visto che purtroppo non 
pi tra noi.
 vero: Gigi non ha mai conquistato uno scudetto. Ha
lavorato praticamente per tutta la vita in piazze di secondo
o terzo livello. Il Genoa. Il Brescia. La Lazietta tra i cadetti.
Cose cos: dignitosissime, ma pareva proprio che l'uomo
non fosse adatto al grande club. Con il senno di poi,  facile
sospettare che il pregiudizio (perch questo era: un pregiudizio)
fosse una conseguenza della estraneit di Gigi al Sistema,
a certi meccanismi desolanti.
Guarda, te lo scrivo. Simoni ha conosciuto l'ingiustizia
e questo tantissimi interisti lo hanno capito al volo, istintivamente.
Ci siamo affezionati a lui e abbiamo sperato che a
lui fosse riconosciuto un simbolico risarcimento. Accadde,
purtroppo soltanto in parte.
Sebbene fosse stato accolto con scetticismo, il galantuomo
di Crevalcore, terra fra Modena e Bologna, fece
presto a entrare nei cuori nerazzurri. Era il Mister di Ronaldo
e la cosa poteva anche sembrare facile. Ma era anche
il Mister di Colonnese, Fresi, Milanese, Galante, Z Elias,
Cauet: e qui, francamente, le cose si facevano decisamente
pi complicate.
Ah, l'Inter di Simoni! Un mix di proletariato e nobilt.
C'erano il Fenomeno e Djorkaeff, il francese che in
rovesciata contro la Roma aveva segnato uno dei gol pi belli
visti a San Siro. C'erano il guerriero cileno Zamorano, il
vecchio Bergomi, il ruvido Cholo Simeone e un ancora
giovane Javier Zanetti. C'era Moriero che si credeva Garrincha
sulla fascia destra e non vorrei dimenticare il simbolo
della genialit e della pigrizia. Lui: Alvaro Recoba.
Ho un aneddoto, sul Chino. Fine agosto 1997. Sta
per cominciare il campionato del Fenomeno e di Simoni.
Inter-Brescia a San Siro. Tutto esaurito per la prima di Luis
Nazrio de Lima.
Il giornale mi manda come inviato alla partita, ma quando
arrivo a Milano si parla solo di Diana. La principessa del
Galles  morta nella notte a Parigi, vittima di un incidente
stradale.
Vado a pranzo con due colleghi che di mestiere (gran bel
mestiere, dovevamo farlo anche noi due) seguono la Beneamata
tutti i giorni. Mi informano che Simoni  gi a rischio.
Chiedo lumi su questo misterioso uruguagio, tale Recoba.
Rispondono all'unisono:  una pippa mostruosa, un pallino
di Moratti, tempo tre mesi e il ragazzo se ne torna in Sud
America con la coda tra le gambe...
Si va allo stadio. Ronaldo indossa la maglia numero 10,
il 9 se l' tenuto l'andino Zamorano. Il brasiliano fa cose deliziose,
ma il Brescia tiene e a un certo punto va addirittura
in vantaggio, con gol del massiccio Hubner.
Sotto 0-1, Simoni manda a scaldarsi Recoba. I colleghi
del pranzo mi fanno:  l'ultimo errore, stasera lo esonerano.
Io sono basito: ancora non  finito il match di esordio!
Il resto lo sai, visto che hai un'et e una fede. La pippa mostruosa,
il Chino, segna una pazzesca doppietta e rovescia il
destino. Suo. Ma anche quello del Fenomeno e Mister Gigi.
Per inciso, in vita sua Ronaldo non ha mai pi giocato
bene come nella stagione in cui fu allenato da Simoni, a
proposito di Ferrari messa in mano a un driver di utilitarie.
E del resto io sono convinto non sia stato un caso. Ronaldo
si espresse al top dell'esistenza, agonisticamente parlando,
con Simoni in panchina perch Simoni comprendeva
la ragione intima, ultima, finale del football.
Il calcio  un gioco e tale rimane. Da decenni aspiranti
stregoni e presunti scienziati si sforzano di farci credere che
in realt si tratta di una complicatissima materia, ormai decifrata
e narrata persino attraverso gli algoritmi. E va tutto
bene, per carit. Il possesso palla. Gli schemi. Le sovrapposizioni.
Le diagonali. Gli expected goals, che tu sai da
quanto tempo noi aspettiamo quelli di Giacomone Libera.
Nulla da obiettare. Ma  fuffa, fidati.
Il reclamizzatissimo Milan di Arrigo Sacchi avrebbe sollevato
le Champions senza Van Basten e Gullit?
Ecco, Simoni veniva dalla provincia e dunque non aveva
abboccato alle suggestioni dei finti intellettuali della pedata.
Siccome il calcio  un gioco, il pi bravo a giocarlo merita
qualche riguardo in pi. La scemenza dell'uno vale uno 
stata un disastro in politica. E non solo.
Una volta lo Zio Bergomi mi ha descritto lo sbarco di
Luis Nazrio de Lima sul pianeta Inter. Cos: Simoni era
rigoroso sull'alimentazione, ad esempio non voleva bevessimo
bibite gassate o mangiassimo patatine. Arriva Ronaldo e
si scola solo Coca Cola e divora patatine. Allora io vado dal
Mister e gli dico: Gigi, siamo tutti uguali nello spogliatoio.
Simoni mi guarda e fa:  vero, siete tutti uguali ma lui 
Ronaldo, fine delle trasmissioni. Be', aveva ragione.
Aveva ragione, s. Il pilota dell'utilitaria si rendeva conto
che le differenze non si cancellano con un tratto di penna o
con un decreto. Il gruppo  fondamentale sempre e comunque,
ma  il fuoriclasse a far vincere il gruppo.
Tra una lattina e una patatina, il Ronnie del 1997-98
rese romanzesca l'avventura di una Inter che si specchiava
perfettamente nelle convulsioni del suo popolo. La squadra
non era irresistibile, si struggeva fra affanni di ogni genere,
ma l davanti c'era lui. Il Fenomeno. Ronaldo segn il primo
gol a Bologna, alla seconda di campionato. Non si ferm
pi. Era tarantolato, era inarrestabile, era una proiezione del
Divino sull'erba verde degli stadi. Andai a vederlo a Vicenza,
pioveva a dirotto ma quando toccava palla lui sembrava
spuntasse il sole. A Marassi contro la Sampdoria fece una serpentina
tra sette avversari, il portiere par la sua conclusione
ma tutto il pubblico si alz in piedi ad applaudirlo. A Mosca,
in una partita di Coppa UEFA, pattin sul ghiaccio prima di
firmare la rete pi bella della sua storia di bomber. E potrei
continuare, perch il Ronaldo che fu stella cometa, il Ronaldo
del 1997-98, fu semplicemente il pi grande calciatore di
tutti i tempi. Meglio anche di Pel e Maradona. Lo abbiamo
avuto noi interisti e questo non ce lo toglier nessuno.
Ci tolsero e gli tolsero, invece, uno scudetto che era sacrosanto.
E passato un quarto di secolo e ancora se ne parla.
Il rigore di Ronaldo!
Nemmeno scomoder il nome dell'arbitro che non vide
il fallo di Iuliano sul brasiliano, durante Juve-Inter. L'oblio
 il giudizio migliore. Sai come sentenzi Dante, no? Non
ti curar di lor / ma guarda e passa.
C' per un episodio, di quella partita infame, che mi fa
piacere evocare qui. Perch rende l'idea del legame, anche e
soprattutto umano, che si era creato tra Ronaldo e Simoni.
 una delle scene pi commoventi dell'epopea interista, anche
se  stata colpevolmente dimenticata.
Dunque, siamo allo stadio Delle Alpi. L'arbitro non vede
il fallo di Iuliano su Ronaldo, il gioco incredibilmente prosegue,
Ronnie  a terra. Simoni, il mite Simoni, il galantuomo
Simoni, non ce la fa pi.
Aspetta lo scudetto da una vita. In un attimo - mi ha
raccontato Gigi dieci anni dopo - compresi che non c'era
niente da fare, che era tutto scritto. Mi sono sentito come
un essere umano che per una carriera, per una vita, lotta
per sopravvivere a pelo d'acqua, per non andare sotto, per
non affogare. E trova una mano invisibile che lo schiaccia
sotto, nell'istante supremo. Ho capito e mi sono buttato sul
campo, a partita in corso, a rincorrere l'arbitro. Era un gesto
figlio della mia disperazione, era una violazione gravissima
delle regole, avrebbero dovuto squalificarmi per mesi e mesi.
Invece mi inflissero una sanzione lieve, chiss come mai...
Povero Gigi! C' una foto, assurda e folle, di quel momento:
la partita continua - l'arbitro sta addirittura per fischiare
un rigore a favore della Juve! - e sullo sfondo si vede
Simoni che insegue il direttore di gara.
Povero Gigi! Alla vigilia di quella sfida infernale, una
clamorosa svista arbitrale a Empoli aveva regalato ai bianconeri
una vittoria fasulla. I toscani avevano pareggiato, la
palla aveva varcato la linea bianca di un metro, non c'erano
Var e tecnologie moderne, nessuno vide quel gol. Simoni,
nella sua onest cristallina, comment cos: Be', meglio sia
accaduta prima dello scontro diretto, una roba del genere,
ora saranno tutti pi attenti.
Lasciamo stare, lasciamo stare, lasciamo stare. Simoni 
andato in Paradiso senza la gioia di uno scudetto, con la
Beneamata ha vinto la Coppa UEFA e di l a poco Moratti
commise l'errore pi grande della sua presidenza, licenziandolo
nell'autunno del 1998 dopo due vittorie (sic!) contro
il Real Madrid campione d'Europa in carica e contro la Salernitana.
Fu, anche questa, un'ingiustizia ai danni di un
uomo perbene.
Ma non voglio negarmi il piacere di una confidenza,
caro Michele. Passarono gli anni, Gigi aveva problemi di
salute, per una sera mi chiese se potevo intervistarlo in un
convegno a Marina di Pisa.
Andai e mi specchiai nella mitezza di un signore ormai
anziano cui lampeggiavano gli occhi quando gli citavo Ronaldo.
Allora ascoltai il cuore: digitai sul cellulare il numero
di Massimo Moratti. Dissi al presidente che un amico voleva
salutarlo. Allungai il telefonino a Simoni, che non sapeva
chi ci fosse in linea.
Tra loro fu una conversazione bellissima, non si sentivano
da anni. E mentre saliva il magone mi venne in mente
quello che il Mister disse a poche ore dalla finale UEFA tra
Lazio e Inter, a Parigi nel 1998.
Giocano Pagliuca, Ronaldo e altri nove.
Quella squadra l, Pagliuca/Ronaldo pi altri nove, tocc
l'apice nella notte parigina che ho citato all'inizio, caro
Michele...
Fu un 3-0 spettacolare, inflitto a una Lazio che non era
pi una Lazietta. Il Parco dei Principi si svel come l'Eden
di un sogno realizzato: quella Coppa UEFA era il primo trofeo
della gestione Moratti 2.0.
Ma sai com', amico mio. I sogni muoiono all'alba e
quando ti svegli la collisione con la realt pu essere crudele.
Eravamo andati a letto, nella Ville Lumiere, con la certezza
che un'era nerazzurra si era appena aperta. Ai gol di
Zamorano e Zanetti si era aggiunto, in una sinfonia sudamericana,
il sigillo del Fenomeno. Ce lo avevamo noi,
era solo nostro. Luis Nazrio de Lima era un campione
dentro una favola, era un super eroe da fumetti e da film.
Per dire, in quella finale di Parigi stopp al volo con il
collo della scarpetta un pallone piovuto da chiss dove:
l'intero stadio fece un oooohhhh di stupore che era la
colonna sonora ideale di un incantesimo. Un incantesimo
nerazzurro.
Ora dimmi: chi poteva immaginare che tutto, la favola
e il film e l'emozione, era finito l, a qualche chilometro
dalla Torre Eiffel? Chi avrebbe osato supporre che dalla
felicit saremmo bruscamente scivolati nel buco nero della
malinconia?
Chiss, forse Ronaldo aveva avuto troppo, da Madre
Natura. Chiss, forse il Destino reclamava i suoi crediti.
Chiss, chiss, chiss. Ma fin tutto a Parigi, maggio 1998,
davvero.
Nella stessa citt, poche settimane dopo, Ronnie fu colto
da una crisi epilettica a qualche ora dalla finale mondiale
tra Francia e Brasile. Gli salv la vita il carissimo Roberto
Carlos, per dieci anni miglior esterno sinistro del mondo,
transitato dalla Pinetina ma in fretta sloggiato dall'allenatore
shakespeariano perch, udite udite, Pistone fa meglio
la fase difensiva (giuro, all'Inter  accaduto anche questo).
Ronaldo gioc comunque la finale iridata, ma sembrava
in trance. Mi sono spesso domandato che testa avessero i
medici che lo autorizzarono a scendere in campo, ma fa
niente. Gioc, il Fenomeno, gioc e si rassegn al trionfo di
Zidane. Ma si perse. Perse se stesso.
Io suppongo che, senza poterlo confessare, Ronnie abbia
avuto addosso il terrore che potesse capitargli ancora. Magari
un attacco di convulsioni durante un match importante.
Torn dopo il Mondiale ad Appiano Gentile, torn per
entrare e uscire dall'infermeria. Nel 1998-99 fu spesso assente,
mentre Moratti passava da Simoni a Lucescu a Castellini
e di nuovo al Mister shakespeariano.
Poi arriv Marcello Lippi. Gran professionista, come
avrebbe dimostrato anche in Nazionale. Ma semplicemente
troppo juventino per poter funzionare da noi (tra parentesi,
in attesa di riparlarne: qui sta la grandezza di Antonio Conte,
nell'essere riuscito a farci dimenticare le radici bianconere).
Per onest intellettuale, ti dir che Lippi in pratica non
ebbe mai Ronaldo a disposizione. C'era quel tendine fragile
come un grissino: e quando si spezz per la seconda volta,
all'Olimpico in diretta mondovisione durante una finale di
Coppa Italia, be', fu inevitabile pensare che la carriera del
nuovo Pel era consegnata all'archivio.
Ma cosa significa essere interisti, se non coltivare con
ostinazione la speranza di un domani nerazzurro? Ecco,
questa vocazione alla resilienza apparteneva al DNA di Massimo
Moratti, che non si perse d'animo: avrebbe aspettato,
avremmo aspettato Ronaldo.
Ascolta bene: dall'aprile 2000, crack dell'Olimpico,
all'autunno del 2001, il Fenomeno venne sottratto alla
nostra devozione. Sapevamo che da qualche parte si stava
allenando, sapevamo che stava tentando di guarire, sapevamo
che potevamo soltanto, silenziosamente, tifare per lui, il
Campionissimo reso invisibile dal fato.
Finch, a ridosso del Natale 2001, vado a Brescia per
raccontare una partita all'apparenza anonima. Le rondinelle
contro la Beneamata.
Alla faccia della partita anonima! Di colpo si sparse la
voce che Moratti aveva imposto a Hctor Raul Cuper di
schierare il Fenomeno dal primo minuto. Perch l'eroe invisibile
diceva di essere pronto, ma l'allenatore argentino
aveva molti dubbi.
Eh, Cuper! L'Hombre Vertical. Il miglior allenatore in
carriera per Ivan Ramiro Crdoba (e non solo per lui). Ma
il peggiore di una vita, per Ronaldo.
Cuper era un lavoratore instancabile. Aveva sfiorato
grandi trionfi in Spagna, con il Maiorca e il Valencia. Gli
era sempre mancato un centesimo per fare un euro. Per
con Moratti il problema economico non sussisteva pi.
Esisteva, invece, un conflitto filosofico tra l'Hombre
Vertical e il Fenomeno. Cuper non era come Simoni. Per
lui, i giocatori erano tutti uguali.
Ha raccontato Bobo Vieri, che proprio con il Mister argentino
visse il periodo pi bello della carriera: Cuper era
bravissimo, ma non si rendeva conto che Ronnie aveva attraversato
l'inferno, per tornare a essere un atleta. Meritava
qualche riguardo in pi e nessuno di noi compagni se ne
sarebbe lamentato. Invece...
Invece, Luis Nazrio de Lima rientr in squadra quella
domenica a Brescia e fece gol e tutti gli spettatori, compresi
gli ultras bresciani, gli tributarono un'ovazione. Fu un
momento di commozione collettiva: il Re del calcio era
tornato.
Era tornato, ma non per noi interisti. Guai muscolari
rispedirono il brasiliano ai box. Altri quattro mesi di stop,
a inizio 2002.
Cuper si convinse fosse inutile insistere. Per lui, anche se
non poteva dirlo, Ronaldo era finito. Punto e basta.
La goccia che fece traboccare il vaso cadde dal cielo del
rancore in occasione di un'Inter-Atalanta che valeva un pezzo
di scudetto. I bergamaschi si portarono sul 2-1. Ronnie
era in panchina. Ma Cuper prefer inserire l'ex milanista
Guly, nel vano tentativo di acciuffare il pareggio. Hai
Ronnie e metti Guly?!?
La sera stessa, Ronaldo inform Moratti che non sarebbe
rimasto a Milano con lo stesso allenatore. Il presidente gli
chiese di mettersi a disposizione per conquistare un titolo
che mancava ormai da tredici anni, era Trapattoni.
Ronnie gioc le quattro partite che restavano. Segn anche
quattro gol. Inutili, dissolti dall'acido delle lacrime del
5 maggio.
Meno di due mesi dopo, con la maglia verde oro del Brasile,
Luis Nazrio de Lima conquist la Coppa del Mondo.
Disse: Alla fine Dio  stato buono con me. Ufficialmente
era ancora un giocatore dell'Inter. In realt aveva gi un accordo
con il Real Madrid.
Onestamente, non l'ho mai considerato un traditore. Gli
ho perdonato persino un insignificante transito sulla sponda
milanista. Gli ho voluto troppo bene per rinnegarlo.
E non ho smesso di chiedermi come sarebbe stata la nostra
vita di interisti, se il Dio del pallone si fosse ricordato
non solo di lui, ma anche di noi.
...
.
...
15.
...
.
...
La sfiga, caro Leo. Chiamiamo le cose con il loro nome.
La sfiga, la jella, la rogna, la malasorte, insomma la sfortuna.
Ecco che cosa ci ha appiccicato addosso, troppo spesso,
il Dio del calcio. Avere il pi grande giocatore di tutti i tempi
e vederlo barcollare dalla scaletta di un aereo di ritorno
dai Mondiali. Crisi epilettica. Dopo appena un anno che
era arrivato.
Poi rottura dei tendini del ginocchio, il quale ginocchio
vedemmo girarsi all'indietro al limite dell'area della Lazio
all'Olimpico, in una finale di Coppa Italia, con Fernando
Couto che alza il braccio disperato segnalando all'arbitro,
ai medici in panchina, allo stadio, al mondo intero, che era
successa una cosa che non s'era mai vista.
Ronaldo era entrato in campo al 58', dopo cinque mesi
cinque di inattivit. La sua partita  durata cinque minuti
e sedici secondi. Tutti in lacrime, una carriera che sembra
finita, e che un po' finita lo fu davvero.
E che cos' questa, caro Leo, se non sfortuna? Tu conosci
un'altra squadra al mondo - una sola! - in tutta la storia
del calcio, che ha il giocatore pi forte del globo terracqueo
e lo perde (di fatto, nel 1998) dopo una sola - una sola! -
stagione? All'et di ventuno anni? Con tutta la carriera davanti?
Ronaldo da noi  stato quello che cantava De Andr
nella Canzone di Marinella-. E come tutte le pi belle cose
/ vivesti solo un giorno, come le rose.
Solo a noi, caro Leo, possono capitare cose del genere.
E infatti abbiamo avuto anche altri due grandi campioni
che, per un motivo o per l'altro, con la nostra maglia non
hanno vinto nulla o quasi. Ti sto parlando di Roberto Baggio
detto Raffaello o Divin Codino e di Christian Vieri
detto Bobo.
Tu dici che Ronaldo  stato pi grande di Pel e di Maradona,
e probabilmente hai ragione.
Ma ricordi che cosa diceva George Best, pazza ala destra
del Manchester United e pallone d'oro 1968? Se io
fossi stato brutto, non avreste sentito parlare di Pel. Perch
Best era bello, piaceva alle donne, e come sai Bacco
Tabacco e Venere riducono l'uomo in cenere. Un giorno,
ricordando la sua carriera, Best ammise: Ho speso gran
parte dei miei soldi per alcol, donne e macchine veloci. Il
resto l'ho sperperato.
Ecco, io credo che se Roberto Baggio non si fosse rotto
le ginocchia un'infinit di volte, avremmo sentito parlare ugualmente di Maradona, ma meno.
E se fosse vissuto negli anni Sessanta, avremmo sentito parlare ugualmente di Pel, ma meno.
E in Italia in quegli stessi anni Sessanta Baggio avrebbe
un po' oscurato gli altri fuoriclasse: Rivera e - ammettiamolo - anche i nostri amati Mazzola e Corso.
Baggio per me  stato, semplicemente, una cosa sola: il calcio.
 il settimo realizzatore nella storia della serie A, con 205
gol. Ma siccome non era neanche una punta, ma una mezza
punta (un nove e mezzo, per dirla alla Platini) a questi 205
gol da lui fatti dovremmo aggiungerne almeno altrettanti
da lui fatti segnare. Almeno.
Dribbling, assist, lanci lunghi da lui fatti con la palla
messa sul piede del compagno, e altri lanci lunghi da lui
raccolti con stop che non si imparano e neppure si possono
imparare, perch si hanno unicamente per dono divino; e
ancora punizioni imprendibili, tiri al volo, tante meraviglie
senza un solo tocco di troppo, senza mai essere lezioso, senza
colpi di tacco inutili. Baggio era la Grande Bellezza.
In Nazionale, 56 partite e 27 gol. Checch ne dica Arrigo
Sacchi, alla finale dei Mondiali del 1994 ci port lui,
Baggio con la sua classe, altro che il 4-4-2 e il gioco corale
e la zona e le diagonali e il pressing e le ripartenze e tutte
quelle balle.
D'altra parte Baggio, oltre che con Sacchi, ha avuto
rapporti difficili con quasi tutti i suoi allenatori: Eriksson,
Trapattoni, Lippi, Capello. Perfino Ancelotti, che non lo
allen mai ma non lo volle al Parma. Forse che gli allenatori
capivano che con lui diventavano quasi inutili?
E sai chi  stato l'allenatore con chi si trov meglio? 
un assist a porta vuota per te, Leo. Perch stiamo parlando
di Gigi Simoni. Lo stesso che seppe tirar fuori il meglio da
Ronaldo. Il vecchio Gigi che sapeva bene che nel calcio la
differenza la fanno quelli scesi dal cielo con la benedizione
di Eupalla, il dio del football secondo Gianni Brera. Credo
che Baggio sarebbe piaciuto anche a Nereo Rocco, che cos
disegnava la squadra perfetta: Un portiere che para tutto,
un assassino in difesa, un genio a centrocampo, un mona
che segna e sette asini che corrono. Ecco, Baggio sarebbe
stato il genio a centrocampo, e perfino in attacco.
All'Inter il Divino arriv nel 1998, dopo Il Furto bianconero
(uno dei tanti: ma quello merita le maiuscole) che
tu hai ben descritto, e si trov appunto Gigi Simoni, al suo
secondo anno sulla panchina dell'Inter.
Arrivava dal Bologna, dove l'aveva spedito il Milan perch
appunto Capello non lo voleva, e al Milan c'era andato
nel 1995 spedito dalla Juve, appunto perch Lippi non lo
voleva. Anche Renzo Ulivieri, il tecnico di quel Bologna
1997-98, ebbe qualche discreto scazzo con Baggio. Ma al
Bologna il Divin Codino, in quella stagione, segn 22 gol
in 30 partite. E pensare che Sacchi, Capello, Lippi e Ancelotti
lo davano per finito, o peggio ancora per un intruso
nei loro schemi.
Non era finito neppure quando se ne and via da noi
(e se ne and perch da noi era arrivato Lippi, il quale non
lo voleva, tanto per cambiare) e fin al Brescia, dove mise
insieme, in quattro anni, 95 presenze e 45 gol. Nel Brescia.
Con tutto il rispetto: nel Brescia. Non piaceva agli allenatori.
Mah.
All'Inter Baggio rest due anni, con un totale di 59 presenze
(spesso spezzoni di partita, perch le ginocchia erano
purtroppo quelle che erano) e 17 gol. Di questi 17 gol, voglio
ricordare due storiche doppiette.
La prima  della sera del 25 novembre 1998. Inter-Real
Madrid, Champions League.
Il Real era campione d'Europa in carica. Noi, a questi
mostri, potevamo opporre Pagliuca, Bergomi, Colonnese,
Galante, West, Moriero, Winter, Paulo Sousa, Simeone,
Ronaldo, Zamorano. Ora, direi nomi non indimenticabili,
a parte Pagliuca, Bergomi, Simeone e Ronaldo. Ma
in panchina avevamo l'arma segreta. Il Divin Codino. Il
Calcio.
Segna Zamorano al 50', deviando un tiro di Ronnie:
1-0. Ma dopo nove minuti pareggia Seedorf: s, proprio
lui, che due anni dopo avrebbe vestito la nostra maglia, e che
poi sciaguratamente vendemmo ai cuginastri come ancor
pi sciaguratamente vendemmo Andrea Pirlo (a proposito,
in quell'Inter-Real di cui stiamo parlando, sulla nostra panchina
c'era anche lui, il giovane Pirlo).
Insomma dopo un'ora siamo 1-1.
Ma al 68' Gigi Simoni manda dentro lui, il nostro numero
10, Baggio, al posto di Zamorano. Il risultato resta
inchiodato sull'1-1 fino a cinque minuti dalla fine. Ma che
cos' il genio? E fantasia, intuizione, colpo d'occhio e velocit
d'esecuzione, come disse l'architetto Rambaldo Melandri
per commentare l'ardita zingarata del Necchi nel vasino
da notte di un beb. Baggio la mette dentro all'85' e poi
al 92'. 3-1 ai blancos, ciapa s. Pochi giorni dopo, come
hai ricordato tu, il nostro amatissimo Massimo Moratti fece
purtroppo l'errore di esonerare Simoni. Ma questa  un'altra
storia.
Torniamo alle indimenticabili doppiette del Nostro.
La seconda di cui ti volevo parlare  quella dello spareggio
contro il Parma - 23 maggio 2000, stadio Bentegodi di
Verona - per andare in Champions. Vinciamo 3-1, Baggio
ne fa due, uno pi bello dell'altro, entrambi da fuori area,
il secondo a sei minuti dalla fine quando eravamo sull'1-1.
Andiamo in Champions grazie a lui, ma sulla nostra panchina
c' appunto l'ingrato Marcello Lippi, che lo mander
via per prendere in attacco un certo Robbie Keane e il turco
Hakan Skr (rispettive carriere nell'Inter: 6 presenze e zero
gol il primo, 24 presenze e 5 gol il secondo).
Ma allora, siccome abbiamo parlato di Lippi e degli allenatori
che non hanno voluto Baggio, te ne voglio citare un
altro che invece l'ha apprezzato, Baggio. Un altro intelligente
come Gigi Simoni. Un altro a me simpaticissimo. Uno
che, siccome di calcio ne capiva, capiva anche Baggio.
Ti sto parlando di Mircea Lucescu.
Come sai, venne da noi dopo l'esonero di Simoni medesimo,
a fine 1998: ma ci venne solo per scaldare la panchina
destinata alle terga di Marcello Lippi, dimessosi dalla
Juventus dopo una legnata subita a Torino dal Parma di
Malesani (2-4 per i gialloblu, era il 7 febbraio 1999), ma gi
da tempo promesso sposo a Moratti.
Allora, c' un episodio che secondo me dice tutto. Su
Lucescu, su Baggio, sul calcio.
Inter-Roma, campionato, 20 dicembre 1998, sera.
Il primo tempo finisce 0-1 per la Roma, ma potevamo
prenderne anche cinque o sei. Roma quell'anno era Zemanlandia,
e ricordi come sanno giocare le squadre del boemo.
Ci stavano massacrando.
Al 54', sempre sullo 0-1, sempre con la Roma che domina,
Mircea Lucescu fa alzare Baggio dalla panchina. Lo
fa scaldare, gli dice di prepararsi a entrare. Mister, che cosa
devo fare?, chiede il Divin Codino a Lucescu. E il Mister
non risponde. Mister, che cosa devo fare?, insiste lui. 
allora che Mircea, girandosi appena verso il suo giocatore,
gli dice: Fai Baggio. Niente discorsi, niente taccuino con
gli appunti, niente indicazioni tattiche. Solo due parole: Fai
Baggio. Lui entra: segna un gol, ne fa segnare altri due, fa
espellere un difensore dopo averlo ubriacato di dribbling. Finisce
4-1. Baggio aveva, molto semplicemente, fatto Baggio.
Ecco quale fenomeno abbiamo avuto senza purtroppo
(la sfortuna...) vederlo sollevare un trofeo. E mi spiace, mi
spiace moltissimo, perch Baggio - tu lo sai -  interista. Il
padre l'aveva chiamato Roberto in onore di Roberto Boninsegna
detto Bonimba, nostro idolo assoluto, caro Leo.
S,  vero che ha vestito anche quelle due maglie l: ma
era cresciuto interista, e credo sia interista anche adesso.
Christian Vieri detto Bobo  invece juventino dentro:
l'ha detto lui poco tempo fa, in un'intervista. E possiamo
anche capirlo che lo dica (che sia vero ne dubitiamo, visto
che spesso  a San Siro con i bambini in maglia nerazzurra;
e quando segniamo noi esulta, eccome se esulta). Possiamo
capirlo che lo dica perch suo padre, Roberto Vieri detto
Bob, era una talentuosa (ma inconcludente) mezzala e nel
1969 approd alla Juventus, la quale per acquistarlo diede
in cambio alla Sampdoria quella roccia di centrocampo che
era Romeo Benetti: come vedi, le minchiate di mercato non
le abbiamo fatte solo noi.
Infatti, mentre Benetti divent poi una colonna del Milan
di Rocco e della Nazionale, e la Juve dovette riprenderselo
sette anni dopo, Bob Vieri nella Juve rest un anno
solo, e non lasci tracce sull'erba dell'allora Comunale di
Torino, erba che aveva promesso di zigzagare con le sue veroniche.
A fine stagione fu venduto alla Roma. E per, a
quel che si dice, quei colori (colori si fa per dire: bianco e
nero) sarebbero rimasti nel cuore del figlio Christian detto
Bobo.
I fatti dicono che questo Bobo Vieri, sedicente juventino
dentro, ha mostrato fedelt solo alla nostra maglia. Ha girato
dodici squadre, nella sua carriera: in undici, Juve compresa,
 rimasto appena un anno (solo all'Atalanta ne ha fatti due,
ma in periodi distinti, tornandoci da vecchietto); con l'Inter,
invece, ha giocato per sei campionati consecutivi.
Lo prendemmo dalla Lazio per 69 miliardi di lire pi il
cartellino di Diego Pablo Simeone, valutato 21 miliardi, e
quindi spesa totale di 90 miliardi: e tiriamo ancora un accidenti
a Marcello Lippi perch la Lazio aveva chiesto Paulo
Sousa, ma Lippi disse che no, Sousa non si tocca, semmai
Simeone. Robb de matt. Nel campionato che segu, Simeone
trascin la Lazio alla conquista dello scudetto, Paulo Sousa
gioc dieci partite segnando zero gol, e alla fine salut senza
lasciare alcun rimpianto.
Lippi... Lasciamo perdere. Lippi...
Quando venne ad allenare l'Inter, Moratti gli fece una
campagna acquisti che mai s'era visto nella storia del football.
Con i giocatori ingaggiati per il suo primo anno
(in quell'estate 1999 e nel gennaio 2000) si poteva fare
una squadra: Peruzzi in porta; Panucci, Cordoba, Blanc e
Georgatos i quattro della difesa; Di Biagio, Jugovic, Seedorf
e Michele Serena a centrocampo; Vieri e Mutu in attacco.
Questi gli undici. Pi qualche riserva che non sto neanche
a ricordare, tipo un tale Domoraud che faceva lo stopper e
un esterno sinistro di nome Gilberto che in Brasile aveva
giocato calcio a cinque. Tutti nuovi acquisti per il signor
Marcello Lippi. Per la sua prima stagione.
L'anno dopo, altra rivoluzione sul mercato. Lippi convinse
Moratti che bisognava fare una squadra italiana, e
ci port Fabio Macellari, Bruno Cirillo, Christian Brocchi.
Quanto agli stranieri, oltre ai gi citati Keane e Skr ci
port il brasiliano Vampeta, che doveva essere il nuovo fulcro
del centrocampo. Totale presenze di questo Vampeta:
una. Totale gol: zero.
Lippi...
Stiamo parlando certamente di un grande allenatore, ma
da noi non funzion. Non leg, credo, neanche con il presidente.
Ricordo (era gennaio 2000, avevamo appena preso
Seedorf) che andai a pranzo al Clubino con Massimo Moratti,
insieme all'avvocato Prisco e a Fabio Monti mio collega
del Corriere. E troppo duro con i giocatori, disse
a un certo punto Moratti di Lippi, e capimmo tutti subito
che quell'amore, appena nato, era gi finito.
Ma torniamo a Bobo Vieri. Alla prima di campionato
si present con una tripletta al Verona. In totale, da noi,
190 presenze e 123 gol in sei stagioni. Un grandissimo. Ma
anche lui un grandissimo che con la nostra maglia non ha
vinto niente, salvo una Coppa Italia nel 2005. La sfortuna,
appunto.
Come quella che lo port a saltare i due derby di Champions
contro il Milan nel maggio del 2003. Qua siamo all'apice
della jella, caro Leo.
Intanto, va detto che in quella stagione l'Inter gioc diciotto
partite di Champions: record assoluto. Mai giocate
n prima n dopo cos tante partite in Champions (c'erano
gironi strani, allora). E comunque: arrivammo alla semifinale
contro il Milan.
Per Hctor Cuper, il nostro Mister argentino, era la
quinta semifinale consecutiva di Champions. Sai, Leo, un
anno dopo Moratti, in un'intervista per Vanity Fair in cui
parl dell'ingaggio di Mancini (Sento che  l'uomo giusto
per noi) mi disse che Cuper era un allenatore da Champions,
ma soffriva moltissimo il Milan. E infatti in quei due
derby Cuper tenne la squadra un po' bloccata, insomma
gioc con il braccno.
Ma la rogna ci mise molto, moltissimo di suo, perch
quei due derby li giocammo senza il Vieri pi forte di sempre:
si era infortunato nei quarti di finale contro il Valencia,
al quale aveva rifilato due gol. La sua stagione era finita l. E
pensa che fu davvero la sua stagione migliore, la matematica
non inganna: capocannoniere del campionato con pi reti
(24) che presenze (23).
Fummo eliminati dal Milan senza perdere mai. Parit di
punti e di reti: 0-0 all'andata, teoricamente in casa del Milan,
e 1-1 al ritorno, teoricamente in casa dell'Inter. Fummo
eliminati per un teoricamente. La regola dei gol in trasferta
che valgono il doppio in una semifinale in cui le trasferte
non esistevano. Una regola che poi  stata abrogata.
0-0 e 1-1. Come sarebbe andati quei due derby con Vieri?
La sfiga, caro Leo...
Poi, due anni dopo, con il Milan perdemmo un'altra semifinale
di Champions, questa volta con in panchina il
Mancio: quel Roberto Mancini che comunque  stato il
Mister della Grande Ripartenza. Ci parlerai tu del Mancio,
caro Leo.
Insomma due semifinali contro il Milan in Champions
e due sconfitte...
Per fortuna un Dio del calcio deve esistere: ci siamo rifatti,
e alla grandissima, con le due semifinali di Champions
di quest'anno, 2023, buttando fuori il Milan con due vittorie
su due, andata e ritorno, tre gol fatti e zero subiti. Presi a
pallate, i cugini, con Pioli che obietta che in fondo, fino al
settimo minuto non eravamo ancora entrati in area... Noi
la semifinale l'abbiamo vinta a colpi di gioco e di gol, loro
l'avevano vinta a colpi di burocrazia calcistica. E quindi di
culo.
Ma ora, dopo aver ricordato Baggio e Vieri - uno nerazzurro
per cuore, l'altro perlomeno per numero di stagioni
-, voglio parlarti di un altro grande nerazzurro. Uno che da
noi ha giocato poco ma che non perde occasione per dire
che il suo sogno, da anni,  quello di allenare l'Inter.  un
grande di cui ho gi fatto cenno in questo capitolo: Diego
Pablo Simeone. Argentino, ma detto El Cholo, che deriva
dall'azteco Xoloitzcuintli, che sembra un vocabolo di Giovanni
Storti quando fa Pdor figlio di Kmer, della trib di
Istar: ma che significa incrocio di razze.
Se Baggio  la classe, Simeone  la grinta. La Garra Charrua,
che  un termine uruguagio ma va benissimo per il
Cholo.
Noi lo prendemmo nel 1997 dall'Atletico Madrid, che 
l'altro grande amore della sua vita, e dove ha fatto mirabilia
da allenatore. Era un interno di centrocampo, sapeva fare
tutto, marcare da mediano, rifinire da trequartista, segnare
da incursore. In carriera 513 presenze e 84 reti con le squadre
di club, 106 presenze e 11 reti con l'Albiceleste, con la
quale ha giocato tre campionati del mondo.
Da noi  stato solo due anni perch come detto Lippi,
appena arriv, con un colpo di genio lo mand alla Lazio
dove il Cholo vinse subito lo scudetto, segnando fra l'altro
a Torino contro la Juventus e dando il l a una storica rimonta.
Da noi, dicevo, due stagioni, 85 presenze e 14 gol.
Due di queste 14 reti un interista le ha impresse nella
sua mente non meno che lo sia l'aspetto de' suoi pi familiari,
come le cime inuguali che, dal ramo lecchese del lago
di Como, guarda Lucia nel suo struggente Addio monti.
Sono le due reti che Diego Pablo Simeone segn al Milan
il 22 marzo 1998, girone di ritorno, ventiseiesima giornata,
noi con il grande Gigi Simoni in panchina. Questi i
nostri undici: Pagliuca, Bergomi, Colonnese, West, Zanetti,
Moriero, Winter, Z Elias, Simeone, Djorkaeff, Ronaldo. Il
Milan: Rossi, Cardone, Desailly, Maldini, Ziege, Ba, Albertini,
Donadoni, Boban, Weah, Kluivert. Allenatore Fabio
Capello.
Vincemmo 3-0, Diego Pablo segn il primo e il terzo
gol, al 42' e all'87'. Il secondo gol fu un capolavoro di Ronaldo:
un pallonetto al volo, in contropiede, al 77', su assist
magnifico di Francesco Moriero, un'ala destra che con la
nostra maglia seppe fare cose formidabili.
Ma bisogna rivederli, questi gol di Simeone. Per la potenza,
per la rabbia, per il carisma. Una schiacciata di testa
su corner di Djorkaeff il primo; una volata palla al piede su
rovesciamento di fronte, da met campo fino a dentro la
porta del Milan, dopo aver scartato Seba Rossi. Simeone,
quella sera, il Milan non lo sconfisse: se lo mangi. I giocatori
come lui restano nel cuore dei tifosi. Sempre.
Ecco, era giusto ricordare anche Simeone, ed era giusto
anche ricordare quello splendido derby, con 80mila persone
sulle gradinate di San Siro.
Ed  giusto ricordare pure che verba volant, ma statistiche
manent. fino a ora, e visti i numeri ancora per un bel
po', di derby ne abbiamo vinti pi noi. Cos, anche per
smettere un po', ogni tanto, di piangerci addosso. Per ricordarci
chi siamo.
Il Football Club Internazionale Milano.
...
.
...
16.
...
.
...
Eh, caro Michele!
Quante cose ci sarebbero da raccontare sul Mancio!
Potrei cominciare scrivendo che, insieme al Mago Herrera,
proprio Roberto Mancini  il mister che ha vinto pi
scudetti nella storia nostra (tre). E potrei aggiungere che
c'era lui in panca nella domenica di una delle pi incredibili
imprese della Beneamata: inverno 2005, Sampdoria
in vantaggio 2-0 a San Siro a un minuto dalla fine, epilogo
3-2 per i nostri eroi, una cosa talmente assurda che la
Gazzetta dello Sport ci fece addirittura una videocassetta
(esistevano ancora, o hyes), a testimonianza imperitura di un
episodio oggettivamente senza senso, come insensate sono
e ancora saranno molte cose interiste (tra parentesi: io sommessamente
credo che l'Inter sia una categoria dello spirito,
se stai da questa parte scopri sin da bambino che la vita 
difficile, amen).
Ecco, dicevo, Mancini  stato anche questo e per tra
tante vicende che lo hanno emblematicamente coinvolto,
be', mi permetter di optare per quella che lo rende unico.
Statisticamente, intendo. E non solo statisticamente, eh.
Mi spiego. Nella leggenda colorata di nerazzurro, il
Mancio  l'unico allenatore a essere stato licenziato in tronco
subito dopo aver vinto il campionato. Sul serio. Mai accaduto
prima e mai accaduto poi (Mou e Conte, lo sai, se
ne andarono spontaneamente, con nostro gran dispiacere).
Il Mancio, no. Cacciato fresco fresco di scudetto. Un
record, l'ennesimo, per un personaggio che di primati ne ha
collezionati tanti. In campo in serie A da minorenne, con il
Bologna. Due volte campione d'Italia da giocatore, con le
casacche di Sampdoria e Lazio: ti assicuro che vincere scudetti
con quelle squadre l vale come dieci imprese tricolori
con Juve, Inter o Milan. Questo per dire che il Mancio con
il pallone tra i piedi  stato un gigante, un asso vero. A me
poi  piaciuto un sacco anche come tecnico, mi sono sempre
riconosciuto nell'idea sua di football, mai speculativa e
sempre invece propositiva, come scrivono quelli bravi.
E per. Per ci dobbiamo rinfrescare la memoria. Com'
che lo abbiamo spedito a casa come un Rino Marchesi qualsiasi,
come un Ottavio Bianchi imbronciato, come, absit
iniuria verbis, un Walter Mazzarri accigliato?
Qui debbo scomodare Antonello Venditti, tanto per
prenderla da lontano. Certi amori fanno dei giri immensi,
eccetera. Siamo nel 1995. Finalmente Massimo Moratti
compra la Beneamata e subito fa sapere che gli piacerebbe
tantissimo vestire di nerazzurro tale Mancini Roberto, che
ancora gioca e sempre splendidamente. Il Mancio, per caratteristiche
tecniche e pure caratteriali, si identificava col
modello di pedatore caro al presidente: estro, fantasia, lampi
di genio, folle.
Solo che le condizioni per l'acquisto non si crearono.
La corrispondenza di amorosi sensi tra Moratti e Mancini
non si tradusse in un contratto. Roberto come ho ricordato
and a vincere il titolo con la Lazio, iniziando a immaginare
un futuro da allenatore.
Da fuori, conoscendo la morattiana fedelt agli ideali,
ho sempre pensato che Massimo non avesse rinunciato al
progetto di mettersi Mancini in casa. Se non era stato possibile
in scarpette e mutande, perch non farlo in borghese,
sciarpa di cachemire compresa.
Insomma, and cos. Un caro collega scomparso troppo
presto, Mario Sconcerti, per un po' si dilett nei panni di
manager della da lui amatissima Fiorentina (tra parentesi:
Michele Brambilla direttore generale dell'Inter  il mio sogno
di tifoso, dovresti averlo capito). E Sconcerti lanci il
Mancio alla guida della Viola. Segu passaggio di Mister
Cachemire alla Lazio. Con Moratti sullo sfondo, in vigilante
attesa.
Arriviamo cos alla tarda primavera del 2004. Alla Pinetina
si stava concludendo l'interim di Alberto Zaccheroni.
Bravissima persona, il romagnolo Zac. Era subentrato in
corsa al povero Cuper, ormai scaduto come uno yogurt. E
nemmeno aveva fatto male, Zaccheroni: per la Champions
si era qualificato, pi o meno rocambolescamente.
Ma Moratti, nonostante il parere contrario di Facchetti,
aveva quella nobile idea fissa in testa. Certi amori fanno dei
giri immensi, eccetera. E dunque Zac fu congedato, con suo
sommo rammarico.
Tieni presente che il Burdel di Cesenatico era tifoso
dell'Inter quanto te e me. Suo padre aveva una pensione al
mare e l'aveva chiamata Ambrosiana, solo perch non distante
il portiere kamikaze, Giorgio Ghezzi, aveva un hotel
denominato Internazionale. E per dirti quanto possa essere
crudele il destino, beccati questa: tocc a Zac, interista ripeto
quanto te e me, infliggere a noi tutti - lui stesso compreso!
- l'oscena amarezza del 5 maggio 2002. Perch quel
giorno Zaccheroni allenava la Lazio.
Molti anni dopo gli chiesi che ricordo avesse di quella
domenica. Mi rispose: Penoso, per me fu una sofferenza,
feci il mio dovere da professionista, guidavo la Lazio e
consegnammo lo scudetto alla Juventus, ma non avrei mai voluto
essere l.
Zac avrebbe anche voluto restare sulla panca nerazzurra,
nel 2004. Ma certi amori, eccetera.
Ergo, il suo posto fu preso dal Mancio.
Il quale Mancio ebbe un approccio mica tanto al cachemire,
per stare a un tratto distintivo della sua proverbiale
eleganza. Nel senso che il primo anno fu ruvido, complicato,
a lungo inferiore alle aspettative, che pure erano enormi.
Accadde questo: la Beneamata manciniana venne contagiata
da un virus debilitante. Noto come pareggite. Cio
la squadra non perdeva praticamente mai. Ma nemmeno
vinceva. E ci sebbene la prima Inter del tanto desiderato
Mancio potesse disporre del pi forte attaccante di tutti i
tempi.
S, Michele, hai letto bene. Il pi forte attaccante di tutti
i tempi. Ah, lo so cosa stai pensando. Bum! Che razza
di sparata  mai questa? Che ti sei fumato, o hai sniffato
peyote come Tex Willer? Ronaldo il Fenomeno non c'era
pi, da tempo aveva traslocato, direzione Madrid. Eppure,
amico mio, non sto farneticando. Nella stagione 2004-
2005, avevamo uno pi forte di Luis Nazrio de Lima. Avevamo
Adriano. L'Imperatore! Qui ci sarebbe da scriverci
un romanzo, altro che un piccolo libro come il nostro. Un
romanzo sulla picaresca avventura di un supereroe votato,
inconsapevolmente, non alla redenzione, bens all'autodistruzione.
Perch questa  la leggenda nera di Adriano l'imperatore:
la favola di un povero ragazzo delle favelas che riesce s a
diventare padrone del mondo, ma in fretta e furia si dissolve
e dunque la favola si trasforma in dramma, sfiorando addirittura
la tragedia. Lasciando la coda di un rimpianto struggente:
perch noi Adri lo abbiamo visto da vicino, abbiamo
ammirato i suoi prodigi e impotenti abbiamo assistito al
suo repentino tracollo. Nonostante il bene che gli abbiamo
voluto, il bene che gli hanno voluto Moratti, il Mancio, lo stesso Mourinho.
L'Imperatore era sbarcato in Italia quasi da anonimo,
nell'estate del 2001. Aveva immediatamente segnato un gol
pazzesco al Bernabeu, in un'amichevole contro il Real. E
poi ancora in campionato contro il Venezia. Ma dicevano
fosse troppo giovane e troppo grezzo, cos lo spedirono un
po' a Firenze e un po' a Parma. A rischio di perderlo, pensa te.
Grezzo Adriano? S, ma come un diamante purissimo.
Moratti se ne accorse, lo ricompr e Mancini in un amen
comprese di avere in mano l'arma letale. Insufficiente causa
limiti del gruppo, della squadra. Non per colpa del bomber!
Dicevo infatti che in quel 2004-2005 l'imperatore produsse
devastanti capolavori. Era incontenibile. Inarrestabile.
Immarcabile. Una volta contro l'Udinese a San Siro prese palla
appena fuori la nostra area, part come un treno ad alta velocit,
dribbl anche i fili d'erba e firm un gol disumano.
Un'altra volta, a Valencia per la Champions, gioc talmente
bene che quando Mancini lo tolse tutti i tifosi spagnoli si
alzarono in piedi per applaudirlo.
Oh, vecchio mio: tutte cose vere, provate, documentate.
Fatti un giro su YouTube se non ti fidi. Solo che sempre l
torniamo, alla acclarata predisposizione interista alla malinconia,
al tormento, alla insostenibile leggerezza dell'essere,
giusto per evocare Kundera, lo scrittore.
In sintesi: dopo una stagione fulminante, l'imperatore
spense la luce interiore. Qualcuno ha affermato che il cervello
umano  il pi grande mistero dell'universo e io confermo,
altrimenti non si capirebbe come mai ci siano in giro tanti interisti.
Povero Adriano. Si disse che a guastargli l'anima fu l'improvvisa
perdita del padre. Si disse, con dotte analisi sociologiche,
che non riusciva a vivere lontano dalle favelas. Di
sicuro si attacc alla bottiglia. Aveva tutto, butt via tutto.
Dall'Inter fra alti e bassi si conged definitivamente nella
primavera del 2009. Lo abbiamo amato tantissimo, senza
riuscire a supportarlo nella lotta, disperata, contro i demoni interiori.
A Mancini, che con generosit splendida fece il possibile
per salvarlo dal disastro, Adriano Leite Ribeiro regal comunque
il primo trofeo. Con una doppietta sontuosa nella
finale di andata della Coppa Italia, all'Olimpico contro la Roma.
A sigillare la conquista (dico, non alzavamo la coppetta
dal remoto 1982!) fu un altro personaggio che non vorrei
lasciare fuori da questa nostra conversazione epistolare.
Sinisa Mihajlovic era molto amico del Mancio, dai tempi
della Samp. Roberto lo aveva fortissimamente voluto in
squadra, nonostante l'avanzata et.
Tu sai meglio di me cosa, nel nostro presente di italiani,
Sinisa abbia simboleggiato. Non ci torner sopra, mi limiter
a ripetere l'ovvio: la sua malattia e la fine prematura
sono state un dolore collettivo.
Ebbene, anche Sinisa appartiene alla grande storia nerazzurra.
Nella finale di ritorno con la Roma, mentre noi tifosi
temevamo tutti la rimonta di Totti, be', fu lui, il serbo dai
piedi magici, a toglierci la paura residua, con una punizione
che faceva calare il sipario su anni di tristezze (era dalla
Coppa UEFA di Simoni, roba del 1998, che stavamo a zero
tituli, eh).
Tra i non pochi meriti del Mancini interista ci metto
anche questo: aver reso nerazzurro Sinisa Mihajlovic.
E a questo punto, caro Michele, sono costretto a rendermi
conto di una cosa che entra in rotta di collisione con
quello che ho detto a proposito del Mancio.
Mi spiego. Roberto, in nome di un'idea di Grande Bellezza
del calcio cui  rimasto sempre fedele, ha tenacemente
privilegiato il concetto di gioco, che passa attraverso un'identit
collettiva, sia pure senza cedimenti a ossessione in
stile Arrigo Sacchi (che infatti ha allenato il Milan, ehm ehm).
Eppure, alla fine della fiera della sua Inter gloriosa fatalmente
ci ricordiamo i singoli! Ho accennato all'imperatore
Adriano, che fu Augusto e Caligola in contemporanea. E ho
reso omaggio alla figura di Sinisa, che non a caso una volta
appese le scarpette al classico chiodo si trasform in vice
dell'amico Roberto.
Ma poi, poi come facciamo a non evocare il profilo di
Super Mario? Un altro eroe alla rovescia, un personaggio
da fumetto che forse non ha mai trovato il coraggio di
vivere senza la maschera. Il coraggio di essere pienamente,
compiutamente se stesso.
Ebbene, Balotelli  stato scoperto e lanciato dal Mancio,
che da subito si era accorto delle sbalorditive risorse del
ragazzo. A Mario, sin dai tempi delle giovanili, semplicemente
riusciva tutto. Aveva la forza fisica, aveva la tecnica
tipica dei piedi buoni se non addirittura buonissimi, aveva
il carattere per non subire tensioni, pressioni, emozioni.
Te lo dico? Te lo dico, amico mio: noi fans della Beneamata
abbiamo assistito, sempre pi sgomenti, al precipitare
negli inferi di un ragazzo che era The Chosen One, il Predestinato
in stile Guerre Stellari (e infatti anche nella saga di
George Lucas accade la stessa cosa ad Anakin Skywalker: da
simbolo del bene a icona del male).
Mario, uguale. Figlio di genitori ghanesi, adottato da
una solida famiglia bresciana, Balotelli era il prototipo
dell'italiano di seconda generazione. Integrato, talentuoso,
all'istante popolarissimo.
Sai com' andata a finire, tra malinconici pellegrinaggi in
Leghe di paesi diversi, comparsate in maglia milanista, illusioni
e fallimenti in Nazionale. Troppo presto Super Mario
divent la parodia di se stesso: fra cinquantanni avrebbe
potuto essere evocato come grande testimonial dell'Italia
multietnica (non sto esagerando, tu sai meglio di me quanto
forte sia l'impatto dello sport sull'evoluzione socioculturale),
invece nessuno ne serber memoria.
Peccato, davvero. Il Mancio aveva visto giusto e Balotelli
lo aveva ripagato contribuendo alla sofferta conquista dello
scudetto del 2008: era stato buttato nella mischia nel momento
pi difficile della stagione e aveva segnato gol fondamentali
nelle partite contro l'Atalanta e contro la Fiorentina.
 assurdo, sai: quei momenti che ho appena citato, i vagiti
iniziali di una carriera, sono gli unici da salvare di un'esperienza
umana e professionale che poteva e doveva essere
clamorosamente, totalmente diversa. E beninteso non  stato
Mancini a sbagliare con Super Mario (pensa che se lo tir
dietro pure al Manchester City, nel tentativo di rianimarlo).
 stato Balotelli a sbagliare tutto. In primis nei confronti
di se stesso. E poi, se posso permettermi, nei confronti degli
interisti e nei confronti di chi si ostina a credere che sia
possibile un'Italia in cui il colore della pelle non faccia mai
differenza.
Infine. Infine, amico mio, come nei romanzi di appendice
debbo tornare al punto di partenza. Per svelare l'arcano.
Com' possibile che Roberto Mancini, figura cos importante
nella storia nerazzurra, degno di appartenere al
Pantheon della Beneamata, sia anche l'unico allenatore a essere
stato licenziato in tronco appena vinto uno scudetto?!?
In quella primavera del 2008, mentre il mondo beatamente
ignorava di essere sull'orlo di una devastante crisi
del sistema finanziario (il crack di Lehman Brothers, per
capirci), in quella primavera, dicevo, l'Inter si scontr con
la rituale maledizione chiamata Champions.
Non la vincevamo dal remoto 1965, era Moratti senior/Herrera.
Moratti junior, cio l'amatissimo Massimo, aveva
comprato il club spinto dal desiderio di replicare le imprese
del capo famiglia. In patria ci era riuscito. Oltre Chiasso, a
parte la Coppa UEFA del 1998, no.
Forse fu questa legittima ossessione a trasformare in psicodramma
la doppia sfida con il Liverpool. Con il senno di
poi, i Leoni di Anfield Road erano di un'altra categoria. Ma
sai come siamo fatti noi tifosi: la logica  un optional e talvolta
la logica  un optional anche per presidenti e allenatori.
Sicch, quando nel doppio scontro il Liverpool si conferm
superiore, al Mancio and gi la catena. Pu darsi
fosse convinto di aver sprecato un'occasione. Oppure, come
spiegarono poi i suoi confidenti, il Mister aveva intuito che
al presidente gli scudetti non bastavano pi e dunque sospettava,
Mancini, che Moratti fosse gi in parola con un
illustre collega portoghese momentaneamente disoccupato,
un certo Jos Mourinho.
Non lo so dove abitasse la verit. A me il presidente ha
sempre giurato che non aveva alcun accordo con lo Special One
lusitano, almeno non quando il Mancio diede di matto.
Diede di matto in senso buono, ma insomma. Appena
finita la sfida di San Siro, che certificava il fallimento europeo,
Mancini si present ai giornalisti per annunciare che la
sua storia d'amore con l'Inter era arrivata al capolinea. Nonostante
avesse ancora due anni di contratto, a fine stagione
se ne sarebbe andato.
Putiferio. Caos. Sceneggiata degna di Mario Merola,
l'artista napoletano. Soprattutto, disastro alle porte: per la
semplice ragione che c'era ancora un campionato da vincere,
con la Roma di Totti in piena rimonta.
Colto in contropiede, Moratti valut l'ipotesi di sollevare
immediatamente Mancini dall'incarico. In quel casino
biblico, pare furono Javier Zanetti, il capitano, e Luis
Figo, il pi carismatico fusto nello spogliatoio, a farsi carico
della situazione. Chiesero un colloquio al presidente e lo
rassicurarono: ci penseremo noi a tenere unito il gruppo,
ci fidiamo ancora del Mister, non ci lasceremo scappare il
tricolore. E dopo lei sar libero di compiere le scelte che
riterr pi opportune.
Sia come sia, n lo stoico Zanetti n l'artista portoghese
lo avrebbero portato a casa, quello scudetto diventato
un'agonia. Punto su punto, i lupacchiotti giallorossi perfezionarono
il recupero. Tutto si sarebbe deciso all'ultimo
atto.
L'Inter doveva battere il Parma in Emilia per confermarsi
campione. Le premesse erano agghiaccianti. Sconfitta nel
derby alla terz'ultima giornata. Delirante pareggio interno
con il Siena alla penultima, con tanto di rigore fallito.
E a Parma pioveva, quella domenica. Anzi, diluviava. Veniva
gi un'acqua da tregenda, una roba tipo Perugia 2000,
quando la Juve aveva perso lo scudetto in extremis, a beneficio
della Lazio.
Di pi. Causa infortuni, al Mancio mancavano un sacco
di titolari. Cito alla rinfusa: Samuel, Cordoba, Cambiasso,
Crespo, Figo, eccetera. In campo c'erano Rivas e Cesar e
Materazzi, l'eterno Matrix pronto all'ennesima pugna.
Ma non ce l'avremmo fatta, caro Michele. Il Parma doveva
salvarsi e non avrebbe regalato nulla. Non ce l'avremmo
fatta se dalla panchina, in mezzo alla tempesta, a risultato
inchiodato sullo 0-0, non si fosse alzato lui.
Ibra.
Su Zlatan Ibrahimovic esiste una sconfinata letteratura.
Ha vinto in Olanda e negli Stati Uniti, in Inghilterra e in
Francia, in Svezia e in Spagna.  un personaggio dotato di
superego ipertrofico: quando lasci il club di Los Angeles
per tornare a giocare in Europa, si conged scrivendo sui
social che gli americani potevano tornare a divertirsi con il
baseball. Non si era accorto che lui, negli States, era rimasto
un semi sconosciuto, rispetto agli assi della NBA, del football
americano, persino dell'hockey su ghiaccio.
Ma non importa, in questa sede. L'Ibra interista fu tante
cose, compreso un addio, estate 2009, motivato cos: Vado
al Barcellona perch uno come me merita di alzare la Champions.
And in Catalogna, in cambio ci diedero Eto'o e
una barca di soldi e Zlatan nel frattempo ha pure presentato
il Festival di Sanremo, per la Coppa con le orecchie aspetta
ancora di alzarla.
Ma nemmeno questo importa. Conta invece che in
quell'inferno a Parma Ibrahimovic si alz dalla panca, segn
due gol memorabili e l'urlo favoloso di Roberto Scarpini,
leggendaria voce di Inter Channel, Genio, genio, genio,
risparmi a me, a mio fratello Ercole, al mio compagno di
banco di liceo Simone Gradellini (che poi per la gioia e per
adempiere a un voto si fece a piedi da casa mia a Sassuolo a
casa sua a Modena, venti chilometri!) e al pierre della Ferrari
Luca Colajanni (che invece, essendo astemio, per la felicit
si scol una bottiglia di nocino), ecco, s, a noi quattro
Ibra, talvolta pi che un mito un mitomane, risparmi un
suicidio collettivo.
Pochi giorni dopo, Massimo Moratti licenzi Roberto
Mancini. E assunse Mou.
P.s. Non ti sar sfuggito che raccontando l'Inter di Mancini
(la prima, quella vera: quando nel 2014 il futuro CT azzurro
torn alla Pinetina, be', eravamo in piena era Thohir,
insomma, non vale) ho volutamente evitato qualunque riferimento
a Calciopoli, l'osceno scandalo svelato nel 2006.
L'ho fatto perch non mi occupo di cronaca nera. E l'ho
fatto perch c' chi si specchia in Giacinto Facchetti e chi si
specchia in Luciano Moggi.
Non ho altro da aggiungere.
...
.
...
17.
...
.
...
Mi ritorni in mente, cara difficilissima domenica di Parma-Inter
0-2, ultima di campionato e ultima del Mancio,
doppietta di Ibra e scudetto numero sedici. Caro Leo, che
cosa mi fai ricordare.
Tu sarai stato in casa con i tuoi sodali nerazzurri a soffrire,
cuore in gola e nocino sul tavolo: ma pensa caro amico
che cosa tocc a me, quella domenica.
Era il giorno della cresima di mio figlio Gabriele, il terzo.
Si chiama cos in onore di un nostro mito, idolo, capitano:
Gabriele Oriali detto Lele da tutti e detto Piper,
perch frizzante come uno champagne, da Gianni Brera, il
pi grande giornalista sportivo di ogni tempo e latitudine.
Il mio primo figlio lo avevo chiamato Alessandro come
Altobelli detto Spillo. Poi era nata una femmina chiamata
Maria Chiara e, prima dell'ultima arrivata, Lucia, nata proprio
in quel 2008 di Parma-Inter 0-2, era arrivato Martino,
grande interista egli pure e tuo fan, come sai.
Ma andiamo avanti perch qui siamo nel libro Cuore. Di
sentimenti veri stiamo parlando.
Dunque Gabriele quella domenica deve fare la cresima,
io sono il suo padrino oltre che il padre. Il parroco - accidenti
a lui - decide di celebrare la messa proprio mentre al
Tardini ci giochiamo il titolo. Ho scritto accidenti a lui
ma forse avrei dovuto scrivere benedetto lui, perch non
so se sarei riuscito a sopravvivere davanti alla TV. Credo di
no. Anzi sono certo di no. Tu puoi capire.
E insomma comincia la messa e nessuno sa niente di
niente. Cosa star facendo l'Inter? E la Roma che gioca a
Verona con il Chievo? Boh. Immaginavo di apprendere tutto
all'uscita dalla chiesa, e mi preparavo a fingere di essere
sereno anche dopo una sconfitta, perch a questo soprattutto
pensava un interista: alla sconfitta. Anzi alla beffa, al
sorpasso sul filo di lana. Hai presente il 5 maggio di sei anni
prima? Ecco.
Ma lass qualcuno ci ama, caro Leo. Un segno potente
dal cielo arriv a darmi speranza. Giuro che quello che ti
racconto  vero.
Allora. Come forse sai, alla cerimonia della cresima c'
sempre il vescovo, o un suo vicario. Arcivescovo di Milano
era, all'epoca, il Cardinal Dionigi Tettamanzi. Ci mand
un suo vicario, un monsignore che di nome fa Franco Giulio
e di cognome, pensa un po', Brambilla. Gi questo mi
pareva un buon segno (noi tifosi, come sai, viviamo di superstizioni,
cabale, abitudini, coincidenze, paranoie). Ah,
chiarisco: questo monsignor Brambilla non solo non era
mio parente: ma non l'avevo neanche mai visto n sentito
nominare prima.
Ed ecco il segno misterioso. Ci si mette in fila per il rito
della cresima, e il monsignore a tutti i bambini e le bambine
- erano decine e decine - d il consueto buffetto sulla
guancia e il consueto segno sacramentale, mi pare con l'olio,
ma posso sbagliare. Non sbaglio invece quando dico che
a nessun bambino e nessuna bambina monsignor Brambilla
dice mezza parola: chiede nome e cognome, e stop.
Quando arriviamo io e mio figlio, sentendosi dire Gabriele
Brambilla il vicario del vescovo, il quale a sua volta 
il vicario del Papa, il quale a sua volta  il vicario di Cristo,
il quale a sua volta  il Figlio di Dio, ecco, a quel punto il
monsignore dice: Mi chiamo Brambilla anch'io. E subito
dopo aggiunge: A che squadra tieni?. All'Inter, risponde
Gabriele. E monsignor Brambilla: Bravo. Anch'io.
Sar un caso, sar un segno dall'Alto, ma appena rientriamo
ai nostri posti vedo uscire dalla sacrestia un ragazzo
con un sorriso da far impallidire quello di Virna Lisi. Vedo
che guarda un suo amico, fa due con le dita e sussurra
Ibra.
Il resto  felicit. La sera andammo a San Siro, dove il
Mancio con la squadra venne a portare la coppa dello scudetto.
Io ero l, con i miei figli, con il piccolo Martino in
braccio, aveva sette anni e mezzo e ancora oggi dice che non
si ricorda bene, ma di certo quella notte magica gli  rimasta
nel cuore e nel sangue, come sai.
Sarebbe cominciata, il giorno dopo, l'era di Mou. Ma
prima di raccontarla, vorrei anch'io dire due parole sull'eroe
di quel pomeriggio, Ibra.
Ha giocato con noi tre anni e ha vinto tre scudetti. Diciamo
pure che senza di lui non so se saremmo riusciti a
vincerli. Quasi certamente non avremmo vinto a Parma,
sotto quel diluvio.
E per nel cuore di noi interisti Ibra non c'.
Niente a che vedere con Bonimba, che pure di scudetti
ne vinse solo uno; ma niente a che vedere neppure con
Altobelli, neppure con il Rummenigge a mezzo servizio che
abbiamo avuto noi, n con Ronaldo quello vero e tantomeno
con Diego Alberto Milito, il Principe. Ibra  stato
troppo antipatico con noi, soprattutto da quando  andato
al Milan. Ma anche prima.
Troppo antipatico e troppo presuntuoso.  convinto di
essere pi forte di Messi e di Cristiano Ronaldo, che hanno
vinto 12 palloni d'oro (7 Lionel, 5 CR7) e 9 Champions
League (4 Lionel, 5 CR7). Ibra non ha mai vinto il Pallone
d'oro n una Champions: eppure ha giocato in Ajax, Juve,
Inter, Barcellona, PSG, Manchester United, Milan.
Che sia un caso che il pi grande Barcellona di tutti i tempi
ha perso la Champions (eliminata dall'Inter) solo nell'unico
anno in cui aveva Ibra? E sar un caso che l'Inter l'abbia
vinta l'anno dopo avere venduto lui al Barcellona? Non so.
Certo: forte  stato forte, Ibra. Ma lo dice ancor meglio,
con parole ancor pi esaustive, uno che di calcio se ne intende,
Arrigo Sacchi: Forte con i deboli, debole con i forti.
Ma torniamo a quel Parma-Inter 0-2, sedicesimo scudetto
nerazzurro, e a quel che ne segu di l a poco.
Quella festa serale a San Siro di cui ti dicevo (festa doppia,
perch quel giorno la Viola, a Torino contro il Toro,
con una rovesciata galattica a pochi minuti dalla fine di
quell'Osvaldo che poi avrebbe vestito pure la nostra maglia,
si era qualificata per la Champions spedendo il Milan in
Coppa UEFA) quella festa serale dicevo, chiuse l'epoca del
Mancio. Nei giorni immediatamente successivi la Gazzetta
dello Sport usc con due fotografie. Una ritraeva Moratti,
Branca e Mourinho all'uscita di un albergo di Parigi. L'altra
Mancini, ormai silurato, che faceva footing in Costa Azzurra
con l'amico Lele Oriali, suo strettissimo collaboratore
all'Inter (e, anni dopo, in Nazionale).
E qui ti vorrei raccontare, caro Leo, un piccolo aneddoto
che dice tanto su Jos Mourinho.
Appena arriv all'Inter, la dirigenza gli chiese chi
avrebbe voluto come team manager, dando per scontato
che non avrebbe accettato uno - Oriali, appunto - che si
era fatto fotografare con Mancini mentre lui, lo Special
One, firmava per l'Inter. Insomma, chi vuole come team
manager, Mister Mourinho?, gli chiesero. Oriali, fu la
risposta secca. Temendo che non avesse capito bene la domanda,
i dirigenti gliela vollero ripetere:  proprio sicuro,
Mister? Oriali  andato a correre e si  fatto fotografare
con un mister appena esonerato e in rotta con la societ.
Si  schierato con uno che  caduto in disgrazia. Uno che
si comporta cos  un uomo. E io in panchina, accanto a
me, voglio un uomo.
Ecco, questo  Mourinho. Mica un pirla.
E non c' da stupirsi se sia stato uno cos a portarci dove
mai eravamo arrivati. Anzi, dove mai nessuna italiana  arrivata:
al Triplete.
Inutile che racconti i due scudetti del mago di Setubal,
caro Leo. Quelli sono routine (anche se il secondo arriv
con il fiatone, e dopo uno straordinario controsorpasso sulla
Roma di Ranieri).  la Champions, il capolavoro.
Mourinho era la persona giusta che Massimo Moratti
cercava da anni. Non tanto per la tattica che sapeva impostare,
ma per la carica che riusciva a dare. Per il carisma. Ci
parlerai tu di Mister Mou, Leo. Io qui voglio solo riferire
una cosa che mi  stata raccontata da fonte certa. Cio da
uno che c'era, che era l dentro, nello spogliatoio dei nostri
ragazzi prima della finale Inter-Bayern del 22 maggio 2010,
al Santiago Bernabeu di Madrid.
Ti voglio raccontare quel che disse Mou ai giocatori
prima di entrare in campo. Della tattica, non disse nulla.
Delle marcature, nemmeno. La partita l'aveva preparata gi
nei giorni precedenti, in allenamento. L'allenatore fece alla
squadra un discorso di tutt'altro genere. Il seguente.
Io questa sera vi chiedo di vincere, disse Mou ai giocatori
subito prima di entrare in campo. Vi chiedo di vincere:
ma non per l'Inter. Non per la maglia che indossate.
E neppure per il presidente Moratti. E neanche per tutti i
nostri tifosi che sono venuti fin qui. E neanche per i tifosi
che ci guarderanno da lontano in TV. Vi chiedo di vincere:
e tantomeno per me. E neanche per voi stessi. Vi chiedo di
vincere per i vostri genitori, le vostre mogli, le vostre sorelle
e i vostri fratelli che vi staranno guardando da casa. Vi
chiedo di vincere per tutte le persone cui volete bene. Vi
chiedo di vincere soprattutto per i vostri figli, che per tutta
la vita potranno avere due differenti ricordi di questa sera:
1) il pap  tornato con la Coppa; 2) il pap  tornato senza
Coppa. Ecco, sta a voi scegliere quale dei due ricordi potranno
avere, per tutta la vita, i vostri bambini. Io vi chiedo
di ricordarvi, su ogni pallone, su ogni contrasto, che i vostri
cari vi stanno guardando. Vi chiedo di vincere per loro.
Chi mi ha raccontato questo discorso non  un giocatore,
ma mi ha detto che stava per mettersi i pantaloncini ed
entrare in campo, carico come una molla.
Mou, un genio, aveva capito che la cosa pi importante
per ogni essere umano sono i sentimenti. Non la maglia,
di cui ahim frega poco o nulla a quasi tutti i calciatori di
oggi; non la societ o i tifosi. Ma i sentimenti personali. Gli
affetti. Gli amori.
Mou  uno stregone, come uno stregone fu Helenio Herrera.
E ci voleva uno stregone per rivedere la Grande Inter.
Quel giorno, quel 22 maggio 2010, io ero a Madrid caro
Leo. Non avrei voluto esserci, perch pensavo di non poter
reggere la pressione. Ma qualcuno mi fece uno scherzo da
prete, anzi da direttore.
Ero, in quel tempo, inviato de La Stampa. Ma seguivo
tutto fuorch il calcio.
Un pomeriggio stavo passeggiando per Milano e mi
squill il cellulare. Era la segreteria di redazione del giornale.
Ciao Michele - mi disse la segretaria - mi mandi una
tua fotografia per l'UEFA?. Per l'UEFA? - risposi - ma che
cosa stai dicendo?. Ma s, l'UEFA - mi rispose -  per la
finale di Madrid. Il direttore ti ha accreditato.
Il direttore era Mario Calabresi, mio grande amico, ma
juventino marcio. Convinto che l'Inter avrebbe perso la finale,
forse voleva farmi assistere alla disfatta. O, pi, semplicemente,
voleva gufare. C' anche una terza ipotesi: che
mi volle fare un regalo, ed  un'ipotesi che non escludo,
perch Calabresi mi vuole bene, come io voglio bene a lui:
ci conosciamo da pi di trent'anni.
Fatto sta che mi trovai catapultato a Madrid gi a partire
dal gioved (si giocava il sabato). Feci il viaggio con il collega
Roberto Beccantini, grande giornalista e grande signore,
bench juventino (nessuno  perfetto).
Prima di partire, proprio a Beccantini avevo chiesto
come ci si veste per una finale di Champions. Ero convinto
che mi avrebbe risposto ma vestiti come vuoi, e
invece mi disse che lui di finali di Champions ne aveva
viste - dalla tribuna stampa - tante, e ci era andato
sempre in giacca e cravatta. Cos, partii per Madrid con
un abito da indossare per la serata di gala al Santiago
Bernabeu.
La mattina di sabato 22 fui per preso da un nodo alla
gola. Cio da uno scrupolo terribile.
Avevo infatti visto, dal terzo anello di San Siro, gli ottavi
di finale contro il Chelsea, i quarti contro il CSKA Mosca, la
semifinale contro il Barcellona, indossando sempre un paio
di jeans. E avevamo sempre vinto. Adesso dovevamo giocare
la finale e io non avevo un paio di jeans.
Mi confidai al telefono con Gianluca Mazzini, collega,
vicedirettore di Sport Mediaset, grande amico e soprattutto
fratello nerazzurro. Tu sei un pazzo - mi disse - Vai
subito a comprarti un paio di jeans. E come faccio - gli
obiettai - A Madrid, il sabato i negozi sono chiusi. Affari
tuoi: cerca dei jeans per mare e per monti. Sappi che se non
li trovi, e perdiamo, ci avrai tutti sulla coscienza.
Mi misi dunque alla surreale ricerca di un negozio, finch
trovai aperto una specie di outlet, dove presi dei jeans
che sulla natica destra avevano, pensa un po', lo stemma del
Real Madrid.
Tu non puoi immaginare, caro Leo, che cosa sono stati
per me quel pomeriggio e quella sera.
Andai allo stadio con un anticipo degno di Fantozzi.
Sbagliai ingresso e fui fermato da un cordone del Cuerpo
Nacional de Policia, che mi respinse. Estoy trabajando!
Sto lavorando!, provai a spiegare. Yo tambin, mi rispose
un energumeno che davanti alla panza teneva, impugnandolo
con le due mani, una per estremit, un inquietante
manganello.
Della partita, caro Leo, non saprei che cosa raccontarti.
Ero in stato confusionale e non so se furono pi le Camel o
lo Xanax a tenermi vivo. Anni dopo Paolo Brusorio, collega
della Stampa seduto in tribuna di fianco a me, mi confid
che quella sera era imbarazzato per la mia presenza, cos
poco professionale.
Piansi, Leo. Finita la partita, piansi di gioia. Al fischio
finale dell'arbitro signor Howard Webb mandai subito al
giornale una delle due versioni precotte che avevo preparato
- una per la vittoria e una per la sconfitta - e immediatamente
dopo mi misi a scrivere il pezzo per l'ultima
edizione, la cosiddetta ribattuta. Paolo Brusorio nel frattempo
era andato in sala stampa per le interviste e al mio
fianco erano rimasti Roberto Beccantini e Marco Ansaldo,
anche lui inviato de La Stampa, purtroppo scomparso
poi cos presto, nel 2014, a soli cinquantotto anni. Ebbene,
Beccantini e Ansaldo non erano proprio contentissimi
della vittoria dell'Inter. Diciamo cos: non proprio contentissimi.
Non proprio. Dopo il fischio finale, restarono
con lo sguardo fisso sul campo per una buona mezz'ora,
senza proferire verbo. Poi Beccantini si alz, venne verso
di me, mi porse la mano e, da gran signore, mi disse:
Complimenti.
Finito di scrivere andai io pure in sala stampa, pi che
altro perch speravo (invano) fosse rimasto qualcosa da
mangiare. Trovai una mezza porzione di lasagne fredde, o
meglio di una specie di lasagne. Lasagne castigliane? Boh.
Ormai, comunque, erano andati via tutti.
Girava per ancora una giornalista di una TV francese:
cercava un collega italiano, interista, che parlasse un po' la
sua lingua. Fui arruolato. Mi chiese che cosa significasse, per
un interista, quella vittoria, che si aggiungeva alla Champions
della Juve nel 1996 e a quelle purtroppo molteplici
del Milan di Berlusconi. Le risposi che nessun paragone era
possibile: per noi la vittoria della Champions era qualcosa
di molto diverso, soprattutto rispetto ai milanisti; qualcosa
di incredibile, qualcosa che non ci saremmo mai aspettati.
Lei non capiva. Insistette. Provai a spiegarle che, abituati
com'eravamo alla sfiga, non avremmo mai pensato di vincere
la Champions, n tantomeno un Triplete. Lei insistette,
non capiva. Guardi - le assicurai - io ero convinto, assolutamente
convinto che sarei morto senza mai vedere l'Inter
campione d'Europa. Lei scoppi a ridere, scambiando per
una battuta una drammatica verit.
Un paio di giorni dopo un grande giornalista e scrittore
nerazzurro, Michele Serra, riusc - in un pezzo su Repubblica
- a spiegarsi molto meglio di me. Per uno della
nostra generazione, scrisse, quella Coppa non era solo una
grande vittoria: era la restituzione dell'infanzia. La notte del
22 maggio 2010 gli interisti nati alla fine dei Cinquanta
e all'inizio dei Sessanta avevano rivissuto Herrera, Surez,
Mazzola Picchi e Corso, un'infanzia cos bella e cos lontana
al punto da rischiare da essere confusa con una favola. Milito
e Mourinho ci avevano fatto il regalo pi meraviglioso
che un essere umano possa ricevere: tornare bambini.
Arrivato poi in albergo, provai a girare tutti i canali TV
possibili e immaginabili per rivedere i due gol del Principe.
Ma era ormai troppo tardi.
Provai a dormire, ma invano, tanta era l'adrenalina in
circolo. E poi la sveglia era fissata per le 5, dovevo andare
a prendere Beccantini in taxi dall'altra parte di Madrid e
andare con lui all'aeroporto. Ti confesso, Leo, che ho sempre
preso l'aereo, ma mai volentieri. Volare mi mette paura.
Ma quella volta, sull'aereo Madrid-Milano, non ebbi alcuna
paura. Vinta la Champions, avevo ben poco da chiedere
ancora alla vita.
Poco tempo dopo la Gazzetta dello Sport mand in
edicola un dvd con l'intera partita. Naturalmente lo comprai
subito. Non avevo mai neppure rivisto i gol.
Ebbene credimi Leo, quel dvd  ancora incellofanato.
Non ho mai rivisto quella partita. E ancora oggi mi sembra
impossibile che abbiamo vinto davvero. Non ne sono affatto
sicuro. Troppo bello.
...
.
...
18.
...
.
...
Caro Michele,
dopo aver letto la tua narrazione sulla notte del Triplete
ho definitivamente compreso perch tra noi quello che ha
fatto carriera sia tu (e non io).
Ci premesso, sinceramente scusandomi per abbassare il
livello, ti dir subito che a me di Mou l'interista una cosa
sola non  piaciuta.
L'ultima.
Trovai infelice l'assenza del portoghese dalle celebrazioni
per la conquista della Champions.
Ma come?!? Io come te stavo al Bernabeu per godermi
l'irripetibile evento e quando tutto fu compiuto e quello
stadio fantastico si svuotava, ecco, avevo giusto un minuscolo
cruccio.
Mi spiego: essendo andato a Madrid con mio fratello
(sempre lui, medico, addetto a terapia d'urgenza in caso di
collasso nerazzurro), be', ero al settimo cielo ma mi dispiaceva
non poter essere a San Siro alle luci dell'alba della domenica.
Ad accogliere la Squadra (qui la maiuscola ci vuole)
con la Coppa. Come in un risveglio natalizio dei bambini
di fronte al regalo pi bello.
Ebbene, Mourinho non si present. Pianse in campo, si
strinse a Moratti, abbracci persino Balotelli, Santon,
Arnautovic e Quaresma, fu perfetto sul lavoro e nella gestione
dell'emozione collettiva.
Ma cann di brutto il passo d'addio. Tu che sei tra noi
quello bravo starai pensando: chi se ne frega, ci aveva consegnato
l'imperituro Triplete, cosa stai a fargli le pulci per
un'assenza a una festa che dovevamo peraltro a lui.
Oh, di testa hai ragione, vecchio mio. Di cuore hai torto.
Mourinho sprec un momento che non sarebbe tornato,
disertando l'alba magica di San Siro. Fu ingiusto nei confronti
di se stesso, non verso di noi.
Vers le ultime lacrime con Materazzi e poi sal sulla
macchina di Florentino Prez, il suo nuovo datore di lavoro,
il presidente del Real. Era un suo diritto, per carit. Per
fu un errore. E a distanza di anni il diretto interessato se ne
rese conto. In un docufilm, facciamo per metterci una pezza,
lo Special One raccont quanto segue: Non tornai con
la squadra e non andai a San Siro con la Coppa perch se
lo avessi fatto non avrei trovato la forza di lasciare l'Inter.
Vabbe', tiremm innanz, come dite voi lombardi.
Ecco, andiamo avanti. Anche perch non vorrei essere
frainteso: ho citato l'unico dispiacere che ci ha dato Jos
proprio per essere libero di dichiarare che Mou  stato l'allenatore
pi interista che l'Inter abbia mai avuto.
Tu hai descritto la consacrazione, la notte della leggenda
e bla bla bla. Io invece ti metter in fila alcuni piccoli episodi
che ogni volta mi hanno spinto a sospettare che Mou
non fosse nato in Portogallo ma alla Bovisa, o all'ombra di
San Siro o nelle stanze di un Inter Club della Sicilia, della
Campania, degli Abruzzi.
Uno di noi, sissignore.
Primo episodio. Primavera del 2009.  l'anno uno dello
Special One in Italia. In teoria non dovrebbe sapere nulla di
certi meccanismi che condizionano la narrazione pubblica
delle vicende calcistiche in questa sgangherata Italia.
Ma che succede? Succede che questo tizio cresciuto tra
Porto e Cascais va in conferenza stampa e definisce prostituzione
intellettuale il modo in cui vengono raccontate nel
Bel Paese le storie di pallone.
Prostituzione intellettuale. Ho sentito in diretta televisiva
queste due parole e ho fatto un salto sulla sedia.
Giuro. Mou stava in Italia da pochi mesi e aveva gi intuito
tutto. Si era accorto che l'Inter, per quanti soldi Moratti
potesse spendere e spandere, sempre nel mirino veniva
collocata.
Prostituzione intellettuale! Un genio, soltanto un genio
poteva escogitare una sanzione morale cos drastica. Lo
dico? Lo dico: credo non ci sia interista che non si sia riconosciuto
in questo slogan.
Secondo episodio. Zero tituli.
Siamo sempre nel 2009 e ci voleva uno straniero per segnalare
che, almeno in Italia (il Triplete doveva ancora arrivare),
almeno in Italia, s, c'era un club che stava comunque
dominando la scena. Da anni. Gli altri, zero tituli. Severo
ma giusto.
Terzo episodio, pi o meno stessa epoca.
Quando la Juve attacca l'area di rigore misura venticinque
metri, quando la Juve difende l'area di rigore si restringe
a cinque metri. Sinceramente qui ho pensato che
Mou fosse stato mio compagno di banco alle elementari,
alle medie, alle superiori. Forse veniva a scuola camuffato,
cosa vuoi che ti dica. Perfetto, assolutamente perfetto.
Quarto episodio.
Il 5 maggio (l'unico 5 maggio che sono disposto a ricordare)
2010 l'Inter  chiamata a scalare il primo gradino del
Triplete. Finale di Coppa Italia a Roma. Stadio Olimpico.
Tecnicamente, sede neutra: la finale si gioca sempre nella
Capitale, in astratto nessuno gioca in casa. Ma nostra avversaria
 la Lupa di Claudio Ranieri e lo speaker dell'Olimpico
se ne strafotte della terziet e spara a palla Grazie Roma
di Venditti mentre le squadre entrano in campo.
E che ti fa Mou? Si precipita verso gli addetti della Lega
Calcio ed esige che venga interrotta la diffusione dell'inno
giallorosso. Siamo ufficialmente in terreno neutro? E allora,
o suonate pure Pazza Inter o niente.
Un matto? Un matto vero. Ma aveva ragione e gliela diedero
e poi vincemmo 1-0 con gol di Milito, of course.
Quinto episodio.
Un derby, sempre nella stagione del Triplete. Facciamo
che c'era un arbitro strano strano, sicch prima viene espulso
Sneijder e poi anche Lucio. Finisce che vinciamo incredibilmente
2-0, con Julio Cesar, "l'acchiappasogni (copyright
Scarpini) che para pure un rigore a Ronaldinho.
Mou, quello nato alla Bovisa, gi mio compagno di
scuola camuffato, commenta l'impresa in questo modo: Ci
tengo a precisare che avremmo vinto questa partita anche
se il signore con il fischietto ci avesse ridotti in sette. In sei
no, perch con meno di sette giocatori per regolamento non
puoi stare in campo. Ma in sette s, tranquillamente.
Qui mi sovviene un dubbio: che fosse uno sceneggiatore
di Hollywood a scrivere le battute al nostro eroe? Perch
sembravano studiate a tavolino, preparate con cura, riflettendo
sull'effetto mediatico che avrebbero avuto.
Sesto episodio.
Giochiamo contro la Sampdoria, fine inverno 2010.
Senza entrare nel merito, un altro arbitro caccia due dei nostri
gi nel primo tempo. Restiamo in nove contro undici.
Reazione dello Special One? Si gira verso la tribuna e
mima il gesto delle manette. Significato: possono fermarci
soltanto se ci mettono in galera. Stadio in delirio. Stavolta
l'esternazione  muta, sembra un'interpretazione calcistica
del film Urla nel silenzio. Impatto immediato: la Squadra,
sempre con la maiuscola, si regala una notte da assediati a
Fort Alamo e conquista un preziosissimo 0-0.
Settimo episodio.
Fischio finale al Camp Nou, l'incubo che svanisce, il
grandissimo Barcellona di Messi (euro campione nel 2009
e lo sar di nuovo nel 2011, era il mitico gruppo di Pep
Guardiola)  stato eliminato e gli addetti al terreno di gioco
impazziscono di rabbia, attivano subito l'impianto di irrigazione,
per infastidire i festeggiamenti dei nostri.
E Mou l, a far la doccia vestito insieme a Lele Oriali,
il ditino alzato come Pietro Mennea il velocista, in un'ostentazione
di orgoglio nerazzurro mai visto prima in quel
tempio sacro.
Mi fermo?
Mi fermo.
Per me, per noi il portoghese  stato tutto questo. Ha
incarnato il sentimento interista come se ci fosse nato dentro.
Ci capiva al volo e sapeva farsi capire al volo. Era soltanto
in transito nel nostro cielo eppure sembrava essere
stato sempre l.
Sai, Michele, io credo ci siano cose che non hanno una
spiegazione razionale. Jos Mourinho in carriera ha vinto
con il Porto e con il Chelsea, con il Real, ha alzato trofei
anche con il Manchester United e con la Roma. Ha un curriculum
inattaccabile, forse persino inimitabile.
All'Inter ha lavorato appena ventiquattro mesi. Quasi
niente, nell'arco di una carriera lunga e gloriosa.
Ma il mio sospetto  che in nessun luogo questo gitano
portoghese si sia sentito a casa come alla Pinetina.
E qui chiudo con una annotazione figlia di una mera
congettura, per carit.
Forse Mou se ne and in quel modo, senza nemmeno
passare da San Siro con la Coppa, perch aveva capito.
Aveva capito prima di noi.
Aveva compreso che Massimo Moratti, eguagliato il
padre nella notte del Bernabeu, si sarebbe lentamente ma
inesorabilmente allontanato dalla creatura che tanto aveva
amato e per la quale tanto aveva investito, in denari ed emozioni.
Arrivato sulla vetta pi alta, potevi soltanto scendere. E
Mou era troppo intelligente, troppo Special One, per non
rendersene conto.
P.s. Come sai io invece non sono per niente speciale e
sono molto ignorante. Per, sai com'.
Stavo abbandonando il Bernabeu con mio fratello. Le
premiazioni erano finite, sugli spalti ormai non c'era quasi
pi nessuno.
Fu un attimo. Dissi al Brother. aspetta, torniamo indietro,
voglio un'ultima foto, l'erba sullo sfondo, perch un
momento cos chiss quando lo rivivr...
...
.
...
19.
...
.
...
E invece, caro Leo, sull'ultimo atto nerazzurro di Mourinho
la penso proprio come te. Anch'io non ho mai digerito
la sua assenza, anzi la sua diserzione dalla festa a San
Siro, la notte fra il 22 e il 23 maggio 2010, forse la notte pi
bella della nostra vita, sicuramente la pi bella della nostra
vita da tifosi. Gli si perdona tutto, a Mou: quindi nessun
rancore, ghe mancaria, come direbbe Gioanbrerafucarlo.
Gli perdoniamo tutto adesso e gli perdonammo tutto allora,
ebbri com'eravamo di una gioia insperata.
Eravamo tanto felici che... Guarda, ricordo bene che
cosa disse il mio amico Giacomino Poretti, quello di Aldo
Giovanni e Giacomo (per inciso, tutti e tre interisti: ma
Giacomo pi degli altri,  uno che durante le partite soffre
come noi, cio come una bestia). Allora, Giacomino disse
cos, prima della finale di Madrid: Se vinciamo anche
questa e facciamo il Triplete, per dieci anni non chiedo pi
niente. Sono pronto a firmare: Triplete adesso, e poi dieci
anni di merda.
Qualcuno, nel cielo di Eupalla (sempre copyright Brera:
sempre) deve averlo ascoltato. Fin troppo. Deve avergli infatti
applicato pure una mora, visto che gli anni di merda, o
almeno di magra, sono stati undici, dal 2010 allo scudetto
di Conte nel 2021 (la Coppa Italia del 2011, con Leonardo
in panchina, se permetti non la conto: a dodici mesi dal
Triplete, fu come una cena in ospedale alle sei meno un quarto
del pomeriggio, pastina prosciutto cotto formaggino Mio e
purea confezionata, di mela o di pera).
Altro che dieci anni di magra. Abbiamo attraversato il
deserto, in quel decennio abbondante. Se mi guardo indietro,
mi chiedo come abbiamo potuto sopravvivere. Siamo
passati da Sneijder a Kuzmanovic, da Figo a Schelotto, da
Ronaldo a Rocchi. E, soprattutto, dalla Famiglia (inutile
dire quale: di Famiglia, nella nostra storia, ce n' una sola)
all'indonesiana Inter, quella di Thohir...
Caro Leo. A quale dura prova  stata messa la nostra
fede.
Dopo Mou il diluvio. Benitez, Leonardo, Gasperini, Ranieri,
Stramaccioni, Mazzarri, Mancini-bis, De Boer, Pioli,
Vecchi, e infine Spalletti.
Per carit: alcuni di questi allenatori sono molto bravi
e hanno anche vinto - con altre squadre s'intende - cose
importanti, perfino importantissime.
Claudio Ranieri, grande signore, ha vinto forse la cosa
pi difficile di tutte: una Premier League con il Leicester.
Roba da ricordare l'Osvaldo Bagnoli, mago della Bovisa,
che aveva vinto lo scudetto con il Verona.
E poi Rafael Benitez Maudes detto Rafa.
Eh, caro Leo: i cugini ancora ci sfottono per il 5 maggio,
che poi sarebbe come la loro fatal Verona, cio lo scudetto
perso dai rossoneri di Rocco all'ultima giornata nel 1973,
3-5 con i gialloblu scaligeri. Ma vogliamo parlare del 25
maggio?
In tutta la storia del calcio non si ricorda una beffa,
un suicidio come quello del Milan di Carletto Ancelotti a
Istanbul, finale di Champions League del 25 maggio 2005.
3-0 per il Milan alla fine del primo tempo. Poi, nel secondo
tempo, tre gol del Liverpool in sei minuti: dal 54' al 60'.
Mai visto al mondo. 3-3 anche alla fine dei supplementari,
calci di rigore e ciao coppa, cari i miei cuginastri casciavit.
Ti confesso, caro Leo, che quella sera feci una cosa ignobile,
di cui un po' mi vergogno ancora.
Ero direttore del quotidiano La Provincia di Como,
stavo lavorando, la TV del mio ufficio era accesa e assistevo
alla marcia trionfale del Milan. E uno, e due, e tre: inglesi
non pervenuti. Alla fine del primo tempo ero sconfortato.
Rassegnato. Vilipeso. Depresso. Desideroso di varcare il vicinissimo
confine con la Svizzera per andare a cercare una
clinica in cui si potesse mettere fine, legalmente, alle mie
sofferenze. Decisi di non guardare pi.
Iniziata la ripresa, dovetti andare, per una cosa di lavoro,
nell'ufficio del mio vicedirettore, Bruno Profazio, milanista.
S, milanista: proprio io avevo nominato, come mio vice,
un milanista. E Vabbe'.
Comunque entro nella sua stanza, mi siedo e in quel
preciso istante Steven Gerrard la mette dentro di testa: 1-3.
Sai com' fatto il tifoso: te l'ho detto, vive di scaramanzie.
Ho pensato: vuoi vedere che se sto qui porto sfiga al Milan?
Neanche il tempo di darmi una risposta che tac, Vladimir
Smicer con un tiraccio da fuori sorprende Dida: 2-3. A quel
punto non mi sono mosso pi dall'ufficio, con il mio vice
che mi implorava di togliermi dalle palle. Mi sono alzato
solo quando Andriy Shevchenko si  fatto parare l'ultimo
rigore da Jerzy Henryk Dudek, portiere polacco destinato
a essere elevato agli altari insieme con il suo connazionale
Karol Wojtyla.
Ti ho definito ignobile quel mio comportamento, caro
Leo, perch Bruno Profazio  una delle persone pi buone
e corrette del mondo, e non avrebbe meritato una porcata
del genere. E poi non si infierisce mai sui vinti. Mai. Queste
sono cose che lasciamo fare a loro. Ai milanisti e agli juventini.
Loro.
Ma tornando a bomba. Ecco, l'allenatore che guidava
quel Liverpool che inflisse al Milan la pi bruciante sconfitta
della storia del calcio era proprio lui, Rafa Benitez. E
chiss se non fu (anche) il ricordo di quella sera di Istanbul
che spinse Massimo Moratti a scegliere, per il dopo Mourinho,
questo Benitez, il quale oltretutto portava in dote
un altro segno del destino:  nato a Madrid, la citt in cui
avevamo appena vinto il Triplete. Pareva scritta, la sua storia.
E invece.
Benitez  sicuramente un maestro di calcio. Ma all'Inter
non funzion. Vinse,  vero, due titoli. Una Supercoppa
Italiana contro una Roma in verit piuttosto malconcia,
e un titolo mondiale - quello che ai tempi di Herrera si
chiamava Intercontinentale - contro una squadra africana
di cui credo nessun tifoso, anche interista, ricordi il nome.
Due titoli, comunque.
Ma pi che per quelle due coppe, ricordiamo Rafa
Benitez impotente sulla nostra panchina mentre veniamo
presi a sberloni dall'Atletico Madrid nella finale della Supercoppa
Europea, a Monaco. Stroncato dal caldo di fine
agosto, Benitez era stravaccato sulla nostra panchina a detergere
il sudore con un asciugamano sulla testa: spossato,
inerte, inutile, impotente. Cos somigliante al sergente Garcia
di Zorro. E insomma noi, abituati a Mou...
Benitez dur poco, un trimestrello direi. Si dimise, o
meglio fece in modo di farsi licenziare dichiarando urbi et
orbi alle telecamere italiane e straniere che la societ non
lo aveva soddisfatto sul mercato, proprio subito dopo aver
portato a casa il terzo titolo mondiale della nostra storia.
Al suo posto Moratti prese al volo l'allenatore che forse era
stato tentato di prendere gi in estate, senza averne per il
coraggio: Leonardo Nascimento de Araujo detto Leonardo,
brasiliano di Niteroi, Rio de Janeiro. Uomo bello colto poliglotta
affascinante elegante.
E c'era un ottimo motivo per non avere avuto il coraggio,
gi in estate, di affidare gli eroi del Triplete a Leonardo.
Costui era stato infatti l'allenatore del Milan nella stagione
precedente.
C'era lui sulla panchina rossonera in quel derby che
ricordavi tu, quel derby che vincemmo 2-0 nove contro
undici, o forse sarebbe pi corretto dire contro dodici (a
proposito: a fine gara Mourinho, oltre a dire quello che
riporti nel capitolo precedente, e cio che avremmo vinto
anche in sette, aggiunse un'altra fulminante battuta,
ricordando pure, oltre alle due espulsioni, il ridicolo rigore
concesso al Milan: Complimenti a Julio Csar che
ha parato il rigore. Ronaldinho  infatti il calciatore pi
allenato d'Italia nel calciare i rigori, visto che ne tira uno
ogni domenica. Ecco, per confermare quello che dicevi
tu: Mou conosce e vive l'interismo come se fosse nato ad
Appiano Gentile).
Leonardo era sulla panchina dei cuginastri, naturalmente,
anche in quella sfida di Champions contro il Manchester
United nell'edizione 2010, l'edizione appunto che vincemmo
noi. Quella sfida, per intenderci, che il nostro Super
Mario Balotelli - nostro perch giocava con noi, in quell'anno
- and a vedere in curva Sud in mezzo ai tifosi milanisti,
con tanto di sciarpa rossonera. Era la gara d'andata. Risultato
finale: Milan 2, Manchester 3. La domenica successiva
i nostri, quella della curva Nord, misero sulla gradinata di
San Siro, dove giocavamo noi, un meraviglioso striscione:
Mario ti sei divertito mercoled sera? Anche noi. Sconfitto
in casa dagli inglesi, Leonardo promise una gara epocale nel
ritorno a Manchester, dove il Milan avrebbe fatto di tutto
per ribaltare il risultato dell'andata e qualificarsi. Fin 4-0
per il Manchester.
Insomma c'era pi di un motivo per non poter presentarsi,
nell'immediato dopo Mou, con Leonardo in panchina.
E per Leonardo da noi fece bene. Via Benitez e dentro
lui, la squadra si ritrov e, nelle venti partite di campionato
che restavano da giocare, fece pi punti di tutti. Purtroppo
non bastarono a vincere lo scudo. Arrivammo secondi. E
poi la coppetta Italia che ti dicevo, 3-1 al Palermo in finale
con doppietta di Eto'o, altro grandissimo giocatore senza il
quale, credo, non avremmo fatto il Triplete.
Ecco, qui qualche parola su Eto'o va spesa.
Samuel Eto'o Fils, nato a Nkon in Camerun il 10 marzo
1981,  stato uno dei pi grandi attaccanti di tutti i tempi
e probabilmente il pi forte calciatore africano di sempre.
Lo prendemmo nel 2009 dal Barcellona, dove in cinque
stagioni aveva giocato 199 partite e segnato 130 gol.
Ma Eto'o non era solo un goleador. Era un attaccante
intelligentissimo, che sapeva come e dove muoversi, come e
dove smarcarsi. Sapeva aiutare i compagni del reparto offensivo
e, con Mourinho, pure del reparto difensivo. Lo Special
One infatti gli chiese un grande sacrificio. Vista la vena soprannaturale
di Diego Milito nell'anno del Triplete, Eto'o
fu fatto giocare largo, con il compito di scendere, quando
occorreva, fin sulla linea bassa dei difensori. E quante volte
abbiamo visto Eto'o fare il terzino, Leo.
Classe e umilt. Un fenomeno. Anche perch, pur facendo
l'esterno o il terzino, da noi, in due stagioni, in 102
presenze, la mise dentro 53 volte. Fu lui, ad esempio, a segnare
il gol della vittoria per 1-0 in casa del Chelsea, negli ottavi
di finale della Champions che vincemmo. Un grande gol,
che vidi in un tendone trasformato in ristorante a L'Aquila,
dov'ero andato a vedere cos'era stato fatto rinascere a un
anno del terremoto (nulla: la citt era ancora distrutta; c'erano
solo le casette tipo palafitte messe su a tempo di record
dal governo Berlusconi e ingiustamente criticate, perch
erano sempre meglio delle tende).
Samuel Eto'o. Ecco, siccome quando si parla dei nostri
mercati estivi si ricordano sempre le minchiate, vorrei ricordare
che questo fuoriclasse noi lo prendemmo in cambio
di Ibrahimovic e il Barcellona ci diede pure un conguaglio
di una cinquantina di milioni di euro: con i quali prendemmo
Milito, Thiago Motta, Lucio e Sneijder. Insomma
vendendo Ibra al Barcellona, prendemmo Eto'o, che a differenza
del Re dei Presuntuosi sapeva come si vince una
Champions (ne aveva gi vinte due), rifacemmo la squadra
e vincemmo il Triplete.
Grazie Ibra. Grazie di aver fatto il matto per andare via.
Come abbiamo sentito (bene) la tua mancanza.
Vinta la Coppa Italia con quella doppietta di Eto'o, Leonardo
se ne and. Moratti l'avrebbe anche tenuto: ma lui
se ne and. A Parigi, per cambiare societ, campionato, vita
e mestiere. Amen.
Prendemmo Gasperini. E qui, caro Leo, ti confesso una
cosa. So che gli interisti non lo amano. Ma Gasperini  per
me un grande rimpianto. Dicono che non  simpatico. Dicono
che si present alla Pinetina con un piglio che non fu
gradito. Non so. Ma credo che l'Inter non abbia trattato
bene questo allenatore, che al Genoa e all'Atalanta ha fatto
meraviglie dal punto di vista della qualit del gioco e miracoli
dal punto di vista dei risultati.
L'Inter non credette in lui. Gli fece un mercato pessimo.
Lui si sarebbe accontentato di giovani di gamba, non
chiedeva spese folli. Gli presero giocatori che non voleva,
Zarate cavallo matto e Forlan cavallo bolso. In compenso gli
vendettero Eto'o. Mah. Eppure nella finale della Supercoppa
italiana a Pechino, che perdemmo 2-1 contro il Milan e
tralascio i commenti sull'arbitraggio, nel primo tempo giocammo
un calcio stellare. Il calcio di Gasp. Bisognava dargli
tempo. Ma lo licenziarono alla quarta di campionato, dopo
una sconfitta a Novara. Peccato.
Arriv Claudio Ranieri, tecnico preparato ed esperto
e vero signore, che per un po' fece buoni risultati. Ma
quell'Inter - Inter intesa come una societ - era in uno di
quei purtroppo non rari periodi di zamparinite (da Maurizio
Zamparini, il presidente prima del Venezia e poi del
Palermo che, in 32 stagioni, ha cambiato 66 allenatori).
Ecco, Massimo Moratti in qualche stagione si fece un
po' zamparinizzare. E cos neanche Ranieri riusc a finire
la stagione. Fu esonerato alle ventinovesima, per lasciare il
posto a un esordiente, Andrea Stramaccioni, che Moratti
avrebbe poi confermato per la stagione 2012-13.
Il seguito te l'ho gi anticipato. Walter Mazzarri, bravo
ma forse troppo schiacciato dalla pressione: viene esonerato
dopo un pareggio con il Verona per il quale aveva dato
colpa alla pioggia. Poi il Mancini-bis, la meteora Frank De
Boer, Stefano Pioli, Stefano Vecchi. Anni grigi. Decennio
grigio.
Decennio che segna ahim il secondo abbandono della
Famiglia. Angelo Moratti aveva lasciato dopo aver vinto
tutto. Massimo Moratti ha lasciato dopo aver vinto tutto.
Chiss, Leo: forse quella notte in cui rest a Madrid e
non venne a San Siro a festeggiare il Triplete, jos Mourinho
aveva davvero capito che il suo presidente era sazio. E
pure un po' dissanguato, avendo messo nell'Inter (pare) un
miliardo e duecento milioni di euro. Mou aveva capito che
non ci sarebbe pi stata trippa per gatti.
Presidente Massimo Moratti, noi la capiamo se ha deciso
di mollare. La capiamo. Ma ci lasci dire che ci dispiacque
tanto.  un lutto che dobbiamo ancora elaborare. L'Inter
dei Moratti ci manca. E chiss se dopo il padre Angelo e il
figlio Massimo...
Dopo Massimo Moratti arriv Thohir, il quale non merita
pi di una mezza e distratta citazione. E dopo Thohir sono arrivati
i cinesi. I quali, comunque, non hanno fatto poco, anzi.
Per prima cosa ci hanno portato Luciano Spalletti. Il
mago di Certaldo forse non ha brillato e non brilla per simpatia.
Quando parla sono in pochi a capire quel che dice:
forse neanche lui. Ma ci ha riportati in Champions e ha
gettato le basi per quella squadra formidabile che ha messo
in piedi quell'altro fenomeno di Antonio Conte, del quale
ci parlerai tu, Leo.
Ma prima di lasciarti la parola, voglio dirti questo.
Voglio dirti che in questi dieci anni oscuri, comunque,
non ci siamo fatti mancare niente, quanto a interismi. A
partire dalla telenovela Wanda Nara-Maurito Icardi: da
quel punto di vista, dal punto di vista del casino, i campioni
d'Italia d'Europa e del Mondo siamo sempre noi.
E pure qualche bella goduria, Leo.
Come quella vittoria dell'Inter di Stramaccioni a Torino
il 3 novembre 2012 contro la Juventus: 1-3 con doppietta
di Milito e gol di Rodrigo Palacio, un altro grandissimo che,
purtroppo, da noi non ha potuto vincere nulla. Uno che gioca
a calcio per divertimento. E che sostiene di essere pi bravo
a pallacanestro. Anche a Bologna l'hanno amato tanto.
Quella nostra vittoria per 3-1 a Torino fu la prima sconfitta
della Juventus nel suo nuovo stadio, quindi storica.
Allo Stadium la societ bianconera dovrebbe mettere una
targa dicendo: la prima squadra venuta a espugnare questo
campo  il Football Club Internazionale Milano. Ma sono
troppo impegnati a mettere targhe in cui si moltiplicano gli
scudetti.
Vincemmo, quel giorno, nonostante un primo tempo
da codice penale. La Juve and in vantaggio con un gol in
fuorigioco di qualche chilometro. Tu sai, Leo, che lo stadio
della Juve non  a Torino. E a met fra il comune di Venaria
Reale e quello di Torino. Ecco, pare che Asamoah, al momento
di fornire l'assist a Vidal che segn, fosse in comune
di Torino, e l'ultimo difensore dell'Inter in quello di Venaria.
O viceversa: la sostanza non cambia. Sempre Juventus
. Rigore e fischietto juventino perfetto.
L'arbitro (non lo nomino) era lo stesso di quell'Inter-Sampdoria
del 20 febbraio 2010 e del gesto delle manette
di Mou: quella partita in cui due dei nostri, Samuel e
Cordoba, erano stati espulsi gi nel primo tempo, al 31' e al
38', roba mai vista al mondo. Ecco: in quella Juventus-Inter
del 3 novembre 2012, dopo il gol in fuorigioco di Vidal,
quell'arbitro non butt fuori Lichtsteiner, gi ammonito,
dopo un secondo fallo che sarebbe stato, gi di suo, da rosso
diretto. Ma alla fine vincemmo noi.
Fu una bella goduria, quella partita. Quella sconfitta
della Juve allo Stadium fu una primizia che rende giustizia
imperitura a tutte le genti, e porta la nostra firma.
E abbiamo goduto anche per certi derby vinti con Icardi:
uno di tripletta (15 ottobre 2017), uno con gol al 92' (22
ottobre 2018) su cross di Vecino e uscita a vuoto di Donnarumma.
C'era Spalletti in panchina tutte e due le volte.
E non parliamo poi di quel derby vinto da Stramaccioni
in rimonta 4-2 alla penultima della stagione 2011-12: con
quella sconfitta i cugini persero matematicamente lo scudetto,
per consegnarlo alla prima Juve di Antonio Conte.
Ecco, Conte. Tu lo conosci bene, Leo. Vai.
...
.
...
20.
...
.
...
Caro Michele,
siamo da sempre d'accordo, io e te, su una cosa: l'Inter
 una fede.
E una fede ha i suoi dogmi.
Non solo. Talvolta la fede impone di credere nell'incredibile.
A noi cuori nerazzurri  capitato. Mi spiego.
Cosa avremmo detto se nel 1968 Angelo Moratti avesse
ceduto la Beneamata al Grande Timoniere, inteso come
Mao, il fondatore della Repubblica Popolare Cinese, dittatore
spietato oltre la Grande Muraglia? Non avremmo detto
nulla, perch proprio non poteva accadere.
E come avremmo reagito se nel 1984 il mite Fraizzoli
avesse venduto l'Inter a Deng Xiao Ping, il comunista
pragmatico che a Pechino e dintorni aveva santificato un
ossimoro, cio il capitalismo di Stato, rigidamente controllato
dal Partito? Non avremmo reagito, perch proprio non
poteva accadere.
E cosa avremmo detto e blaterato se nel 1995 Ernesto
Pellegrini avesse consegnato l'Inter al Comitato Centrale
del PCC, sigla che sta per Partito Comunista Cinese? Niente,
saremmo rimasti muti, perch proprio non poteva accadere.
 accaduto, invece, nel 2016. A dimostrazione di quanto
il mondo sia cambiato.
Qui non interessa dibattere sul bene e sul male della globalizzazione:
ognuno di noi  libero di avere l'idea che preferisce,
in merito. Di sicuro  stato ingenuo immaginare, sul
finire del Novecento, che l'abbattimento di muri e barriere,
anche a livello finanziario, non avrebbe contaminato anche
le nostre passioni popolari.
Anche l'Inter. La nostra fede.
Tutto si tiene, diceva quello l. Tout se tient. E nemmeno
 il caso di stare a fare troppo gli schizzinosi. Gli emiri di Abu
Dhabi controllano il Manchester City. Gli sceicchi del Qatar
hanno in mano il Paris Saint Germain. Nella Premiere League
inglese quasi tutti i club appartengono a entit straniere.
C'era Abramovic, l'oligarca di Putin. Insieme a fondi di
investimento, improbabili magnati thailandesi (uno di loro
vinse il titolo con il Leicester di Ranieri, pensa te), misteriosi
finanziatori che non sapevano dove mettere i quattrini.
Poteva la nostra serie A restare estranea? Figuriamoci.
E bello tutto questo? Anche no, per chi  cresciuto tifoso
in un calcio in cui il presidente della tua squadra era tifoso,
da sempre, quanto te. Ma esistevano alternative? Ne dubito
fortemente.
Quando Moratti junior si  stancato, mica c'era la fila,
fuori dalla sua porta. E infatti Massimo si accord con
Thohir, l'indonesiano strano strano, un tizio pure simpatico,
ma uno che si present dicendo che il suo interista
preferito, l'idolo nei suoi ricordi, era Nicola Ventola.
Ventola!
Non Mazzola o Corso o Ronaldo o Milito o Zanetti.
Ventola! E dunque ci siamo capiti.
Eppure, eppure. Eppure, questo paffuto feudatario asiatico
sapeva cosa bolliva nella pentola dei compagni cinesi.
Meglio di chiunque altro. E qui mi perdonerai una divagazione
che appartiene al regno della geopolitica. Geopolitica
di cui l'Inter, la nostra Inter, divent, all'improvviso, parte
non insignificante. E - guarda un po'! - forse fu un colpo
di fortuna.
Era accaduto questo. Diventato capo supremo della Cina
nel 2013, il presidente Xi Jinping aveva esteso allo sport i
progetti per rendere il Paese una super potenza planetaria.
In particolare, il Partito approv una risoluzione che fissava
un obiettivo strategico: vincere il Mondiale di calcio entro
il 2030, al massimo entro il 2034.
Guarda che non sto scherzando! E tutto agli atti. Il piano
prevedeva massicci investimenti in patria e all'estero. Doveva
essere creata una Lega Professionistica capace di attrarre
le stelle del football internazionale. E doveva essere gettata
una testa di ponte sul Vecchio Continente, per rendere credibile
l'impronta cinese sul pallone.
La cosa  andata avanti. Offrendo ingaggi faraonici, i
club cinesi hanno acquistato campioni come il nostro
Guarin, l'argentino Lavezzi, il brasiliano Oscar e tanti altri.
Non sono riusciti a convincere Messi e Ronaldo, ma per
un po' il campionato Made in China ha smesso di essere
un'attrazione folcloristica.
Non solo. Marcello Lippi, Fabio Capello e il brasiliano
Felipe Scolari, CT iridati nel 2002 e nel 2006, sono stati
importati per insegnare l'arte della pedata a oltre un miliardo
di persone. Anche Fabio Cannavaro, il capitano di
Berlino, ha iniziato la carriera da allenatore da quelle parti.
E tale era il coinvolgimento del Partito che quando Xi Jinping
venne in visita ufficiale in Italia, be', interruppe una
cerimonia protocollare per andare a stringere la mano a Lippi,
unico tra gli invitati a essere cordialmente intrattenuto
dal Grande Timoniere.
Ecco, sulla mappa della Via della Seta pallonara a questo
punto venne individuata la Beneamata. Prestigio indiscusso
a livello globale, unico club italiano mai retrocesso in serie
B, all'epoca nelle mani del paffuto investitore indonesiano.
Thohir del resto lo aveva detto dall'inizio: aveva comprato
l'Inter per rivenderla guadagnandoci. Le sue legittime
aspirazioni finanziarie non potevano non incrociarsi con
l'espansionismo pechinese.
E cos fu. I compagni comunisti avevano scelto il veicolo
giusto per l'operazione: Suning, conglomerato industriale
partito dalla elettronica di massa. Capitalista di Stato,
Zhang senior condivideva le ambizioni di Xi Jinping. Soprattutto,
Zhang era consapevole di una cosa: non si muove
foglia che il Partito non voglia. Nemmeno in area di rigore.
Nemmeno alla Pinetina.
E cos diventammo cinesi, amico mio. Diventammo cinesi
e aggiungo che personalmente non ho condiviso e non
condivido i mugugni, le perplessit, i dubbi e bla bla bla.
Giuro: la politica non c'entra e il comunismo nemmeno.
Dal mio punto di vista, Steven Zhang merita invece i ringraziamenti
del popolo nerazzurro. E questo lo scrivo pur
ribadendo che sarebbe sempre meglio avere una propriet
interista doc e lo scrivo senza ignorare il contesto, il contorno,
il fritto misto, quello che ti pare.
Infatti mi domando e ti domando: per caso l'abbiamo
intravista da qualche parte, dal 2013 in poi, una soluzione
italiana degna della leggenda dei Moratti padre e figlio? Se
c'era, a me  sfuggita. Non solo non c'era pi Massimo.
Non c'erano nemmeno un Pellegrini o un Fraizzoli. Inoltre,
venendo al merito calcistico, che  poi quello che ai tifosi
interessa: dal giorno di Fozza Inda, il video messaggio
di Zhang padre al momento dell'ingresso nelle stanze dei
bottoni nerazzurro, fino al tragico giorno di Wuhan, inizio
2020, start della oscena pandemia da Covid, ecco, in quel
lasso di tempo, Suning ha messo sul piatto risorse ingentissime.
Per rendere di nuovo competitiva la squadra.
Al netto delle inevitabili incertezze di partenza, dal 2016
in avanti l'Inter ha seguito un innegabile processo di crescita
tecnica. Con Spalletti in panchina nel 2018 ha smesso
di essere una chimera l'accesso alla Champions. Sono stati
comprati giocatori di alto profilo. Insomma c'era un disegno,
c'era una visione. Se nel 2019 hai la forza di soffiare
alla concorrenza Barella e Lukaku, significa che non sei venuto
a Milano per speculare ma per vincere.
Soprattutto, prima di Wuhan, prima che il Covid arrivasse
a sgomentare il mondo, Zhang junior aveva fatto
in tempo ad assicurare alla causa sia Marotta che Conte.
Marotta e Conte. I simboli, secondo me, di una rinascita
emotiva e sportiva. E mi allargo: senza Wuhan, senza la
immonda disgrazia della pandemia, Marotta e Conte sarebbero
ancora insieme, sarebbero ancora interisti e avremmo
con loro vinto pi di quello che abbiamo vinto, in tempi
recenti, che pure mica  poco.
Oh, intendiamoci! Non mi sono bevuto il cervello, almeno
non ancora. I guai dell'Inter contano zero, nel devastante
bilancio Covid. Quello che sto affannosamente tentando di
spiegare, ecco,  che nel valutare l'operato in salsa nerazzurra
di Suning&Zhang sarebbe bene tener presente cosa  accaduto
nel mondo extra San Siro e Pinetina. Tutto l.
Prima, prima dell'incubo planetario, all'Inter anzitutto
 sbarcato Marotta. Manager top class forgiato da imprese
bianconere, ma competente di suo: nel 2010, per dire,
aveva portato la Sampdoria in area Champions. Marotta
viene da lontano, viene dal calcio di una volta, dal Varese,
che oggi chiss che fine ha fatto. Ma questo manager ha saputo
spostare le conoscenze antiche nel calcio 4.0. Non per
niente, avendo solide radici, se ne sarebbe andato dalla Juve
non potendo riconoscersi in un'operazione insensata come
l'acquisto di CR7. Ma non sono fatti nostri, questi.
 affar nostro la consapevolezza che Marotta medesimo
ha avuto nel momento in cui c'era da pianificare la Riconquista:
cio non ha avuto dubbi ed  andato dritto su Antonio
Conte.
Ah, Conte! Forse il prototipo della juventinit, per i trascorsi
da giocatore e da mister. E infatti io conosco interisti
che mi rompevano le scatole con il classico mantra dei
trinariciuti: eh, no, Conte no, troppo Gobbo...
Ma per l'amor di Dio, rispondevo in quell'estate del
2019. Per l'amor di Dio, forse che il Trap non aveva speso
dieci anni al servizio degli Agnelli, vincendo tutto? Per
caso El Giuan aveva tradito la nostra fiducia, tra il 1986 e
il 1991?
Dunque, spudoratamente confesso. Io sono un interista
di rito contiano, caro Michele. Mi sono convertito ben prima
che Antonio si vestisse di nerazzurro.
Era l'estate del 2016. Europeo di Francia. Il giornale mi
manda a raccontare l'avventura degli Azzurri, partendo da
una convinzione molto diffusa: tanto dopo tre partite si torna
a casa, quella del CT Antonio Conte  una delle Nazionali
pi scarse di tutti i tempi.
Oh, onestamente non era una congettura campata per
aria. Chi poteva nutrire fiducia in una formazione che
schierava titolari, udite udite, Pell (non Pel, eh), il nostro
Eder, Parolo, Giaccherini, Candreva e altri gregari della pedata?
Dovevo stare in Francia, base Montpellier, poco pi
di una settimana. Ci sono rimasto un mese. Per colpa, cio
merito, di Conte.
Sai cosa fa di un allenatore il valore aggiunto di una
squadra? Semplice, la sua capacit di trasformare il piombo
in oro. Conte non  che faccia volare gli asini, per con lui
i singoli atleti crescono, migliorano, progrediscono. Soprattutto,
iniziano a credere di poter raggiungere traguardi che
manco osavano immaginare. Cos, la sgangherata Italia del
2016 batt clamorosamente il Belgio favorito e la Spagna
di Iniesta, arrendendosi solo ai rigori contro la Germania
campione del mondo.
Ebbene, stavo in Francia e assistendo alla contiana metamorfosi
degli Azzurri sognavo che un giorno l'Antonio
ex bianconero si sarebbe materializzato alla Pinetina. Dubitavo
fosse possibile, ma una sera in un bistrot di Parigi
un amico del CT, al secondo giro di Armagnac, butt l una
frase intrigante. La ricordo ancora: Conte prima o poi torner
a lavorare in Italia, perch si  lasciato male con Andrea
Agnelli e vuole essere lui a porre fine alla dittatura della
Juventus in serie A....
Hai presente quando senti un campanello risuonare nel
cervello (interista)? Bene, da quel momento l ho aspettato,
anche senza Armagnac sotto mano. Ho aspettato che la profezia
dell'amico di Antonio si avverasse.
Il resto lo sai, amico mio. Nei due anni nerazzurri, io
di Conte ho amato tutto. Persino le spettacolari sclerate in
diretta televisiva, le tirate mediatiche contro la societ che
non lo metteva in condizione di lavorare al meglio, tutte
quelle robe che ai benpensanti facevano obiettare a sopracciglio
alzato, Ah, insomma,  il Mister pi pagato d'Italia
e parla male in pubblico del datore di lavoro, ma come si
permette?.
Eh, si permetteva. Conte  cos, se non te ne piacciono
i modi e gli eccessi, Vabbe', non lo prendi. Ma ti assicuro
che valeva la pena prenderlo. In due anni, la sua Inter 
stata protagonista sempre. Un secondo posto e una finale
persa di Europa League nel 2020, lo scudetto meritatissimo
del 2021. Certo, certo. Un allenatore non vince da solo, ci
mancherebbe. Ma Lukaku  diventato Big Rom con lui. E
Barella e Bastoni cos bene non avevano mai giocato. E Perisic
ha imparato a fare l'intera fascia. E Hakimi si  messo
a fare diagonali perfette in fase difensiva.
Potrei continuare, eh. Ma per chiudere il discorso ricorrer
a due episodi che attestano l'unicit, scorbutica, del
personaggio.
Primo episodio. L'Inter sta vincendo 3-0 in casa e siamo
nel recupero del secondo tempo. Su un lancio lungo di
Handanovic, un appagato Lukaku non scatta a inseguire la
palla, tanto ormai la partita  finita. Ma Conte si alza
tarantolato dalla panchina e ulula: Romelu, vedi di darti una
mossa, non siamo qui a fare i turisti.
Secondo episodio. Maggio 2021, l'Inter ha gi matematicamente
conquistato il titolo. In una gara casalinga Lautaro
si comporta da egoista, cerca solo il gol personale. Conte
si incazza come una bestia e lo sostituisce. Al cenno di insoddisfazione
dell'argentino, risponde a brutto muso: tu ti
credi un fenomeno, ma non lo sei, per niente.
Come si fa a non amare uno cos? Uno che, dopo undici
terrificanti anni, ha rimesso il nome Inter nell'albo d'oro
della serie A. Uno che ha mantenuto la promessa figlia
dell'Armagnac nel bistrot parigino:  stato lui, lui che l'aveva
avviata nel 2012, a porre fine alla dittatura juventina (in
Italia, sai come funzionano le cose oltre il valico di Chiasso).
Uno che ha ridato un'anima all'Inter, resistendo anche
allo tsunami Covid, giocando negli stadi vuoti e con gli stipendi
che arrivavano a singhiozzo.
Come sia andata a finire, lo sai. A missione compiuta,
Conte ha preso atto di quanto ho narrato all'inizio. Dopo
Wuhan, i compagni cinesi avevano deciso che non sarebbero
pi stati tollerati investimenti all'estero in settori non essenziali.
Il Progetto Calcio di Xi Jinping  stato annullato.
Il gruppo Suning  rimasto con il cerino in mano. Invece di
continuare ad acquistare, Zhang doveva mettersi a venderli,
i campioni. Via Hakimi, subito. E io immagino che Conte
sapesse che di l a qualche settimana, nell'estate 2021, pure
Lukaku sarebbe stato ceduto. Ergo, se ne  andato.
Poteva fare diversamente? Non credo. Dobbiamo ringraziarlo?
Assolutamente s.
Dopo,  arrivato Simone Inzaghi.
Di lui abbiamo doverosamente parlato all'inizio. Ma qui
vorrei citare una frase di Al Pacino: tanto, che te lo dico a
fare? Cio: come puoi non voler bene a un tecnico che nel
2022 vince due Coppe battendo in finale, in entrambe le
occasioni, la Juventus? Come puoi non affezionarti a un mister
che nel 2023 conquista di nuovo Supercoppa e Coppa
Italia e in mezzo batte il Milan quattro volte di seguito, per
giunta idealmente vendicando l'atroce beffa del 2003?
Lo so, lo so. Ci sono interisti che ancora gli rimproverano
lo scudetto svanito nel 2022. E posso persino arrivare a
comprenderli.
Ma Simone Inzaghi ha riempito la bacheca e ci ha portati
a Istanbul.
Tanto, che te lo dico a fare?
...
.
...
21.
...
.
...
E ora caro Leo, arrivati (quasi) alla fine della corsa, e
avendo parlato di tante e tante Inter, forse  il caso che ciascuno
di noi due faccia outing, come si dice adesso, e riveli
qual  la sua Inter: il suo undici ideale.
Inutile premettere che in un simile esercizio si accompagnano
l'imbarazzo della scelta e il dolore degli scarti.
Fosse per me - e, sono sicuro, anche per te - faremmo
squadre con 20-25 titolari. E manderemmo in campo un
tale insieme di talenti, funamboli e dribblomani che i tecnici
del giorno d'oggi si metterebbero le mani nei capelli.
Sarebbero squadre super sbilanciate, piene di doppioni e di
campioni incompatibili. Non sarebbero possibili diagonali
e ripartenze, occupazione degli spazi e fluidit di ruolo,
come dite voi giornalisti sportivi che parlate bene.
E allora, facendo violenza all'istinto, immagino dunque
una mia Inter ideale che possa stare in campo, che insomma
abbia una stabilit tattica oltre che tecnica e atletica.
Un'Inter che probabilmente passerebbe l'esame anche di un
Arrigo Sacchi seduto in uno studio TV.
Ti faccio solo una seconda premessa: e cio che alla fattibilit
tattica ho unito il cuore. Ho messo il pi possibile giocatori
non solo dell'Inter, ma interisti. Per capirci: so bene che
il Fenomeno  stato il pi grande di tutti: ma per me il centravanti
dell'Inter  Bonimba. Ora e sempre Boninsegna,
cantavamo allo stadio. E io avevo la sua foto sul comodino.
Bonimba! Se chiudo gli occhi rivedo il suo gol in tuffo di
testa con sulla tempia i tacchetti dello stopper Panzanato, in
un Inter-Napoli che vincemmo in rimonta, avviandoci verso
lo scudetto numero 11. Se chiudo gli occhi rivedo il suo
gol in rovesciata contro il Foggia nello stesso anno 1971, in
quel 5-0 a San Siro che ci consegn matematicamente lo
scudetto, e perfino l'arbitro signor Sbardella da Roma applaud
quella prodezza balistica in acrobazia. Se chiudo gli
occhi rivedo Bonimba che, uscendo dal campo all'Olimpico
dopo aver segnato su rigore al 90' il gol della vittoria sulla
Roma, stende con un cazzotto da boxeur un energumeno
grosso il doppio di lui che aveva invaso il campo insieme
con altri esagitati, leggermente incazzati con l'arbitro signor
Michelotti da Parma. Sai che molti anni dopo, quando lavoravo
proprio a Parma, conobbi Bonimba e gli chiesi se i
tifosi della Roma avevano ragione a contestare quel rigore?
Insomma gli chiesi se davvero c'era, quel rigore all'ultimo
minuto, concesso per un fallo proprio su di lui? Mah non
sono proprio sicuro..., rispose sorridendo. Ti lascio Ronnie
il Fenomeno, caro Leo. E mi tengo Bonimba.
Dunque ecco il mio 4-4-2 pieno di nerazzurri veri.
In porta Zenga, l'uomo ragno. Te l'ho detto: vinse il premio
come miglior portiere del mondo per tre anni consecutivi.
Ed  milanese. Di che vogliamo parlare?
In difesa, da destra a sinistra: Maicon, Bergomi, Facchetti,
Brehme (s, Brehme: il tedesco arrivato come ruota di
scorta di Matthaeus: mai visto nessuno pi forte di lui, su
quella fascia).
A centrocampo, sempre da destra a sinistra: Zanetti,
Cambiasso, Matthaeus, Oriali.
In attacco Milito e Bonimba.
Ti ho lasciato anche Sandrino Mazzola, perch so che gli
vuoi bene. A ghe vori ben anca mi, al Mazzandro, sia chiaro.
Pensa l'alternarsi sulla fascia destra, nei famosi raddoppi,
di Maicon-Zanetti; e sulla sinistra di Brehme-Oriali.
Approverebbe appunto anche il Sacchi, che nel suo primo
Milan fece meraviglie con Tassotti-Colombo sulla destra e
Maldini-Evani sulla sinistra. Figurati con i nostri.
Infine, caro Leo, ti aggiungo qualcuno in panchina. Lido
Vieri portiere numero 12. E poi un po' di facce da Inter
che non possiamo lasciar fuori da questo libro. Gente come
Marco Materazzi e Nicola Berti, per dire, meriterebbero un
volume a parte. Riuscivano a far incazzare i milanisti perfino
quando il derby lo vincevano loro. Pensa te.
Nicolino Berti era un cavallo matto che ribaltava l'azione
con galoppate che travolgevano chiunque: immaginati
che cosa voleva dire, per un difensore, vedersi arrivare un
uomo di ottanta chili (di muscoli, s'intende) a quella velocit.
Un treno. Berti travolgeva tutti. Simpatico, guascone,
irriverente: un bauscia. Quando segnava al Milan, andava a
fare il verso ai tifosi rossoneri sotto la loro curva.
E ne segnava tanti, di gol, pur da centrocampista. Segnava
anche quelli importanti, quelli che i compagni non riuscivano
a fare perch magari stavano giocando troppo compressi,
timorosi, bloccati dalla tensione delle grandi partite.
Segnava quando gli altri compagni se la facevano sotto.
Come Marco Materazzi. Si prendeva la responsabilit e
qualche volta sbagliava: come quando si fece parare, alla penultima
del 2007-2008 contro il Siena a San Siro, un rigore
che ci avrebbe consegnato matematicamente lo scudetto.
Cos, dovemmo aspettare la Parma che sai, con tutti i suoi
patemi e la doppietta finale di Ibra.
Ma i rigori che un calciatore ha veramente sbagliato sono
quelli che non ha avuto il coraggio di tirare. E a Materazzi,
oltre che il fisico imponente, non mancava un coraggio
perfino temerario. Segn lui (proprio a Siena, guarda caso)
il rigore che ci diede la matematica certezza di uno scudetto
che aspettavamo da quasi vent'anni, quello del 2006-2007.
E fu sempre lui, difensore centrale della Nazionale di Lippi
ai Mondiali di Germania del 2006, a prendere in mano la
squadra in finale contro la Francia, quando eravamo sotto
per 1-0. Pareggi lui, di testa, con uno stacco imperiale. Poi,
nei supplementari, fece perdere il senno e la grazia di Dio a
Zindine Zidane, che lo abbatt con una testata alla bocca
dello stomaco che avrebbe ammazzato un cavallo, ma non
Materazzi, che poi segn dal dischetto, ai rigori di spareggio,
con la calma dei campioni con benedetta incoscienza,
mentre Zidane era gi negli spogliatoi, espulso per quella
pazzia che fu il suo ultimo atto in campo da giocatore.
Marco Materazzi non aveva la classe di Corso o di Baggio
o di Ronaldo, ma era un gladiatore. Ecco perch cantavamo
sempre, a San Siro, Tutti pazzi per Materazzi.
E ora vai tu, Leo. Fuori la tua Inter.
...
.
...
22.
...
.
...
Caro Michele,
nutro grande rispetto per la tua formazione ideale. Ma -
con grande franchezza! - metto per iscritto che non avrebbe
speranze contro la mia.
Opto per uno schieramento 3-4-1-2. Lo faccio con
una punta di fastidio, nel senso che a me questi numeretti
appiccicati su una ideale lavagna lasciano sempre
vagamente perplesso. Per va di moda cos e allora eccomi
qua.
In porta Julio Cesar, il nostro Acchiappasogni (sempre
copyright Scarpini). Credo, fra le tante, il brasiliano abbia
compiuto la parata del secolo a Barcellona, nell'agonico ritorno
della Champions del Triplete. Eravamo sullo 0-0 nel
primo tempo, era stato appena ingiustamente espulso Thiagone
Motta e Julio con la punta delle dita riusc a deviare
un tiro fantasmagorico di Messi. Fosse entrata quella palla,
sarebbe finita 5-0 per i catalani, fidati.
Il trio di difesa  Burgnich-Picchi-Samuel. E chi potrebbe
fare gol?
I quattro di centrocampo sono Luis Figo a destra (quattro
anni da interista quattro scudetti, per il portoghese: un
record ineguagliabile), in mezzo Surez-Sneijder, a sinistra
Mariolino Corso. Prova a portargli via la palla, a questi qua.
Rifinitore dietro le punte Sandrino Mazzola, in quello
che sarebbe stato sempre il suo vero ruolo.
Coppia da attacco, Ronaldo e Lukaku.
Allenatore me medesimo.
Tu potresti sempre fare il presidente.
...
.
...
23.
...
.
...
Caro Leo, ci sono partite che non si dimenticano, nella
vita di un tifoso. Ognuno ha le proprie. Non sempre, anzi
quasi mai, coincidono con le pi importanti: con le vittorie
di scudetti, coppe eccetera. Certo, molte s: ma non
tutte. Ci sono partite che per tanti altri motivi - diversi,
ma sempre sentimentali - restano scolpite nella nostra
memoria.
Facciamo un gioco, Leo. Io ti racconto le mie dieci indimenticabili
partite dell'Inter, e tu mi racconti le tue. Cominciamo?
Cominciamo.
Monza-Inter 1-1, 13 settembre 1970
La mia prima partita  questa. Una partita serale di Coppa
Italia che credo non ricordi nessuno.
Perch ho scelto questa? Semplice: fu la prima volta che
vidi la mia Inter dal vivo. Allo stadio. Avevo undici anni e
dieci mesi. Fu la prima volta che vidi la mia Inter in nerazzurro.
A colori! Li avevo sempre visti in TV, e per me la
maglia era nera e grigia a strisce. Sapevo che li chiamavano
i nerazzurri, ma per me i nerazzurri erano nerogrigi. Che
emozione, Leo, quando li vidi spuntare dagli spogliatoi,
all'angolo della curva Sud, dove mi ero piazzato. I nostri in
nerazzurro, i monzesi in biancorosso.
Lo stadio era il Gino Alfonso Sada, a due passi dal centro,
dietro la stazione ferroviaria e praticamente attaccata
all'ex palazzo della GIL, Giovent Italiana del Littorio, diventato
poi Cinema Smeraldo, dove mio nonno Arturo e
mio padre Giuseppe mi portavano a vedere Ercole contro
Maciste, Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo, Arrivano i
russi, insomma quei bei film dell'epoca. Anche L'incompreso,
che faceva piangere tantissimo.
Il Sada era un piccolo stadio, ci stavano al massimo
10 mila persone, e ci stavano stipate come sardine. Le due
curve dietro le porte erano alte s e no una dozzina di gradini.
Subito dietro quella in cui stavo io, la Sud, scorreva
e scorre tuttora il fiume Lambro, e quando la palla veniva
calciata dagli attaccanti in modo non proprio magistrale,
spesso finiva nel fiume, sulle cui sponde stazionava solitamente
in servizio un addetto della societ Calcio Monza,
munito di un lungo bastone con all'estremit un cestino a
rete, con il quale si cercava di recuperare la preziosa sfera di
cuoio (allora i palloni erano di cuoio...) che rappresentava,
nel calcio povero di allora, un bene da tenere in massima
cura, anche per le societ professionistiche. Era, quella pesca
di palloni, uno spettacolo nello spettacolo, che induceva
gli spettatori della Sud - tutti naturalmente in piedi, come
usava allora - a torcersi all'indietro quelle quattro o cinque
volte a partita, per incitare l'addetto al recupero e applaudirlo
quelle volte in cui, nel cesto sollevato dalle acque, appariva
il pallone, detto allora pallone TV, essendo bianco
a pentagoni neri, e quindi visibile nelle cronache televisive
ben pi nitidamente di quello tutto marrone - e come tale
indistinguibile dall'erba, nella televisione in bianco e nero -
che era stato buono per le radiocronache, ma non lo era pi
per i tempi moderni.
E dunque.
Quella sera del 13 settembre 1970 i ventidue entrarono
in campo dalla mia sinistra, trotterellando verso il centro
del campo, al seguito dell'arbitro, il gi citato signor Alberto
Michelotti di Parma, pi precisamente del quartiere
Oltretorrente, quello in cui nell'agosto del 1922 si fecero
le barricate per non far passare gli squadristi guidati da Italo Balbo. Un'impresa vittoriosa poi celebrata da una mano
ignota che tracci con la vernice, sul muro dell'argine del
torrente Parma, una beffarda epigrafe in dialetto diventata
storica: Balbo, t'pose l'Atlantic mo miga la Perma. Balbo,
il Trasvolatore, aveva passato l'Oceano Atlantico, ma non il
torrente Parma. E l ancora, quella scritta, e quando la Parma
(il torrente  chiamato al femminile)  in secca, torna a
farsi vedere.
Il secondo ricordo nitido, indelebile che ho di quella sera
va al ventesimo del primo tempo. L'Inter attaccava sotto la
mia porta. Rivedo come fosse ora Mario Corso che, dalla
bandierina sulla mia sinistra, calcia un corner. La maglia
con strisce azzurre insolitamente scure, i capelli bagnati perch
faceva caldo, i calzettoni abbassati, la palla accarezzata
come solo lui sapeva fare, il colpo di testa in torsione di Roberto
Boninsegna e il gol. 1-0 per noi. Vidi la palla entrare
in rete proprio davanti ai miei occhi. I gol visti da dietro la
porta sono bellissimi. Figurati il primo che vedi. Figurati se
l'ha segnato Bonimba.
Al 46' pareggi per Lucio Bertogna, una talentuosa ala
destra del Monza allenato allora - pensa un po' te - nientemeno
che da Gigi Radice. Fin 1-1, punteggio che ci tagli
fuori dalla qualificazione mandando avanti il Monza, che
riusc poi a passare al turno successivo battendo 5-4 ai rigori
l'Atalanta, in uno spareggio disputato a Milano.
Per dirti com'era il calcio di allora. Quella Coppa Italia,
alla fine, la vinse il Torino, battendo in finale il Milan
per 5-3 ai rigori (dopo lo 0-0 dei regolamentari). E sai
come li tirarono, quei rigori? Per il Torino ne tir uno
Cereser (il primo, sbagliato) e cinque Madd, tutti in rete.
Per il Milan ne tir cinque Rivera, che sbagli il quarto e
il quinto e rinunci a tirare l'ultimo, ormai inutile. Capito?
Allora i rigori li poteva calciare sempre lo stesso piede.
I ragazzi di oggi, se leggeranno queste righe, le leggeranno
increduli.
E tornando a quel Monza-Inter 1-1, fu la mia prima partita
e la mia prima delusione, dal punto di vista del risultato.
Dal Sada si tornava in centro a piedi e ricordo benissimo
un gruppo di giovani interisti che, appena scesi dal cavalcavia
che sovrasta i binari della ferrovia, si fermarono all'inizio
di Largo Mazzini, dove ora c' la Rinascente e allora c'era
la Frette. Sai qual  Largo Mazzini a Monza, Leo?  una
di quelle piazze usate per una celeberrima pubblicit del
Carosello: Ernesto Calindri seduto a un tavolino in mezzo
al traffico che alza un bicchiere e dice Cynar, l'aperitivo a
base di carciofo contro il logorio della vita moderna. Ecco,
proprio l questi interisti ignoti alzarono in aria un'anguria
e, con l'ironia che avrei dovuto presto imparare per esorcizzare
il logorio della vita nerazzurra, gridarono: Ecco la
coppa dell'Inter.
Eppure quell'Inter avrebbe vinto lo scudetto. Partita
malissimo in campionato, quattro punti in cinque partite
e 0-3 nel derby, cominci a volare dopo che il presidente
Ivanoe Fraizzoli esoner Heriberto Herrera e lo sostitu con
Gianni Invernizzi. Una storia che ben conosci e che hai gi
raccontato. Ma che ricordo di nuovo ora, qui, sia pure come
accenno, per sottolineare quanto quel mio approccio dal
vivo fu gi illuminante per farmi capire che cosa vuol dire
Pazza Inter.
Inter-Cagliari 1-0, 29 ottobre 1972
La mia seconda  essa pure una prima. Cio: la seconda
volta che vidi l'Inter dal vivo, fu la mia prima a San Siro.
Mancavano un paio di giorni al mio quattordicesimo
compleanno e i miei genitori mi permisero di andare, per la
prima volta appunto, a San Siro, ma accompagnato da un
adulto, il quale adulto era poi un compagno di classe di mio
fratello, appena due anni in pi di me insomma.
Si giocava Inter-Cagliari e andammo a sederci ai Popolari
nella curva di fronte all'ingresso degli spogliatoi, lato
Nord di San Siro. Era allora, quella curva, lo spazio occupato
dai Boys, i nostri ultras. Nei distinti nord, primo anello,
c'era invece il Tromba, un tifoso che, ogni volta che la
nostra squadra passava la met campo, si alzava in piedi e
suonava la carica. (Divagazione: ricordo, anni dopo, un Inter-Lazio.
Era appena morto Tommaso Maestrelli, l'allenatore
della Lazio campione d'Italia 1974, e durante il minuto
di raccoglimento prima del fischio d'inizio il Tromba suon il
Silenzio, facendo commuovere tutti. Appena part il gioco, i
giocatori della Lazio erano sotto choc e il nostro Anastasi colp
subito il palo).
Comunque. Oltre al Tromba c'era - ma su nei Popolari,
vicino a dove stavo io - un altro tifoso immancabile.
Quello che reggeva con due mani, a braccia larghe e alzate,
un cartello con scritto: Dio Corso pensaci tu. Erano anni
che veniva. Non ne saltava mai una. Il mio grande amore
per Corso, secondo solo a quello per Bonimba, nacque quel
pomeriggio.
Dopo pochi minuti Corso ricevette palla sulla fascia sinistra,
proprio sotto di noi. Un cagliaritano ebbe la sfacciataggine
di piazzarglisi davanti. Mariolino si ferm, scocciato.
Rest immobile e con la palla incollata al piede sinistro.
Fulmineo come sapeva essere, il Piper Oriali scatt allora
alle spalle del cagliaritano. E Corso, infastidito e beffardo,
sempre da fermo e senza un centimetro di rincorsa, sollev
la palla con una carezza, a sombrero, sulla testa dell'avversario,
depositandola morbida sui piedi di Oriali. Pubblico in
piedi. Dio Corso, pensaci tu.
Era pi o meno nello stesso punto del campo, Mariolino
(forse da l non si era mai neppure mosso) anche al 18' del
primo tempo, quando con il suo sinistro lanci Roberto
Boninsegna nell'aria avversaria. Stop, controllo e tiro in scivolata
battendo Albertosi. 1-0 che non cambier pi.
Bonimba. Prima della partita avevo comperato, a una
bancarella sul piazzale dello stadio, una sua fotografia, una
stampa 18x24 in bianco e nero. Bellissima. Non potendo
tenerla in mano tutta la partita, me la misi sotto il sedere, in
mezzo alla Gazzetta, come cuscinetto. Alla fine era tutta
stropicciata. A casa provai perfino con il ferro da stiro, ma
invano.
Bonimba. Le prime due partite dell'Inter viste dal vivo,
due gol dell'Inter e due gol suoi.
Inter-Catanzaro 2-1, 10 ottobre 1976
Procedo con la macchina del tempo. La terza partita
indimenticabile per me , anch'essa, una partita non certo
indimenticabile per il popolo nerazzurro.
Seconda di campionato ma prima a San Siro della stagione
in cui l'Inter di Chiappella si presentava rinnovata,
con Claudio Merlo in regia, acquistato dalla Fiorentina, e
Pietruzzu Anastasi centravanti, preso dalla Juve in cambio
di Bonimba.
Eh, ne abbiamo gi parlato. La cessione di Boninsegna
fu un lutto per tutti noi e per me in particolare. Quando
lo conobbi (quella visita alla Gazzetta di Parma...),
Boninsegna mi disse che fu un lutto anche per lui. Pensa che
quand'era bambino e giocava negli Invincibili, la squadra
della parrocchia mantovana di Sant'Egidio, sotto la maglia
biancorossa ne metteva una dell'Inter, e sotto la scollatura
a V se ne vedeva pure uno spicchio nerazzurro. Bene: Bonimba
mi disse che quando Fraizzoli gli telefon per comunicargli
che lo aveva scambiato con Anastasi, lui gli rispose.
Presidente, alla Juve ci va lei. Ma purtroppo era il tempo
in cui un calciatore non poteva rifiutare il trasferimento.
E tuttavia, sai com' fatto il tifoso. Piange, ma poi cerca
di consolarsi. E cos ci mettemmo, noi orfani di Bonimba,
a sperare che Anastasi ritrovasse con la nostra maglia, che
come abbiamo detto avrebbe dovuto vestire gi nel 1968,
quella vena e quel vizio del gol che da diversi mesi aveva
smarrito. Era un pezzo che non segnava pi, Anastasi.
E quindi il 10 ottobre 1976, seconda di campionato ma
prima a San Siro di quella nuova Inter, andammo allo stadio
colmi di curiosit e di speranza. Non solo aspettavamo la
resurrezione di Anastasi: volevamo vedere all'opera anche quel
Giacomo Libera di cui tu hai gi celebrato le gesta, ragguardevoli
pi nei locali notturni che sui manti erbosi. Arrivato
con enormi aspettative, Libera, il nuovo Riva, al primo
anno aveva deluso. Ma all'inizio del secondo le speranze si
erano riaccese. Anche perch si diceva: essendo - a dispetto
del numero 11 sulla maglia - pi un centravanti che un'ala,
essendo insomma una punta centrale, senza Boninsegna
(uomo d'area) e con Anastasi (attaccante di manovra) Libera
avr pi spazio e libert per spadroneggiare in area di rigore.
Anche quel 10 ottobre 1976 mi piazzai in curva dove la
Nord gira verso i posti centrali, insomma l dove c'erano
un tempo i Boys e dove ero andato anche contro il Cagliari,
alla mia prima.
Mi ritrovai a fianco di un anziano siciliano, uno di quei
siciliani con la pelle bruciata e raggrinzita dal sole dopo anni
- ma in fondo secoli, perch quella pelle la si eredita, di generazione
in generazione - di lavoro nei campi, dov'erano
stati contadini prima di trasferirsi al Nord e finire in una
fabbrica. Uno di quei siciliani che conservavano la nostalgia
struggente degli emigrati, e che a tutto si attaccavano pur
di sentirsi in qualche modo vicini alla terra natia. Sono juventino
- mi disse - anzi ero juventino. Lo ero per Anastasi.
Perch Anastasi  la mia Sicilia. Adesso Anastasi  all'Inter e
io sono interista. (Pietro Anastasi fin per essere il simbolo
vivente di un'intera classe sociale: quella di chi lasciava a
malincuore il Meridione per andare a guadagnarsi da vivere
nelle fabbriche del Nord, ha scritto Alessandro Baricco nel
2008). Indossava la maglia dell'Inter, quel tifoso redento.
Portava il berretto dell'Inter e aveva il cuscinetto dell'Inter.
Ebbi il desiderio di abbracciarlo. Ma fu lui ad abbracciarmi
quando, al 34' del primo, Pietruzzu interruppe il suo
lunghissimo digiuno, ormai diventato un incubo, segnando
di testa il gol che ci portava in vantaggio. Mi abbracci e
piangeva, cos come piangeva di gioia Anastasi.
Nel secondo tempo, al 56', raddoppi proprio Giacomo
Libera, con una formidabile girata al volo in mezza rovesciata.
Vincemmo 2-1 e aveva segnato la nuova coppia del
gol. Anastasi-Libera! Tornai a casa felice e colmo di speranza.
(A fine campionato, le reti segnate da Anastasi furono
complessivamente quattro; quelle di Giacomo Libera tr).
Bologna-Inter 1-2, 7 ottobre 1979
E ora ti racconto la quarta e la quinta partita della mia
vita, che metto in fila una dopo l'altra perch c' un perch.
Cominciamo dalla quarta.
Tu sai, Leo, che io oltre all'Inter ho un altro amore calcistico
che  il Bologna, perch amo la citt di Bologna e i
bolognesi. Da ragazzo andavo, e non poche volte, a vedere i
rossoblu al Dall'Ara, anche perch ci andavo in compagnia
di miei amici bolognesi, conosciuti perlopi a Milano Marittima,
dove ho passato le estati dell'infanzia, dell'adolescenza
e della giovinezza, e dove torno ancora, quando posso, con
quello struggimento che d la ricerca del tempo perduto.
Allora, da Milano a Bologna il treno impiegava due ore.
Quel 7 ottobre trovai alla stazione di piazza Medaglie d'oro,
ad aspettarmi, Stefano Biondi, che poi sarebbe diventato il
pi bravo giornalista al seguito dei rossoblu. Era la quarta
giornata del 1979-80, un campionato che l'Inter aveva
cominciato alla grande. Vincemmo 2-1, in rimonta, dopo
aver preso gol, al 7', da un giocatore dal cognome indimenticabile
per chi ha fatto la raccolta delle figurine Panini:
Mastropasqua. Giorgio Mastropasqua, che aveva giocato anche
nella Juventus e che fu uno dei primi a interpretare il ruolo
di libero non pi solo come distruttore, ma anche come
creatore di gioco. Graziano Bini (libero egli pure) pareggi
al 36' ed Evaristo Beccalossi, al 40', fiss il risultato.
Ma non  tanto per la vittoria che ricordo quella trasferta.
La ricordo perch fu una delle prime volte in cui, vedendo giocare
l'Inter dal vero, non ebbi mai paura di perdere la partita,
tanto apparivamo insolitamente solidi, ben disposti, sicuri. Vedevo
insomma per la prima volta da adulto una squadra che mi
faceva pensare che davvero avrebbe potuto vincere lo scudetto.
E infatti lo vincemmo, come mi fu ancora pi chiaro per
la quinta partita che ora ti racconto, Leo.
Inter-Juventus 4-0, 11 novembre 1979
Nona di andata dello stesso campionato 1979-80.
Tre gol di Spillo Altobelli e uno di Carletto Muraro, il
Jair bianco.
E quando mai avevamo vinto 4-0 con la Juventus? E per
giunta con i primi due gol (il primo su rigore) contestati dalla
Juventus? La Juventus che si lamenta dell'arbitro? Ah ah ah.
E pensa che il primo tempo era finito 0-0 e Giampiero
Boniperti, il presidente della Juve che lasciava sempre lo
stadio all'intervallo per non tornarvi pi, se ne and a casa
commentando: La Juventus oggi sta andando davvero benino.
E vi dir che questo 0-0 mi va anche un po' stretto.
Era davvero l'anno buono. Quando capitano cose cos,
 l'anno buono.
Cos come buono, buonissimo, anzi da record fu il campionato
1988-89. In panchina avevamo quel Trap che allenava
la Juve in quel 4-0 per noi di cui abbiamo appena
parlato. Noi venivamo da una stagione grama come poche
altre. L'anno prima avevamo puntato tutto su Vincenzino
Scifo, che doveva essere il nuovo Rivera e invece si rivel
il nuovo Vanello, quel numero 10 che quando poi and a
giocare a Bologna fu ribattezzato Vanullo.
Stagione grama, dicevo, il 1987-88. Nel derby di ritorno
eravamo stati asfaltati, ben oltre lo 0-2 finale, dal primo
Milan di Sacchi (l'unico che vinse lo scudetto, ricordiamolo:
Sacchi al Milan ha vinto solo uno scudetto, e due
Coppe dei Campioni senza squadre inglesi). Ero in tribuna
stampa, a vedere quel derby perso con il Milan, e sembrava
impossibile pensare che soltanto un anno dopo saremmo
stati noi ad asfaltare tutti in campionato, facendo 58 punti
su 68 disponibili (34 giornate, si giocava a due punti
a vittoria). Solo il vecchio Trap, alla fine del campionato
precedente vinto dal Milan, e con noi malconci, disse: Il
calcio  strano, fra un anno potremmo essere qui a fare
discorsi diversi.
Inter-Napoli 2-1, 28 maggio 1989
E arrivo cos alla sesta partita che ti voglio raccontare.
Quella in cui conquistammo la matematica certezza dello
scudetto 1988-89.
Ore 16, stadio Meazza, quintultima di campionato. Affrontiamo
il Napoli, che  secondo ed  uno squadrone,  il
Napoli di Maradona. Vado allo stadio con mio suocero che
si chiamava, pensa un po', Siro.
San Siro  elettrizzante, entusiasmante. C'era un clima,
Leo... Si avvertiva una voglia di festa... Erano nove anni
che non vincevamo niente. All'ingresso avevano distribuito
a tutti una bandiera (dell'Inter, se 		capiss). A un certo
punto, pochi attimi prima dell'ingresso in campo delle
due squadre, tutto lo stadio prende a sventolare e a cantare:
Guarda le, guarda le, guarda le bandiere, Berlusconi,
sono azzurre e nere. Mi viene la pelle d'oca anche ora che
lo scrivo, giuro.
Il Napoli chiude il primo tempo in vantaggio, gran gol
di Careca, centravanti fenomeno brasilero. Ma quando le
squadre rientrano in campo nella ripresa, l'urlo In-ter, Inter
 assordante, trascinante. I ragazzi caricati a molla. Pareggia
Nicola Berti (allora scrissero autorete di Fusi, ma era
un tiro di Berti, con i criteri di oggi nessuno parlerebbe di
autorete) e a sette minuti dalla fine Matthaeus segna il 2-1
su punizione dal limite.
C' il video, su YouTube, del servizio mandato in onda la
sera alla Domenica Sportiva. Comincia con il Trap che frigge
in panchina gli ultimi secondi, con il grande Giampiero
Galeazzi al suo fianco. Roba inimmaginabile, oggi: dico, un
telecronista in panchina a partita ancora in corso.
Imperdibile, comunque. Come la gioia, la commozione
dopo il fischio finale del capitano Beppe Bergomi, dell'Uomo
Ragno Walter Zenga, di Nicolino Berti. Nerazzurri veri.
Nerazzurri dentro.
Il calcio, cari colleghi sportivi e soloni che continuate a
blaterare di contratti e di professionalit e di giocatori e
allenatori, vive sul sentimento. Certo che  un business. Certo
che a molti non frega niente della maglia. Ma senza qualcuno
che ci mette il cuore, il calcio  zero. Zero. E infatti, se si
 veri, non si tifa una squadra perch vince: la si tifa perch
la si ama. Comunque vadano le cose.
Il calcio  sentimento.
Inter-Milan 3-1, 15 aprile 1995
E a proposito di sentimento, la settima partita che voglio
rivivere con te, caro Leo,  il primo derby di uno che per
amore ha messo dentro, nell'Inter, tanti di quei soldi che
avrebbe potuto godersi in altro modo, tante di quelle energie,
tanto di quel tempo...
Sto parlando di Massimo Moratti. E del suo primo derby
dopo aver ripreso la societ che era stata di suo padre.
Il Milan era molto forte. Campione d'Italia in carica. Ti
dico la loro formazione: Rossi, Panucci, Maldini, Albertini,
Galli, Costacurta, Eranio, Donadoni, Boban, Savicevic,
Lentini. Poi entrarono Massaro e Stroppa. L'allenatore era
Fabio Capello.
I nostri: Pagliuca, Bergomi, Paganin, Seno, Festa, Bia,
Bianchi, Jonk, Del vecchio, Bergkamp, Berti. Allenatore
Ottavio Bianchi.
Loro erano pi forti, ma chiss, forse sar stata la presenza
in tribuna del nuovo presidente, fatto sta che i nostri ci
misero qualcosa di speciale. I sentimenti...
A due minuti dalla fine del primo tempo and in gol
Andrea Seno, centrocampista biondo, di quantit, preso dal
Foggia e non dal Real Madrid. Al 69' raddoppio di Wim
Jonk, grande giocatore, purtroppo considerato lento per il
calcio moderno (nel 1995 il calcio era gi quello del pressing,
della zona e insomma di quello che in Italia aveva imposto
Arrigo Sacchi). Il buon Giovanni Stroppa, che quasi
trent'anni dopo passer alla storia come il primo allenatore
ad aver portato il Monza in serie A, accorci le distanze per
il Diavolo a cinque minuti dalla fine, e ti lascio immaginare
il panico.
Ero infatti in tribuna stampa, in servizio per il Corriere,
ed essendo pi vecchio di qualche anno rispetto ai
minuti finali vissuti in quell'Inter-Napoli del 1989, l'emozione
stava per stroncarmi. Perch come sai, caro Leo, questa
 una malattia che con gli anni non si attenua: peggiora.
Comunque: bisogna essere cuori nerazzurri, in quei momenti,
e infatti fu ancora Nicola Berti a chiuderla, due minuti
dopo il gol di Stroppa, con una rete straordinaria.
Anche qui: i tabellini della burocrazia dicono autorete
di Rossi perch la palla calciata da Berti sbatt contro
la traversa per rimbalzare poi sulla schiena del portiere del
Milan e quindi finire in rete. Ma si tratt di un gol di Berti,
anzi di un supergol, un monumentale tiro al volo su cross
dell'uruguagio Ruben Sosa, da poco entrato in campo. Uno
dei gol pi belli della storia del derby, altro che autogol.
Un gol bellissimo in una partita bellissima, con Gianluca
Pagliuca che par l'impossibile.
Il primo derby del nostro grande presidente Massimo
Moratti.
E ora chiudo con le ultime tre partite della mia vita, Leo.
Milan-Inter 3-4, 28 ottobre 2006
Uno dei derby pi spettacolari della storia. Anche qui
ricordo le formazioni per far capire quanta qualit c'era in
campo.
Milan: Dida, Cafu, Nesta, Kaladze, Jankulovski (dal 1'
del secondo tempo un certo Paolo Maldini), Gattuso, Pirlo,
Ambrosini (dal 1' st Oliveira), Seedorf, Kak, Inzaghi (dal
1' st Gilardino). Allenatore Carletto Ancelotti.
Noi: Julio Cesar, Maicon, Cordoba, Materazzi, Grosso
(dal 15' st Burdisso), Vieira, Dacourt (dal 15' st un certo
Luis Figo, pallone d'oro), Zanetti, Stankovic, Ibrahimovic
(dal 36' st Walter Samuel, The Wall), Crespo. Allenatore
Roberto Mancini.
Ma vi rendete conto che cos'era il derby in quell'anno?
Noi dominammo il primo tempo, che chiudemmo sul
2-0 (Crespo al 17', Stankovic al 22') e dopo due minuti del
secondo eravamo 3-0, gol di Ibra. Seedorf la riapr al 5', ma
Materazzi la chiuse al 23'.
O meglio l'avrebbe chiusa se non ci fosse stato un arbitraggio
creativo. Il signor Stefano Farina da Novi Ligure
espulse Materazzi dopo il gol del 4-1 perch consider la
sua esultanza da ammonizione. E che cosa aveva mai fatto
di maleducato, Matrix? Si era semplicemente alzato (alzato:
non tolto) la maglietta. E niente: secondo giallo, espulsione e
Inter in dieci per quasi mezz'ora. La portammo comunque a
casa, nonostante i due gol di Gilardino al 31' e di Kak al 46'.
Vincemmo con il fiatone. Pensa che quella sera ero a cena da
Italo, un amico interista che non aveva Sky, e per gli aggiornamenti
andavamo dal vicino di casa, che era milanista, e
non si poteva neanche esultare per un minimo di educazione.
S, fu con il fiatone, che vincemmo. Ma quella sera 
nata la seconda Grande Inter. Quella che avrebbe vinto tutto
con la seconda presidenza Moratti.
Ultime due. Due partite solitamente non comprese nel
Salone delle Cerimonie del Museo nerazzurro. Ma molto
importanti, caro Leo.
Lazio-Inter 0-3, 6 maggio 1998
Parco dei Principi, finale di Coppa UEFA.
Vinciamo 3-0, gol di Zamorano su eurolancio di Simeone,
raddoppio di Zanetti con eurogol, la chiude Ronaldo
con eurodribbling sul portiere Marcheggiani dopo essere
stato servito con europassaggio di Checco Moriero, quello
che poi per esultare faceva il gesto del lustrascarpe al compagno
cui aveva confezionato l'assist. Che personaggio,
Moriero.
Tutto molto bello e terza Coppa UEFA in bacheca.
Questa partita voglio che ci sia, in chiusura di questo libro,
perch arriv una decina di giorni dopo l'ignobile farsa
di quella Juventus-Inter 1-0 con rigore negato a Ronaldo ed
espulsione di Gigi Simoni.
Ecco, quella vittoria a Parigi  un sia pur parziale risarcimento
che il calcio ha concesso a un signore come Gigi
Simoni, rapinato di uno scudetto che avrebbe strameritato.
Perch vorrei ricordare che quel fallo di Iuliano su Ronaldo
non punito a Torino fu solo uno dei molti aiutini avuti da
quella famigerata Triade che qualche negazionista vorrebbe
far passare per vittima.
Tanto che ci fecero perfino una sigla su Italia 1, TV di
Berlusconi (non di Moratti), su quegli aiutini anzi aiutoni
datati 1997-98.
Tanto che Il Messaggero (quotidiano di Roma, non di
Milano) a fine campionato titol, in prima pagina, Juventus,
lo scudetto degli arbitri.
Tanto che otto anni pi tardi, quando si scoprirono
molte cose, la famigerata Triade fu fatta fuori, innanzitutto,
dalla stessa propriet della Juventus. Propriet che
cacci i tre, e che al processo sportivo non cerc l'assoluzione,
ma ammise le responsabilit e chiese ai giudici la
retrocessione in serie B con penalizzazione, sentenza che
poi ottenne. (La pubblica accusa aveva chiesto la serie C: ma
voglio dire che la stessa famiglia proprietaria della Juventus si
smarc dai negazionisti fin dal principio. E anche anni dopo,
che sarebbero poi gli anni nostri, non ha esitato a fare piazza
pulita quando  venuta fuori la storia del falso in bilancio.
Sia detto tutto questo a futura, e spero definitiva, memoria.
Amen.)
Inter-Chelsea 2-1, 24 febbraio 2010
La mia ultima partita indimenticabile  l'andata degli ottavi
di finale della Champions che poi vincemmo a Madrid.
Andai a San Siro, come tutte le altre gare di Champions di
quell'anno, con mio figlio Alessandro, il primogenito.
Quella sera un po' tutti noi interisti pensavamo che gi
l'arrivare agli ottavi fosse stato un successo, visti gli ultimi
precedenti. E poi il Chelsea, allora allenato da Carlo
Ancelotti, era uno squadrone che avrebbe vinto la Premier
League.
Vincemmo 2-1, ma l'attimo che non dimentico  il terzo
minuto, quando Milito segn il primo gol e mio figlio Alessandro
disse Pap, abbiamo segnato un gol negli ottavi! e
mi abbracci.
Ecco, quell'istante, quell'abbraccio, voglio fissare qui,
per sempre.
...
.
...
24.
...
.
...
Caro Michele,
c' sempre una prima volta, nella vita. A scuola come nel
sesso e anche allo stadio, ci mancherebbe.
Lungo la accidentata strada dell'interismo - inteso come
malattia incurabile! - ho visto spesso dagli spalti le esibizioni
della Beneamata. Ma, a dispetto di vittoriose emozioni
ovviamente indelebili, be', in vetta alla top ten della memoria
nerazzurra non posso non collocare il mio battesimo da
tifoso. Cio la domenica in cui finalmente ebbi l'occasione
di ammirare, in carne e ossa, gli idoli della mia e nostra
infanzia.
Bologna-Inter 1-2, 26 gennaio 1969
Correva l'anno 1969. Meglio, era appena cominciato. In
famiglia si respirava un clima non idilliaco. Motivo: avevo
una sorella, all'epoca adolescente, rea di essere, come tante
sue coetanee di quegli anni, perdutamente innamorata di
Gianni Rivera. Mio padre non era milanista, in compenso
era un brav'uomo. Ergo, a maggio del 1968 aveva portato
tutti a Bologna, per una partita tra i rossoblu petroniani e
i rossoneri.
L'iniziativa paterna aveva per un difetto: non era bipartisan,
come scrivi tu nelle tue acute analisi politiche. Io,
che nemmeno avevo nove anni, mi ispirai alle pulsioni del
mitico Sessantotto.
Contestazione! E mio fratello, che era pi piccolo di diciotto
mesi, mi venne dietro.
Era una questione di giustizia: perch il Milan dal vivo s
e l'Inter no? Tra la prole eravamo pure la maggioranza, due
contro uno, anzi, una, la sorella. I valori della democrazia
andavano rispettati, ripristinati e bla bla bla.
Mio padre era un degasperiano convinto. Era un democristiano
che credeva nel dialogo. Dunque, si fece concavo
e convesso. Una sera si present a tavola e disse alla mamma:
domenica 26 gennaio io e i due bambini non saremo a
pranzo, li porto a vedere l'Inter.
Ricordo che il sabato sera fu molto difficile prendere
sonno. Finalmente li avrei avuti davanti. Burgnich. Bedin.
Facchetti. Jair. Surez. Corso. Soprattutto Mazzola,
che per me era l'idolo assoluto. A cinque anni, mi ero
fatto regalare una maglia nerazzurra con il numero otto.
Per me Sandrino non era semplicemente un calciatore.
Era la realizzazione, istintiva e istantanea, di un sogno
(tra parentesi: destino e mestiere hanno voluto, decenni
dopo, che del Baffo diventassi amico. Quando mi capita
di parlargli, mi sembra di rivolgermi a una divinit pagana.
A oltre mezzo secolo di distanza, non  cambiato
niente).
Bene. Il 26 gennaio 1969 a Bologna c' il sole. Pare gi
primavera. Tutto ancora  innocente. Non ci sono gli ultras.
Non esistono tifoserie politicizzate. A nessuno viene in
mente di andare allo stadio per fare casino, spaccare qualcosa,
rompere teste.
Eh, Michele mio!  esistito un tempo, ormai remoto,
in cui un genitore poteva passare una domenica allo stadio
tenendo due figli piccoli per mano, senza temere per
la loro incolumit, senza tornelli, senza controlli, senza
paure.
Sulla strada del progresso, ci siamo giocati tutto questo.
Oggi sarebbe impossibile, per un pap come era il mio allora,
s, oggi sarebbe impossibile regalare un'esperienza del
genere ai figli suoi. E abbiamo accettato tutto questo e non
ci sono innocenti:  colpa di tutti, nessuno escluso, compresi
i due bimbi del 26 gennaio 1969.
Della partita, della mia prima volta nerazzurra dal vivo,
insomma, ricordo pochino. Il Bologna and subito in
vantaggio con un gol del suo centravanti, che si chiamava
Mujesan. Ma i nostri eroi ribaltarono il risultato con le reti
di Bertini e di Vastola. L'Inter vinse 2-1.
Rammento invece benissimo il viaggio di ritorno. Mio
padre ci ascoltava guidando la Fiat 124, ascoltava i suoi due
figli che si raccontavano, ovviamente esagerando, le imprese
agonistiche di Burgnich e Facchetti, di Mazzola e Jair, di
Surez e Corso.
E se potessi tornare a quei momenti l, Michele mio,
giuro che darei tutto quello che ho. E tu sai che  vero.
Inter-Milan 2-0, 7 marzo 1971
Ed  vero anche che per un lunghissimo tempo, il tempo
della nostra infanzia e adolescenza, se non addirittura della
giovinezza, be',  provato, ti dicevo, che l'Inter era una
Voce. Anzi, un coro di gracchianti narratori che colpivano i
miei padiglioni auricolari attraverso la radio.
C' stata un'epoca in cui il calcio in televisione proprio
non si vedeva. Qualche frammento in bianco e nero alla
sera, se andava bene o se la mamma non ti spediva a letto
dopo Carosello.
Ah, la nostalgia! Cos'era quella apprensione malefica che
ci attorcigliava le viscere quando sintonizzavamo l'apparecchio
(enorme, con le manopole, a casa mia. Tu di sicuro,
nato ricco, avrai avuto il transistor), io e mio fratello, su
Tutto il calcio minuto per minuto?
Il rito pagano in realt era religiosissimo. La trasmissione
cominciava in coincidenza con l'inizio dei secondi tempi.
Roberto Bortoluzzi, mitico collega Rai, salutava le plebi in
ascolto e vigliacco se anticipava qualcosa sulla situazione
delle partite a met gara. Perfettamente algido, Bortoluzzi
snocciolava l'elenco dei campi collegati, faceva la lista dei
radiocronisti e finalmente.
Finalmente, il 7 marzo 1971 il bravissimo conduttore
diede la linea al mio garage. Meglio: c'erano parenti in
visita, ergo io e il Brother fummo trasferiti nel locale dove
pap teneva la Fiat 124 targata MO 176811. Portammo
gi il gigantesco apparato radiofonico, attaccammo la spina
a una presa sul muro e appunto Bortoluzzi ci diede la
linea.
Cio la diede a San Siro, la diede a Enrico Ameri, che
sar stato anche un repubblichino di Sal ma era un fenomeno,
al microfono.
Furono secondi di apnea. Giuro che li rammento ancora
tutti. Il silenzio brevissimo sembr eterno. Mi basta il tempo
di morire, cantava in quel periodo Lucio Battisti. Ecco,
appunto.
In effetti, mica era un derby come tanti. Nell'autunno
precedente, 1970, l'Inter aveva iniziato il campionato con
HH2 sulla panchina. Heriberto Herrera, segaligno paraguagio
ossessionato dall'atletismo. Un brav'uomo, forse troppo
in anticipo sui tempi. HH2 aveva compreso che la fisicit
avrebbe dominato il calcio del futuro. Per intanto c'era il
presente e nonostante questo Herrera di scorta avesse pure
vinto uno scudetto (a spese nostre, quello della fatal Mantova,
1967) con la Juventus, be', sulle scelte era vagamente
cervellotico. In nerazzurro schierava titolari Fabbian, Cella,
Pellizzaro, Domenicacci e Frustalupi. E teneva in panchina
Bedin, Bellugi, Jair, persino Corso...
And a finire che fu cacciato a furor di popolo. Nel
frattempo il Milan di Rocco e Rivera era scappato via. La
Beneamata si era affidata a Giovanni Invernizzi, nome da
formaggio e infatti lo chiamavano Robiolina. Interista
doc, lasciava fare la formazione a Burgnich e Facchetti, a
Bonimba e al Baffo. Nel doppio ruolo di atleti e allenatori
di se stessi, costoro stilarono una tabella scudetto sull'aereo
che li riportava a Milano dopo una sconfitta a Napoli. C'erano
sette punti da recuperare in un calcio in cui la vittoria
ne assegnava solo due. Un abisso.
L'abisso. La vertigine. Di quei secondi eterni spesi in garage
aspettando il rantolo di Enrico Ameri. Il 7 marzo 1971,
nel derby dei derby, l'Inter poteva praticamente perfezionare
la rimonta. E io potevo spiaccicarmi sul pavimento del
garage. Oppure volare nel paradiso dei sogni realizzati.
Be', la seconda che ho detto. Ameri, con timbro asettico,
comunic: Inter 2 Milan 0. Di pi: di l a poco precis che
avevano segnato Corso e Mazzola.
Corso e Mazzola! Gli idoli, gli eroi, i miti di un'infanzia
che di fatto si chiuse quella domenica pomeriggio, perch
ormai avevo undici anni, stavo per andare alle medie e mai
avrei immaginato che lo scudetto successivo, perch ovviamente
quello del 1971 lo vincemmo, lo avrei festeggiato
che gi andavo alla universit, nel 1980.
Ma quella domenica Corso segn con una delle sue diaboliche
punizioni e Sandrino boll di testa e senti cosa ti
dico, cos felice forse non sono stato mai.
Per, la sai quella dell'oratorio?
Inter-Varese 1-0, 2 febbraio 1975
Ed  anche vera, io credo, una cosa che un giorno mi
disse Dino Zoff, il portiere Mundial del 1982. L'ho gi
evocata, nel corso di questo nostro dialogo. Dovevo fargli
un'intervista su un tema penosamente malinconico: come
mai la nostra Nazionale manco si qualifica pi per la fase
finale della Coppa del Mondo?
Sai, Michele,  un peccato che Zoff non abbia vestito la
nostra maglia. A prescindere dall'enorme talento mostrato
tra i pali, Dinone  una gran persona. Infatti alla banalissima
domanda di cui sopra diede una risposta intelligente.
Mi disse: Non andiamo pi ai Mondiali perch in Italia
sono scomparsi gli oratori, una volta si imparava a giocare a
pallone sul campetto del prete, oggi invece....
Eh, l'oratorio! Qui non scomoder il Don Camillo di
Guareschi e nemmeno un telefilm Rai anni Sessanta intitolato
I ragazzi di Padre Tobia. Citer invece il mio ricreatorio
francescano, al quale tra tante belle cose debbo anche il ricordo
di una partita della nostra Inter.
Allora, a Sassuolo, il mio paesello ancora non assurto al
rango della serie pallonara, c'era un convento di frati cappuccini.
Il Padre superiore, che per indole assomigliava al
Cristoforo dei Promessi Sposi manzoniani, si chiamava Sebastiano.
Era convinto, il nostro Seb, che lo sport rendesse
cristiani migliori. Per di pi, era un grande interista.
Dunque, dove potevo finire a giocare io, monello iscritto
alla prima media? Ma al ricreatorio San Francesco, a va
sans dir (come avrebbe esclamato tal Cauet, ruvido medianaccio
francese di nerazzurro vestito sul finire del secolo
scorso).
Il mio primo allenatore si chiamava Roberto Cesati. Aveva
appena tre anni pi di me, ma tutti gli preconizzavano
un futuro straordinario come attaccante. Era cos bravo che
i talent scout dell'Inter se lo portarono a Milano che manco
aveva quindici anni.
Da quel momento, da quando cio Cesati fu rapito
dagli osservatori del presidente Fraizzoli, al ricreatorio San
Francesco di Sassuolo parlavamo solo di lui. Anche i bambini
tifosi del Milan o della Juve stavano dalla sua parte: Roberto
era uno di noi, era un figlio dell'oratorio. Era anche
un modello: sotto sotto, speravamo di imitarlo (in verit io,
per manifesta inadeguatezza, a quattordici anni avevo gi
appeso le scarpette al fatidico chiodo).
Finch. Finch il 2 febbraio 1975 l'arbitro Gialluisi fischia
il calcio d'inizio di Inter-Varese. Prima giornata di ritorno
di uno dei tanti campionati vinti dalla Juventus.
In quel tempo, evangelicamente parlando, la trasmissione
radiofonica Tutto il calcio minuto per minuto iniziava,
come detto, con i secondi tempi. Io stavo con i coetanei al
ricreatorio e a un certo punto ci parve che il tempo si fosse
fermato.
Una voce Rai, non ricordo quale, ci avvis che l'Inter era
in vantaggio grazie a un gol di Roberto Cesati. Esordiente
assoluto.
Lui!
Il mio primo allenatore!
Il figlio della San Francesco!
Fu uno shock. Nessuno di noi era preparato al suo debutto
in serie A. I giornali della domenica mattina non
avevano ipotizzato un suo impiego. Ma a poche ore dalla
partita Bonimba si era sentito poco bene e Luisito Suarez,
l'allenatore, aveva deciso di lanciare l'allievo dei frati cappuccini.
Venendone ampiamente ripagato.
Michele, fu come se ci avessero detto che un nostro compagno
di classe era sbarcato sulla Luna! Un Inter-Varese in
apparenza insignificante si trasform in un pezzo di storia
locale, in leggenda metropolitana, in mito tramandato di
bocca in bocca, in un'epoca fortunatamente ancora sprovvista
di cellulari e di social.
Di pi. Quel giorno a San Siro, tra i titolari dell'Inter,
c'era incredibilmente un altro tizio nato a Sassuolo, transitato
anche lui sul campetto del ricreatorio. Apparteneva per
a un'altra generazione, aveva undici anni in pi di Cesati ed
era in nerazzurro la spalla di Boninsegna: sto parlando di
Giorgio Mariani. Io non lo conoscevo, pi in l saremmo
diventati amici fraterni, fin quando nel 2011 un tumore
non se lo port via. Poco prima dell'addio, io, Giorgio e
Bonimba andammo a cena assieme:  una delle memorie
umanamente nerazzurre cui sono pi legato.
P.s. Padre Sebastiano, il Superiore del convento, da
quell'Inter-Varese 1-0 recitava spesso, tra qualche Pater, Ave
e Gloria, la formazione schierata da Suarez. Era questa:
Bordon, Scala, Facchetti, Bertini, Giubertoni, Bini, Mariani,
Mazzola, Cesati, Moro, Nicoli. E alla fine il frate sospirava:
ho dato due titolari su undici a Fraizzoli...
Inter-Milan 1-0, 6 aprile 1986
Oh, amico mio: a questo punto spero tu voglia concedermi
una licenza poetica. Meglio: dai ricordi di oratorio,
dai miei frati cappuccini di Sassuolo, passo allegramente a
uno scherzo da prete. Una roba da amici miei, una zingarata
degna dei film di Monicelli con Tognazzi, Moschin,
Adolfo Celi e bla bla bla.
Partir gloriosamente dal tabellino, come un tempo noi
giornalisti definivamo l'elenco delle formazioni scese in
campo.
San Siro, 6 aprile 1986
INTERNAZIONALE-MILAN 1-0
Reti: 77' Minaudo
INTERNAZIONALE: Zenga, Bergomi, Mandorlini,
Baresi I, Collovati, Ferri II, Fanna, Tardelli, Altobelli, Brady
(85' Cucchi), Marangon I (46' Minaudo) - All.: Corso
MILAN: Terraneo, Manzo, P. Maldini, Baresi II, Di
Bartolomei, Tassotti, Icardi, Wilkins, Hateley, Evani, Virdis
- All.: Liedholm
Arbitro: Redini
Espulsi: -
L'ho mandato a memoria, questo tabellino. Perch, come
mormora uno dei protagonisti di Biade Runner, il film della
nostra giovinezza, ho visto cose che voi umani....
Siamo schietti: a volte il destino  stato pure generoso,
con noi malati di mente di fede nerazzurra. Perch nemmeno
uno sceneggiatore della Madonna, a proposito di cinema,
avrebbe potuto immaginare qualcosa di simile.
Vincere un derby con un gol di uno sconosciuto.
Minaudo: chi era costui?!?
Agli occhi di noi tremolanti Don Abbondio interisti apparve
all'improvviso, questo Minaudo, come una manifestazione
miracolosa di Eupalla, il Dio del calcio (copyright
Gianni Brera).
Mai sentito nominare prima, Minaudo.
Mai sentito nominare dopo.
Aveva ragione David Bowie, quando cantava: we can be
heroes, just far One day. Tutti possiamo essere eroi almeno
per un giorno, nella vita.
In ognuno di noi si cela, nascosto chiss dove, un Minaudo.
E poi, ti raccomando il contesto. Primavera del 1986.
Stagione disastrosa. Ilario Castagner, buon'anima, licenziato
in autunno. Panchina affidata al Mancino di Dio: ma
Mariolino Corso, adorabile, come allenatore non valeva
granch, con rispetto parlando. Neanche era tutta colpa
sua: Rummenigge se ne stava pi in infermeria che in campo,
Tardelli aveva in testa Moana Pozzi e non si poteva pretendere
che lo Zio reggesse da solo la baracca.
Te lo cito qui Beppe Bergomi, in un contesto oggettivamente
infelice. Te lo cito qui, lo Zio, perch la sua appartenenza
alla causa, paradossalmente si  cementata attraverso
delusioni e disincanti.
In quasi vent'anni da titolare, Beppe ha vinto uno scudetto.
Uno solo. Quello del Trap del 1989.  vero che ha
alzato tre volte la Coppa UEFA, ma  troppo poco per un
campione come lui. Per uno che ha il record di essere stato
titolare ai Mondiali da ragazzo felice, nel 1982, e da stagionato
veterano, nel 1998.
Eh, Bergomi. Nei secoli fedele (non lo sgarrupato Adriano).
Allievo di Arcadio Venturi tra i bambini di casa, poi
sempre stoicamente nella mischia, nel buridone, come dicono
in Romagna. Io gli ho voluto e gli voglio un bene
dell'anima. Magari pi per quello che ha perso insieme a
noi, per quella biglia che nel 1985 lo mise kappa in una
catastrofica euro semifinale con il dannato Real Madrid.
Lo Zio  l'incarnazione dell'interitudine, se mi concedi
un agghiacciante neologismo. Non si  arreso alle sconfitte.
E poi c'era lui, nel giorno incredibile di Minaudo.
Torno al contesto. In quella primavera del 1986 la Milano
da bere era dominante ovunque, tranne che nel calcio.
Per, proprio nei giorni che precedevano un derby buono
giusto per il prestigio, ecco, Silvio Berlusconi aveva ufficializzato
l'acquisto del Milan.
Non star qui a spiegarti che effetto abbia avuto Sua
Emittenza sui destini del pallone italico e globale. I risultati
parlano per lui. Sandro Mazzola, lo sai, ha sempre sostenuto
che in giovent il Cavaliere fosse interista. Ma chi se ne
frega, con rispetto parlando.
Comunque, siamo l. A un bivio della Storia. Neo padrone
del Diavolo, Silvio si presenta in pompa magna.
Agiografi e adulatori garantiscono che il suo impatto sulla
Stracittadina sar devastante.
A questo punto, lasciami esagerare, caro Michele. Ti faccio
rileggere il tabellino...
San Siro, 6 aprile 1986
INTERNAZIONALE-MILAN 1-0
Reti: 77' Minaudo
INTERNAZIONALE: Zenga, Bergomi, Mandorlini,
Baresi I, Collovati, Ferri II, Fanna, Tardelli, Altobelli,
Brady (85' Cucchi), Marangon I (46' Minaudo) - All.:
Corso
MILAN: Terraneo, Manzo, P. Maldini, Baresi II, Di
Bartolomei, Tassotti, Icardi, Wilkins, Hateley, Evani, Virdis
-All.: Liedholm
Arbitro: Redini
Espulsi: -
Sai che ti dico: da allora, calcisticamente io ho sempre
associato il nome di Berlusconi a quello, appunto, di Minaudo.
Autore di un gol in s dimenticabile e per memorabile.
Senti come lo raccont lui, il diretto interessato.
Ipse dixit.
Fanna calci una punizione, il nostro libero Mandorlini
prese il palo, il loro portiere Terraneo non fu perfetto e io
in mischia la buttai dentro. Un istante dopo non capivo
pi niente, fare gol, il gol decisivo in un derby a diciannove
anni, fu pazzesco. L'avvocato Prisco, a fine partita pretese di
portarmi lui dai giornalisti in conferenza. Godeva, il caro
Peppino. Mi disse: Minaudo tu sei nella storia, hai rovinato
il primo derby del Cavaliere.
Minaudo forever.
Inter-Aston Villa 3-0, 7 novembre 1990
A questo punto, fratello Michele, aggiunger una
cosa. Non fosse transitato nei cieli nerazzurri come una
scintillante meteora, be', al prode Minaudo sarebbe molto
piaciuto essere tra i protagonisti di un'impresa cui una
leggenda metropolitana attribuisce addirittura la genesi
di uno degli inni pi famosi dedicati al nostro amore
eterno.
Pazza Inter! Immagino tu ne conosca l'incipit, ma qualora
la tua memoria fosse andata in tilt te la rinfresco.
Lo sai per un gol
Io darei la vita, la mia vita
In fondo lo so
Sar una partita infinita
 un sogno per
 un coro che sale a sognare
E gi dalla Nord
Novanta minuti per segnare
Neroazzurri
Noi saremo qui, neroazzurri
Pazzi come te, neroazzurri
Non fateci soffrire
Ma va bene, vinceremo insieme
Amala
Pazza Inter, amala
 una gioia infinita
Che dura una vita
Pazza Inter, amala.
Ora, io ignoro se davvero questi versi siano stati misteriosamente
concepiti nella follia di una notte da delirio.
Nemmeno  importante: a me va di credere sia andata cos
e non cambier idea a dispetto di qualunque smentita.
Adesso, il contesto. Era il 7 novembre del 1990. Da un
anno era venuto gi il Muro di Berlino. Un po' tutti coltivavamo
l'illusione che per il mondo fosse iniziata un'era di
pace. Ci stavamo rovinosamente sbagliando, ma questa non
 la sede per rimeditazioni storiche. In Italia il capo del governo
era l'eterno Giulio Andreotti, Giorgia Meloni andava
ancora a scuola e insomma chi l'avrebbe detto?
Non solo, per tornare alle cose nostre: chi l'avrebbe detto
che, un quarto di secolo dopo la stupefacente rimonta sul
Liverpool (Corso, Peir, Facchetti), l'Inter sarebbe stata capace
di concedere il bis, ai danni di un'altra squadra inglese?
Stavolta non c'era in palio la Coppa dei Campioni, bens
la Coppa UEFA. In apparenza meno importante, ma attenzione:
il primo trofeo se lo contendevano in esclusiva i detentori
del titolo nazionale, mentre al secondo aspiravano
le seconde, terze e quarte classificate dei singoli tornei. Tradotto:
non di rado la qualit della Coppa UEFA superava il
livello tecnico della futura Champions.
Ti ho rifilato questa tortuosa spiegazione, amico mio,
per arrivare al dunque.
Nella stagione 1990-91, l'Inter aveva due problemi. Il
primo era tedesco. Nell'estate precedente, Matthaeus, Klinsmann
e Brehme avevano coronato il sogno della vita conquistando
il Mondiale contro l'Argentina di Maradona in
una turbolenta finale all'Olimpico di Roma. Si pensava che
i nostri fusti germanici sarebbero tornati ad Appiano Gentile
carichi come molle: invece si ripresentarono impigriti
e bolsi, distratti dalle birre e dal fascino di bionde valchirie
(tra parentesi: si  ufficialmente perso il conto delle mogli
accumulate da Matthaeus, c' chi dice quattro e chi sei).
E poi c'era l'altro problema, che era scandito dalla augusta
erre moscia dell'Avvocato. Tu lo sai meglio di me, avendo
frequentato per una vita i potenti: a Gianni Agnelli era
molto difficile, se non impossibile, dire no.
Purtroppo, viste le conseguenze sul pianeta nerazzurro, il
numero uno della Fiat si era reso conto di aver commesso un
grave errore, permettendo a Giovanni Trapattoni di lasciare
la Juventus. Aveva tentato di sostituirlo con Rino Marchesi,
con Dino Zoff, perfino con Gigione Maifredi, gi venditore
di champagne porta a porta, amico mio e dunque mezzo
matto, peraltro pure lui incapace di riportare la Vecchia Signora
ai fasti perduti.
Morale della favola. Agnelli fortissimamente rivoleva il
Trap e dunque il nostro allenatore visse l'ultimo periodo in
nerazzurro diviso a met.
In mezzo, c'era questa benedetta Coppa UEFA. Mai vinta
dall'Inter, sebbene la disputassimo spesso, visto che di scudetti
se ne portavano a casa pochi.
In quell'autunno del 1990, a complicare le cose ci si mise
William. Inteso come il figlio primogenito del Principe Carlo
e di Lady Diana, all'epoca ancora infelicemente sposati.
William era un bambino. Avrebbe potuto scegliere di fare
il tifo per il Chelsea, per il Tottenham, per l'Arsenal. God Save
The King, ci mancherebbe: ma il futuro sovrano andava matto
per l'Aston Villa e alla vigilia della partita di andata si fece
portare dai dignitari di corte all'allenamento dei suoi idoli.
Costoro, inteneriti dall'affetto del principino, si intenerirono.
Morale: ci presero a pallate. 2-0 per l'Aston, dominio
assoluto dei ruvidi inglesi ed eliminazione nostra praticamente
garantita. Solo che.
Solo che qualcuno doveva pur trovare ispirazione, per
scrivere il testo di Pazza Inter. E il retour match del 7 novembre
1990 valeva come pretesto perfetto.
Su San Siro pioveva che Dio la mandava. Il campo era
una palude. Merito dei fenomeni che mesi prima avevano
allestito Italia 90, il Mondiale poi vinto come ho detto dai
nostri tre tedeschi. Ogni nazione chiamata a ospitare l'evento
iridato ne ha approfittato per realizzare stadi modernissimi:
noi, che pure deliriamo per il calcio, usammo l'evento
planetario per distruggere i nostri impianti. Vuoisi cos col
dove si pu te e pi non dimandare, avrebbe detto Dante
Alighieri (citato come ti ho gi detto dal Baffo Mazzola alla
fine dell'ultima partita della sua carriera, una finale di Coppa
Italia ignobilmente persa contro il Milan nel 1977).
Comunque, in quella vergognosa risaia dopo pochi minuti
fa gol Klinsmann. A Buckingham Palace il piccolo
William inizia a preoccuparsi. E non ha ancora visto San
Nicola.
Nicolino Berti  forse uno degli interisti pi interisti di
sempre. Lo comprammo dalla Fiorentina nella estate del
1988. Era un centrocampista energico e dinoccolato. Uno
che sembrava ciondolare per il campo, uno perennemente
con la testa altrove. Per quando si accendeva, Berti era un
bengala sparato nel cielo nerazzurro. E suo uno dei gol pi
belli nella storia della Beneamata, un travolgente assolo a
Monaco contro il Bayern. Un prodigio memorabile, che a
nulla serv: dopo aver vinto 2-0 in Germania, al ritorno ne
beccammo tre e ciao. Roba da Pazza Inter.
Pazza Inter, appunto. Come fu e come non fu, nel diluvio
di San Siro quel pazzoide di San Nicola firm la rete
del 2-0. Equilibrio ristabilito. Il piccolo principe William,
atterrito, corse a rifugiarsi tra le braccia di Diana (pap
Carlo pare fosse tra le braccia di Camilla, ma mancano
conferme).
Il resto  pure leggenda. Io persi i sensi davanti al televisore,
quando Alessandro Bianchi sigl il clamoroso 3-0.
Venticinque anni dopo, venticinque anni dopo la rimonta
ai danni del Liverpool, la storia si ripeteva. Si dice che da
allora il Principe William conservi una cordiale antipatia
nei nostri confronti.
Vuol dire che tu e io gli manderemo una copia, tradotta
in inglese, di questo nostro sgangherato libercolo.
Giusto per il futuro re della Gran Bretagna, metto in
coda la nostra formazione di quel 7 novembre 1990.
Zenga; Bergomi, Brehme, Battistini (85' Paganin), Ferri;
Bianchi, Berti (81' Mandorlini), Pizzi, Matthaeus; Klinsmann,
Serena.
Allenatore: Giovanni Trapattoni.
Spartak Mosca-Inter 1-2, 14 aprile 1998
Ma poich sono un originale, egregio Michele, per stupirti
con effetti speciali passer direttamente dal figlio di re
Carlo III ai successori di Giuseppe Stalin. Dando per scontato
tu abbia afferrato il filo (nerazzurro, s'intende) della
mia follia, ti porter a Mosca.
La prendo alla larghissima. La partita che desidero raccontare
 ambientata all'ombra del Cremlino ed  datata 14
aprile 1998.
Eppure, per spiegare come mai sia rimasta nitidamente
impressa nella memoria mia, be', debbo tornare indietro.
Al 1966, anzitutto.
Avevo sei anni e in una famiglia di orientamento solidamente
democristiana resisteva ancora il sospetto che i
comunisti mangiassero i bambini. Con o senza sale, non
veniva precisato. Era un dettaglio insignificante.
Dunque, nell'autunno del 1966 l'Inter di HH, il Mago,
venne abbinata, nel primo turno della Coppa dei Campioni,
alla Torpedo Mosca.
La Torpedo era una formazione composta da vigorosi
pedatori proletari. I compagni sovietici erano ruvidi, ma a
pallone sapevano giocare. Li battemmo faticosamente 1-0 a
San Siro, il ritorno si annunciava aspro.
Io stavo in prima elementare e mi immaginavo un retour
match tra le steppe, il gelo e affamati divoratori di monelli
indisciplinati.
In televisione non fecero vedere nulla della partita. Appresi
poi che il Mago aveva allestito l'ennesimo stoico catenaccio,
vecchio trucco del capitalismo applicato al football.
0-0 e qualificazione acquisita.
A decenni di distanza, mi venne narrato il modo in cui i
nerazzurri avevano deciso di festeggiare il passaggio del turno.
Convinti che Herrera fosse andato a dormire, i ragazzi
puntarono allegramente su un pensionato riservato a studentesse
sovietiche, il fior fiore della rivoluzione bolscevica.
Arrivati all'ingresso, i nostri eroi lo trovarono chiuso a
chiave: i comunisti moscoviti erano gente seria, morigerata.
Ma una finestra al secondo piano pietosamente si apr: alle
studentesse magari non dispiaceva raccogliere gli autografi
di Corso, Mazzola, Domenghini...
C'era per un problema: come arrivare al davanzale?!?
L'idea venne al capitano, il mitico Picchi. Il saggio Armando
ordin a Miniussi, il gigante che fungeva da portiere di
riserva, di appiattirsi contro la parete: Picchi sarebbe salito
sulle sue spalle e avrebbe raggiunto la finestra.
Il piano era geniale, ma non prevedeva un particolare:
il sonno incerto del Mago. Insomma, Herrera si sveglia,
scopre che la squadra non sta in albergo e si precipita
nella notte moscovita. Finch scorge un'ombra appoggiata
a una parete. E Miniussi! I suoi compagni, notando
la sagoma dell'allenatore, se la sono data a gambe. Ma
Miniussi non pu muoversi: regge il peso di Picchi, silenziosamente
aggrappato a una mano gentile che sporge
da sopra...
Questa storiella arriv alle mie orecchie proprio il 14
aprile 1998, quando stava per cominciare la sfida di Coppa
UEFA tra lo Spartak Mosca e la Beneamata. Partivamo
da uno striminzito 2-1 a nostro favore (tra parentesi e per
completezza di informazione: esiste anche un'altra versione
dell'episodio sublimato da Miniussi, geograficamente collocato
a Sofia, in Bulgaria. Ma ammetterai che Mosca  lo
scenario ideale!).
Tra il 1966 e il 1998, all'ombra del Cremlino erano accadute
tantissime cose. L'Unione Sovietica si era dissolta.
Stalin, che nel 1966 aveva come erede Leonid Brezhnev,
probabilmente nel 1998 si stava rivoltando nella tomba. In
attesa di Putin, la Russia era preda di un capitalismo rapace
e il presidente Boris Eltsin era passato dai furori rivoluzionari
ai fumi della vodka.
Comunque stavamo l, noi interisti, aggrappati al talento
pazzesco di Ronaldo, sempre quello vero, forse in quel
momento all'apice della carriera.
Devi sapere che, secondo prassi, mi stavo tormentando
in attesa del fischio d'inizio quando mi arriv una notizia
riservata.
Alberto Tomba, uno dei pi grandi assi dello sport del
Novecento, aveva sciolto il nodo. Dopo una lunga e gloriosa
carriera con gli sci ai piedi, si sarebbe ritirato. L'annuncio
ufficiale era previsto solo per l'autunno, ma io venivo avvisato
in anticipo.
Di sicuro tu starai pensando: ma chi se ne frega e poi
cosa c'entra l'Inter, non  forse un libro sull'Inter, quello che
stiamo scrivendo?!?
Infatti. Ma per quasi quindici anni a me  toccato l'onore
di accompagnare Albertone sulle montagne di ogni
continente. L'ho visto dribblare porte e paletti con una disinvoltura
formidabile. Tomba era un personaggio speciale,
un asso non di rado sopra le righe. Soprattutto, lui cittadino
rappresent l'ideale rivincita dell'italiano di pianura, realizzando
i sogni proibiti del popolo delle settimane bianche.
Alla soffiata che AT, l'extra terrestre delle nevi, non avrebbe
sciato mai pi, avvertii una fitta di nostalgia. Non avrei
mai pi visto quegli arabeschi irresistibili sul ghiaccio...
E invece no. Grazie all'Inter e a Ronaldo, venni smentito
subito. In tempo reale. Immediatamente.
A Mosca si giocava su un campo imbiancato. Faceva un
freddo terribile. Dal cielo scendevano confetti bianchi. Per i
giocatori tenersi in piedi era un'impresa. Per tutti. Tranne uno.
Ronaldo.
Fu quel giorno che mi resi conto di una cosa che fin l
mi era colpevolmente sfuggita. S, Ronaldo faceva pensare a
Pel. S, Ronaldo era un genio, un artista, un sublime interprete
del calcio moderno.
Ma somigliava anche ad Alberto Tomba, lo sciatore di
cui avevo avuto la fortuna di essere biografo.
Sull'1-1, a qualificazione ancora in bilico, Luis Nazrio
de Lima intercett il pallone non troppo lontano dall'area
di rigore. Sotto la neve e sul ghiaccio, inaugur uno slalom
irresistibile. Gli altri scivolavano, cadevano, slittavano.
Lui, no.
Ronaldo segn uno dei suoi gol pi belli... sciando
come Alberto Tomba. E ci port in finale di Coppa UEFA.
P.s. Per tua informazione, pare che i comunisti abbiano
smesso di mangiare i bambini.
Inter-Sampdoria 3-2, 9 gennaio 2005
Ah, a proposito di bambini (non divorati).
Facendo il nostro mestiere, presumo sar capitato anche
a te di essere invitato in qualche scuola a raccontare le
emozioni di una vita dedicata al giornalismo. E allora devi
sapere, vecchio mio, che una volta mi sono ritrovato simpaticamente
chiuso nell'aula di una quarta elementare. Dopo
aver sfogato le loro innocenti curiosit a proposito di grandi
eventi dello sport dei quali ero stato immeritatamente testimone,
i piccoli alunni si sono concentrati su una domanda
all'apparenza sin troppo banale.
Questa: scusa, ma perch tu fai il tifo per l'Inter?
Avrei potuto rispondere in mille modi. Magari citando
la mia, di infanzia. Con le suggestioni della Grande Inter di
Moratti: ci che ti colpisce in tenera et ti resta dentro, ti
rimane sotto la pelle. Oppure avrei avuto l'opportunit di
fare brillantemente ricorso alle memorie di mio padre, che
da operaio a Torino andava a vedere le partite di Valentino
Mazzola e dunque inevitabilmente si era affezionato alle
prodezze del figlio dell'eroe di Superga, il nostro Sandrino.
O ancora sarei stato in grado di snocciolare imprese agonistiche
spettacolari: gli scudetti, le Coppe, il Triplete.
Di sicuro quegli scolari avrebbero compreso, si sarebbero
identificati, immedesimati. Gli parli di una maglietta nerazzurra
con il numero 8, quello appunto di Mazzola junior, e
non hanno bisogno di ulteriori spiegazioni.
Giusto? No, invece no. Sbagliato. Guardavo quei bambini
e mi sono detto che per rendere testimonianza di una
fede, come tale irragionevole (Credo quia absurdum, penso
fosse Quintiliano), mi serviva qualcosa di diverso. Qualcosa
di pi.
Cos, ho chiesto alle due maestre se la loro scuola fosse
dotata di un lettore DVD collegato alla rete, insomma al web,
al Wi-fi. Poich non  vero che in Italia nulla funziona, miracolosamente
mi hanno detto di s.
I ragazzini erano molto eccitati, quando li ho invitati
a radunarsi intorno a uno schermo piatto. Probabilmente
avranno pensato che ero un adulto un po' suonato. Anzi,
un anziano vagamente rincoglionito. Ma hanno accolto il
mio appello.
Sono andato su Internet e ho digitato poche parole magiche.
Inter-Sampdoria 3-2. E prima di pigiare il tasto
start, ho rivolto ai miei giovanissimi interlocutori un breve,
sentito discorso. Te lo riassumo qui di seguito, per come
me lo ricordo (sono un discreto oratore, ma vado sempre a
braccio, non ho mai appunti scritti).
Bambini, nella vita si pu cambiare moglie o anche religione,
ma non squadra di calcio. Anzi, se per caso nella vita incontrerete
chi vi spiega di aver modificato nel corso degli anni la
sua fede calcistica, be', sappiate che si tratta di un malfattore...
Io tengo l'Inter non per le gioie delle vittorie o per le
amarezze figlie delle sconfitte. Sono interista perch questa
squadra  un'emozione,  una categoria dello spirito, 
una lezione permanente su quanto l'esistenza possa essere
contraddittoria, all'improvviso straordinariamente intensa
dopo essere stata malinconicamente piatta, noiosa,
inutile...
La storia del calcio  piena di partite che si sono clamorosamente
rovesciate nei minuti finali.  il bello del gioco:
non  mai finita fin quando la palla continua a rotolare...
Per, adesso per favore non distraetevi. Non distraetevi e
tenete gli occhi sul monitor del computer. Perch, per una
lunga manciata di secondi, vedrete qualcosa di unico. Vedrete
una squadra, non formidabile e anzi abbastanza sgangherata,
sotto di due gol a trenta secondi dal novantesimo,
o gi di l. Vedrete parte del pubblico andarsene sconfortato
dallo stadio, una folla tradita dai suoi beniamini. E scoprirete
di cosa sia stata capace quella squadra, lo scoprirete e
avrete la risposta al quesito che mi avete posto...
Io sono interista perch soltanto l'Inter fa cose del genere.
Ho pigiato click.
L'immagine recava una scritta.
Inter-Sampdoria 0-2.
San Siro si sta svuotando.
 il 9 gennaio 2005.
Sembra tutto finito.
Poi segna Oba Oba Martins.
Be',  il gol della bandiera.
Palla al centro.
Mischia.
Acrobazia di Bobone Vieri.
2-2.
Si vede qualcuno che sta precipitosamente tentando di
rientrare sugli spalti.
Caos indescrivibile. L'Inter colpisce un palo. Antonioli,
il portiere dei blucerchiati genovesi, fa una paratissima.
Poi c' una respinta della difesa ligure.
La palla scende dall'alto.
Il Drago Stankovic la accomoda per Recoba con un tocco
morbidissimo.
Terrificante bordata del Chino.
Gol, ancora.
Inter batte Sampdoria 3-2.
Click.
Fine del video.
I bambini hanno girato lo sguardo verso di me.
Uno di loro mi ha detto: ma  successo davvero? O  un
film? O  la trovata di un influencer? O  un clippino preparato
per Instagram?
Ho sorriso.
 l'Inter, ho risposto.
 l'Inter.
Inter-Barcellona 3-1, 20 aprile 2010
Berlino, ci son stato con Bonetti,  un po' triste e molto
grande: cos cantava Lucio Dalla, in quel brano onirico titolato
Disperato erotico, stomp.
Io a Berlino ci sono stato con Usain Bolt. Nell'estate del
2009. Lo stadio che era stato di Jesse Owens e che nel 2006
aveva celebrato i rigori mondiali dell'Italia di Materazzi ospitava,
appunto nel 2009, la rassegna iridata di atletica leggera.
Ho visto dal vivo tutte le mitiche volate dello sprinter
giamaicano. L'essere umano pi rapido di sempre. A Berlino
Bolt super se stesso, stabilendo due incredibili record
sui 100 e sui 200. Ancora resistono.
In verit, sulle tribune di quello stadio io ero accompagnato
da un retropensiero. Nome e cognome: Zlatan
Ibrahimovic.
La mia ambivalenza nei confronti del personaggio risale
a quell'estate berlinese. Perch lo svedese se ne era appena
uscito con una delle sue pittoresche alzate d'ingegno: basta
Inter, lui aveva il diritto di indossare la maglia di un club in
grado di garantirgli il trofeo pi prestigioso.
La Champions.
Senza allungare troppo il brodo, sono sortite che hanno
il pregio di farmi girare los cocones.
Giochi nella Beneamata, hai Moratti come presidente e
Mourinho come allenatore e ti permetti di proclamare che
vuoi andare al Barcellona?
Qui non siamo alla lesa maest. Siamo al vilipendio della
religione. E siccome per fortuna non esistono pi i roghi,
pigliati pur su le tue cose e trasferisciti in Catalogna, a mangiare
bocadillos e paelle.
Dopo di che, Bolt era velocissimo ma Maicon mica era
lento. Temo che Ibra abbia colpevolmente sottovalutato il
contributo degli allora compagni ai suoi trionfi nerazzurri.
Di pi.
Ne sono certo.
Sono anche certo che talvolta il destino  galantuomo.
Ci avevo pensato a Berlino, mentre ammirando Bolt rimuginavo
su Ibra.
A primavera, primavera del 2010, la verit si sarebbe rigorosamente
imposta. Passando per un prologo.
In quell'edizione di Champions che Zlatan non poteva
non vincere, essendosi vestito di azulgrana, un sorteggio
dispettoso aveva collocato Barca e Beneamata nello stesso
gruppo. Non ci facemmo una gran figura: un pallido 0-0 a
Milano, un secco 0-2 al Camp Nou. Passammo noi e loro,
sebbene il vantaggio catalano fosse sin troppo vistoso. Unica
piccola consolazione: Ibra zero tituli, cio niente gol ai
sedotti e abbandonati.
Ma, come dicevo, venne la primavera. La primavera del
Bolt dipinto di nerazzurro.
Douglas Sisenando Maicon.
Questo tizio aveva origini brasiliane e per non avrebbe
sfigurato nei panni di un super eroe della Marvel. Hai presente
Pantera Nera, il re del favoloso stato del Wakanda?
No? Non conosci il personaggio dei fumetti e del cinema?
Va bene, accontentati di Douglas Sisenando.
Tanto si  raccontato, con abbondanza di particolari romanzeschi,
di quell'Inter-Barcellona 3-1, onirico preludio
all'ossessione del ritorno infinito, lo 0-0 che ci spalanc le
porte di un Paradiso chiamato Triplete.
 stato spiegato con dovizia di dettagli il capolavoro
tattico di Mou. E stata vivisezionata la notte pi triste in
carriera per Ibrahimovic, costretto a prendere atto di aver
commesso un devastante errore di valutazione, quando
aveva preteso di traslocare in Spagna perch lui, appunto,
aveva il diritto di alzare la coppa con le orecchie. Lui, non
noi.
 stata descritta la geniale freddezza con la quale Sneijder
mise dentro l'1-1, dopo la raggelante rete iniziale degli
allievi di Pep Guardiola (a volte ritornano, eh).
 stato sublimato l'impeto animalesco di Milito, che sigill
l'impresa con il gol del 3-1, il timbro quasi ufficiale sul
passaporto per la finale di Madrid.
Ed  tutto giusto ed  tutto vero. Eppure, dai retta. Il
Dominus della notte di San Siro fu Pantera Nera.
Douglas Sisenando Maicon.
Credo mai, prima e dopo, Maicon abbia giocato cos
bene.  stato un campione meraviglioso, s'intende. Arava
la fascia destra in su e gi, dettava i tempi dell'azione di
attacco, era micidiale nelle ripartenze, sapeva difendere con
cocciuta determinazione.
Ma nel 3-1 contro il Barcellona Douglas Sisenando Maicon
fece di pi.
Fece Bolt.
Apriva il gas e andava via.
Accelerava.
Sterzava.
Travolgeva.
Incalzava.
Fosse stato a Berlino l'estate precedente, probabilmente
avrebbe battuto Bolt.
Nella progressione che lo port a siglare personalmente
il 2-1 c'era - intero! - il furore di un fuoriclasse che in fondo,
come tutti i suoi compagni di avventure, mica l'aveva
capito, quel brusco addio di Ibra. Anzi, non escludo che
Douglas Sisenando Maicon si fosse proprio incazzato, se mi
passi il francesismo.
A distanza di una generazione, rimane una certezza inattaccabile:
Zlatan la Champions l'ha vista solo in fotografia.
Pantera Nera invece l'ha vinta.
E non solo quella.
Inter-Mazembe 3-0, 18 dicembre 2010
Sempre per la serie: facciamoci riconoscere.
Non sono poi tante le squadre italiane che possono vantarsi
di aver vinto la Coppa del Mondo per club. Quando si
chiamava ancora Coppa Intercontinentale, fummo i primi
a conquistarla partendo dal Bel Paese. Era la formazione
di Herrera e le rocambolesche battaglie contro gli argentini
dell'Independiente appartengono al repertorio in bianco e
nero dei favolosi anni Sessanta.
La cosa buffa, caro Michele,  che se tu ti metti a parlare
con un interista, anche con uno che all'epoca manco era
nato, ti accorgi che di quelle sfide qualcosa sa.
Ma se domandi alle stesse persone di spolverare una memoria
pi fresca, boh, ti imbatti in sguardi stupiti.
Ma davvero abbiamo vinto la Coppa del Mondo nel
club nel non remotissimo 2010?
Davvero.
E come mai quel successo, cos raro e prezioso,  scivolato
via quasi alla stregua di un'amichevole di lusso?
Qui torniamo a un classico, tipicamente Made in Inter.
Cio, la nostra anima nerazzurra tende inesorabilmente
all'auto denigrazione. Ci vogliamo cos bene che non di
rado ci lasciamo sommergere dall'onda della negativit.
Pure quando vinciamo. E la Coppa del Mondo la vincemmo,
il 18 dicembre 2010 nella cornice di Abu Dhabi.
Di pi: sarebbe stata una delle ultimissime gioie del
grande Massimo Moratti (cui il destino, dopo, avrebbe concesso
giusto una Coppa Italia, a primavera 2011).
Perch dunque quella impresa, che tale fu, pass praticamente
nonch ingiustamente inosservata?
Elencher una serie di ipotesi, partendo dalla pi pittoresca.
Essendo il football un gioco, talvolta offre soluzioni deliranti.
Tutti immaginavano che nella finalissima, una volta
sbrigata una innocua formalit contro anonimi coreani, ci
sarebbero toccati i detentori della Libertadores, la Champions
del Sud America. Ma i brasiliani dell'Internacional si
erano fatti uccellare dal Mazembe.
Il Mazembe!
Il Tout Puissant Mazembe veniva dalla Repubblica Democratica
del Congo. Precisamente dalla citt di Lubumbashi.
Fondato nel 1939, il glorioso club ha vinto per cinque
volte la Champions africana. E proprio a cospetto dei nostri
eroi fu la prima formazione del Continente Nero ad accedere
al match che assegnava la Coppa del Mondo.
Quindi in un certo senso Inter-Mazembe  stata una
partita che ha fatto la storia. Motivo in pi per sottrarla
all'oblio in cui  caduta: forse perch, sospetto io, un Pel
non  mai nato dalle parti del Katanga.
La seconda ipotesi ha a che fare con le moderne leggi
televisive. Per ragioni che qui sarebbe troppo lungo approfondire,
Inter-Mazembe fu trasmessa soltanto in pay TV ma
non su Sky, bens su una piattaforma minore.
Tradotto: la vedemmo in pochissimi.
Infine, c' un terzo tipo di spiegazione. Questa, rigorosamente
interista.
Dopo il Triplete, Mourinho si era congedato, destinazione
Real. Per sostituirlo la societ aveva puntato su un
profilo collaudato: lo spagnolo Rafa Benitez.
Benitez aveva un fisico da impiegato sedentario, ostentava
una discreta pinguedine e inoltre sudava come un tricheco
del Polo Nord chiuso in una sauna.
Non sarebbero stati difetti insormontabili, soprattutto
per uno che ci aveva regalato una gioia indiretta, diciamo
cos.
Nel 2005, a Istanbul, il Milan di Ancelotti chiuse il primo
tempo della finale di Champions in vantaggio 3-0 sul
Liverpool. Il Liverpool era allenato appunto da Benitez: la
rimonta fu clamorosamente spettacolare, i Reds conquistarono
la Coppa ai rigori.
Era un bel biglietto da visita. Solo che il panciuto Benitez
non si prese con lo spogliatoio. I vecchi leoni di Mou non
legarono con il successore. Le cose si complicarono in fretta.
In breve: tutti sapevano, nello stadio modernissimo di Abu
Dhabi, che Inter-Mazembe sarebbe stata, per l'allenatore iberico,
la partita dell'addio. La fine di una brevissima esperienza,
giusto una manciata di mesi, il tempo di festeggiare la Supercoppa
italiana e la World Cup. Al posto di Rafa, sarebbe
arrivato l'ex rossonero Leonardo. Un'altra meteora, eh.
Benitez, comunque, fu professionale e professionista
sino all'epilogo. I congolesi furono liquidati con un rotondo
3-0. Segnarono Pandev, Eto'o e Biabiany.
Dubitando che tu creda a quanto ti ho appena narrato,
scodeller a mo' di prova il tabellino di quella partita svanita
nel nulla.
San Siro, 18 dicembre 2010
INTER-MAZEMBE 3-0
INTER: Julio Cesar; Maicon, Lucio, Cordoba, Chivu
(54' Stankovic); Zanetti, Thiago Motta (87' Mariga),
Cambiasso, Eto'o; Pandev, Milito (70' Biabiany) - All. Benitez
MAZEMBE: Kidiaba; Nkulukuta, Kimwaki, Kasusula;
Kasongo (46' Kanda), Bedi, Ekanga, Mihayo; Kabangu,
Kaluyituka (89' Ndonga), Singuluma - All. N'Diaye
Arbitro: Nishimura (Giappone)
Ammoniti: Kaluyituka, Ekanga, Bedi, Thiago Motta,
Kasusula
Marcatori: 13' Pandev (I), 17' Eto'o (I), 85' Biabiany (I)
Inter-Juventus 2-0, 17 gennaio 2021
Per chiudere l'elenco delle dieci partite nerazzurre che
porto nel cuore, caro Michele, ho deciso di puntare su quello che Gianni Brera ribattezz Derby d'Italia.
Noi e loro.
Due universi inconciliabili.
Due rette parallele destinate a non convergere mai.
Inter e Juventus.
L'alfa e l'omega.
Inter versus Juventus.
Chiss come  cominciata, questa contrapposizione.
Di sicuro, non finir.
Ed  pure un bene che non ci sia un epilogo.
Siamo diversi. Siamo distinti. Siamo distanti.
E tali resteremo.
Vicendevolmente avvinghiati in un dualismo no limits,
interisti e juventini hanno sempre vissuto lo scontro in quel
di San Siro alla stregua di una gigantesca sagra nazionalpopolare.
Da tutto esaurito.
A prescindere da quello che c'era in ballo, a prescindere
dalle posizioni di classifica.
Tranne una volta.
La volta del Covid.
17 gennaio 2021.
Il Meazza deserto.
Una cattedrale di luce in un vuoto spettrale.
Seconda ondata, tremenda, della pandemia.
Pur di inseguire uno straccio di normalit, il governo
aveva autorizzato lo svolgimento del campionato di
calcio.
A porte rigorosamente chiuse. Per ridurre il rischio di
contagi. Inter-Juve a San Siro davanti a nessuno. Mai accaduto
prima. Roba da farci un film. Un remake hollywoodiano.
Urla nel silenzio.
Quando ripenso alla tragedia del Covid, agli amici che
tutti abbiamo perduto, al dolore per lo schianto feroce con
il peggio della modernit, be', mi rendo conto che in fondo
il pallone  niente. Ci che abbiamo conosciuto, nei mesi
e negli anni delle mascherine e dei respiratori, delle ansie
e delle crisi di panico, non riusciremo mai a dimenticarlo.
In quel contesto, eccoti Inter versus Juventus.
Luci a San Siro. Luci senza rumore.
Fu una partita destinata a rivelarsi fondamentale, nella
cavalcata tricolore del gruppo guidato dal tarantolato Antonio
Conte.
E per forza.
La Vecchia Signora veniva da nove (9) scudetti consecutivi.
Una generazione era passata dall'asilo alle superiori
vedendo solo una squadra, sempre quella, sul trono.
Chi mai poteva spezzare il monopolio, se non la Beneamata?
Ora e sempre Resistenza.
Per di pi.
Per di pi, arrivammo alla partita in condizioni deprecabili.
Una bislacca sconfitta a Genova contro la Sampdoria.
E un sofferto pareggio all'Olimpico contro la Roma. Un
punto in due trasferte.
Avessimo perso lo scontro diretto con Madama, la crisi
si sarebbe ufficialmente aperta.
Conte lo aveva capito.
Nello spogliatoio, prima dell'ingresso in campo, disse
alla truppa poche ma sentite parole. Le riporto come mi
sono state riferite da chi c'era.
Se siamo davvero ci che crediamo di essere, non abbiamo
alternative. Li dobbiamo battere.
Lo stadio era vuoto.
Lo stadio era muto.
Forse sugli spalti si erano sistemati i fantasmi di Peppino
Meazza, di Giacinto Facchetti e di Mariolino Corso. Forse
fu il loro soffio a spingere il cileno Vidal e il frenetico Barella
a siglare le reti di un rotondo 2-0.
Quella notte un mio amico juventino (ne ho, ne ho...)
mi disse: per farvi vincere uno scudetto doveva arrivare il Covid.
Gli risposi: e invece a voi nemmeno la pandemia far vincere la Champions.
...
.
...
25.
...
.
...
Ed eccoci arrivati, caro Leo, alla fine del viaggio.
Abbiamo ricordato campionati e coppe, portieri e ali
tornanti, mezze ali e terzini fluidificanti, stopper e mediani
di spinta, centravanti e battitori liberi. Perch i nostri tempi
erano quelli, Leo. Lasciamo perdere i braccetti e i falsi nueve,
come dicono adesso quelli che hanno studiato.
Abbiamo soprattutto ricordato con tanta nostalgia le
nostre vittorie. Tutto quello che i ragazzi ci hanno regalato
riempendo la bacheca. Gli scudetti, le coppe.
Ma ormai, giunti alla nostra et, ti devo confessare che per
me le stagioni migliori, dal punto di vista della salute fisica e
mentale, sono quelle in cui a dicembre siamo fuori da tutto.
Dalle coppe e dalla lotta per lo scudetto.
Quelle stagioni in cui il giorno della partita dell'Inter si
annuncia, la mattina, come un giorno sereno, magari anche
noioso ma tranquillo, senza pi quel patema che ci impedisce
di pensare ad altro. Giornate senza pi rischi per il
sistema cardiocircolatorio.
Quelle stagioni in cui il godimento  leggere chi sar
il nuovo allenatore e come sar la campagna acquisti per
rivoluzionare la squadra. Insomma quelle stagioni in cui il
godimento  la speranza. Per i miei figli non  cos, e per
fortuna. Ma io sono vecchio.
S, Leo, ti confesso. Ormai non riesco pi a guardarle, le
partite dell'Inter. Troppe ne ho passate. Troppe.
Il primo derby che ho visto lo perdemmo con un gol
di Romano Fogli, lo stesso che quando giocava con la maglia
del Bologna ci aveva fatto gol nello spareggio per lo
scudetto. L'avevo atteso con tanta trepidazione, quel mio
primo derby. Compresi, quel giorno, che nella vita le cose
possono andare bene o male: e a noi interisti vanno spesso
male.
Il secondo derby lo stavamo vincendo 1-0, gol di Corso
(di destro, pensa te) ed ero felice come una Pasqua mentre
guardavo la partita in TV. Non sapevo, mentre mi gustavo
quella vittoria, che la partita - finita da tre ore, perch allora
si guardavano i secondi tempi registrati alle 19,10 senza
sapere il risultato - non sapevo, povero tapino, che la mia
era la candida illusione di un bambino interista. A pochi
minuti dalla fine pareggi Pierino Prati, 1-1 e morta l. Ci
rimasi malissimo. Devi capire, caro Leo, che fui bambino
in un'epoca in cui i film che si vedevano in TV e al cinema
finivano tutti bene, arrivavano sempre i Nostri, insomma
pensavo che l'happy end fosse la Legge della Vita, e quando
l'Inter era in vantaggio non sospettavo che potessimo prendere
il gol che guastava la festa.
Dovetti aspettare il quarto derby per vincere (il terzo era
finito 0-0). Segn ancora Mariolino a dieci minuti dalla
fine, uccellando Cudicini sotto porta con un tocco di sinistro.
Il grazioso assist era stato un passaggio all'indietro di
Roberto Rosato, lo stopper rossonero che il suo allenatore,
il Paron Nereo Rocco, chiamava l'Assassino. Non mi parve vero.
E insomma la mia educazione sentimentale all'interismo
mi ha insegnato che alla fine la vittoria arriva, ghe mancaria: ma quanta fatica.
E io non ce la faccio pi, Leo. Le partite me le guardo,
eccome: ma registrate, e solo quelle che abbiamo vinto.
Ti ho raccontato come ho vissuto la finale di Madrid,
22 maggio 2010. Be', dopo  stato sempre peggio. L'anno
dell'ultimo scudetto, quello di Conte, i ragazzi li ho visti
nel girone d'andata: ma in quello di ritorno, quando si doveva
arrivare al dunque e qualcuno dei nostri cominciava a
giocare con il braccno, non ce l'ho fatta pi. Quando cominciava
la partita, io cominciavo lunghissime passeggiate
in luoghi dimenticati da Dio e dagli uomini. Cercavo di
non incrociare nessuno. Telefonino staccato, naturalmente.
Meglio non sapere. Cio: meglio sapere a cose fatte: vinto
perso o pareggiato, ma almeno  finita. Senza tachicardia.
Ricordo quelle due partite decisive (quasi) contro il Cagliari
e il Verona. Giocammo con il braccno, come ti dicevo,
perch attorno all'Inter c' sempre troppa tensione. Le
vincemmo entrambe 1-0, sempre con gol del mio Idolo Assoluto,
il terzinaccio goleador Matteo Darmian che sarebbe
meglio chiamare D'Artagnan:
L'abbiamo preso dal Parma dove quasi faceva la riserva: e
quindi di umili origini come il moschettiere di Dumas, ma
eroe di cappa e spada pure lui. Ricordo anche la singolar
tenzone al 120' della finale di Supercoppa 2021, quando
Darmian-D'Artagnan port via la palla a Chiellini - mica
un fesso qualsiasi - in acrobazia e la serv sulla scarpetta
rapinatrice del Nino Maravilla, che la mise dentro da due
passi mentre il simpaticissimo Bonucci si stava scaldando
per entrare a tirare i rigori.
E non parliamo poi delle due partite di semifinale di
Champions 2023, contro il Milan. Guarda, Leo: le ho sofferte
pi della finale con il Bayern. Per la partita di ritorno
mi sono inventato un'intervista a Cuneo, in mezzo ai monti,
vicino al confine con la Francia, per cercare di isolarmi.
Mio figlio Martino, che  il mio orgoglio anche lui nerazzurro
e non si estranea dalla lotta,  andato a San Siro e
alla fine mi ha mandato un video in cui piangeva di gioia.
Grande Martino: tu fai bene. Io ho gi dato.
Non ce l'ho fatta a guardare quelle due partite di semifinale.
E sai perch? Sai perch ti dico che le ho sofferte pi
che la finale con il Bayern?
Perch se avessimo perso con il Bayern, sarebbe stata una
nostra sconfitta. Ma se avessimo perso contro il Milan, sarebbe
stata anche una loro vittoria.
Io non odio il Milan, Leo, anzi quello di Rocco e Rivera
lo ricordo con affetto. Ma il derby lo soffro pi delle partite
contro la Juve. Il Milan mi  pi simpatico della Juve,
ma i tifosi milanisti spesso, quasi sempre, riescono a essere
pi insopportabili degli juventini. Si esaltano per niente, i
loro giocatori sono sempre i pi forti di tutti. Ricordo che
quando avevano con il numero dieci un tale Vinicio Verza,
ebbero il coraggio e anzi l'impudenza di sostenere che era
pi forte di Platini. E poi, pur essendo stati vittime, tante
volte, di arbitraggi a strisce zebrate, sul rigore di Iuliano su
Ronaldo hanno goduto. E il 5 maggio 2002 hanno preferito loro a noi.
E poi pensa a quello che ha detto Stefano Pioli dopo essere
stato preso a pallate nelle due semifinali di Champions.
Alla fine della sconfitta d'andata ha detto che per ben sette
minuti non eravamo entrati in area. Alla fine della sconfitta
di ritorno (quarto derby perso di fila nel 2023 senza mai
farci gol), un istante dopo aver detto che il Milan aveva fatto
una grande Champions perch  arrivato in semifinale, 
riuscito a dire che andare in finale non vale nulla, vale solo
vincere la Coppa. Mah. E pensare che una volta era interista.
Uomini persi, come cantava Claudio Baglioni.
Per tornare all'anno dell'ultimo scudetto, quello di Conte.
Come ricorderai, quel titolo lo vincemmo matematicamente,
con cinque giornate di anticipo, il pomeriggio di
una domenica in cui non giocammo neppure (avevamo
vinto 2-0 a Crotone il giorno prima). Occorreva che l'Atalanta
non vincesse a Sassuolo. E fu proprio il tuo Sassuolo,
il tuo portiere Consigli che parando un rigore nel secondo
tempo inchiod Gasp sul pareggio e ci regal lo scudetto.
Ecco, per dirti il livello di paranoia. Quel pomeriggio
stavo passeggiando nervosamente nella mia Luino, senza
nulla sapere, e quando la partita fin vidi spuntar fuori da
un balcone un bandierone nerazzurro. Ma allora abbiamo
vinto lo scudetto!, pensai. E per un nanosecondo dopo
fui assalito da un dubbio: Non sar mica una bandiera
dell'Atalanta?. (Dubbio assurdo perch, se anche avesse
vinto a Sassuolo, l'Atalanta non avrebbe vinto lo scudetto:
solo avrebbe rinviato la nostra festa).
E insomma caro Leo, non  che non si goda, a essere
cuori nerazzurri, perch vincere abbiamo vinto tanto.
Per quanto stress.
E io non ce la faccio pi. Troppa sofferenza.
Non riesco pi a guardare neppure le partite delle altre
squadre di cui sono tifoso, e che pure vincono sempre, cio
quelle che giocano in Europa contro la Juventus.
Guarda, ti racconto un fatto che ti giuro  vero, verissimo.
Io di questa cosa che non riesco pi a guardare le partite
dell'Inter un giorno ne parlai con uno psichiatra. Gli raccontai
tutto quello che ti sto dicendo adesso, e lui cominci
dapprima a rispondere in modo professionale, mi spieg
che era inutile - durante la partita - pensare che in fondo
 solo una partita di calcio e i veri drammi sono altri, e le
guerre e i terremoti e la fame nel mondo,  inutile perch
la sfera razionale non riesce a controllare quella emotiva, e
cos via.
E va bene.
Ma, capito questo, gli chiesi: dottore, che cosa posso fare
per non star male? Fu allora che lui - ti giuro - allarg le
braccia e mi disse: Guardi mi spiace ma non posso aiutarla,
sono interista anch'io e anch'io non riesco pi a guardare le
partite.
Poi mi raccont di un altro suo collega, psichiatra e nerazzurro
pure lui, che la sera della finale Inter-Bayern and
al cinema per non sapere nulla e non avere notizie di nessun
genere.
 cos, caro Leo. Una continua sofferenza per arrivare
alla vittoria. Ma dimmi cosa c' di meglio di essere interisti.
Niente, te lo dico. Non c' niente.
...
.
...
26.
...
.
...
Caro Michele,
hai proprio deciso di chiudere il nostro amichevole... match
epistolare con il colpo del kappa!
Mi spiego.
Invitarmi a raccontare come vivo (e non vedo...) le partite
dell'Inter  un attentato alla mia memoria. Nonch,
come avrai modo di apprezzare, una minaccia alla mia incolumit.
Parto da lontano. Da molto lontano.
Anni Sessanta.
Ero un bambino. In TV, TV rigorosamente in bianco e
nero, non trasmettevano quasi niente, di calcio. Intendo in
diretta. Ma le rare volte in cui la Rai si degnava di irradiare
le immagini di una sfida della Beneamata, quella di Mazzola,
Corso e Facchetti e bla bla bla, be', nel salotto di casa mia
accadeva una cosa strana.
Io ero un bimbo bene educato e abituato a contenere le
emozioni. Ma quando iniziava la partita dei nerazzurri andavo
in tilt. Mi veniva la tremarella, il convulso, usa il termine
che ti pare. Al che mia madre, per placarmi, estraeva
dalla dispensa un bicchiere di Sassolino, prestigioso liquore
locale simile all'anice. E io mi acquietavo.
Dopo un po', in famiglia si sparse la voce che in me ci
fosse una tendenza non all'Inter, ma ai superalcolici. Per
amore della causa, accettai l'ingiusto sospetto.
Quindi venne l'era della radio. Coppa dei Campioni
1971-72, quella della lattina di Bonimba e della finale persa
contro l'Ajax di Cruijff.
In pi di un'occasione la Rai non trasmetteva le euro sfide
in diretta televisiva. Sicch io e mio fratello ci infilavamo
a letto, accendevamo una radio a transistor e ascoltavamo
Ameri, Ciotti eccetera.
Non c'era il Sassolino. Ergo, serviva un'alternativa.
La trovammo di comune accordo. Se il risultato non si
sbloccava o addirittura si metteva male, click, spegnevamo
l'apparecchio. Silenzio radio.
Riaccendevamo pi tardi, sul finale. O a partita conclusa.
Be', sai che funzionava? Beccammo, alla riaccensione,
solo notizie positive. Tanto che, come accennato,
arrivammo addirittura in finale (quella, vista in televisione,
senza Sassolino perch ormai il sospetto alcolico
si era trasformato in crudele sentenza e infatti fin 2-0
per l'Ajax).
Questa storia della radio mi  tornata utile in tempi di
Telepi, Sky, Stream, Dazn.
Io l'Inter per intero, dal calcio d'inizio al triplice fischio
dell'arbitro, non l'ho mai pi vista. Non ce la faccio.
Non ho visto il gol di Milito a Siena, n quello di Darmian
al Verona e nei minuti finali dell'assedio del Barcellona
al Camp Nou nel 2010 vagavo, per dirla con Franco
Battiato, nei campi del Tennessee, cio dietro casa mia, con
il cellulare rigorosamente spento.
 pi forte di me. Al quinto o al decimo della ripresa,
talvolta persino prima, evado, scappo, fuggo. Mi nascondo.
Ha senso tutto questo?
No, diranno gli avveduti, i saggi, quelli che in fondo 
solo un gioco.
No, mi spiegano con severit le figlie, interiste per amore
ma molto pi serie del genitore.
Dunque, mi arrendo. Non solo sono colpevole. Sono
reo confesso. Come dimostra l'ultimo tassello di questa
autoflagellazione.
Primavera 2022. Juventus-Inter, a Torino. 1-0 per noi all'intervallo
dopo rigore (ripetuto) di Chal. Assedio bianconero.
Al sesto del secondo tempo decido che quando  troppo
 troppo. Riempio un zainetto di carta da buttare nell'immondizia
e parto verso l'ignoto. A piedi. Nel buio pesto.
Ricordando il Sassolino, mi tiro indietro un avanzo di
una bottiglia di vodka.
Ok, pi di un avanzo.
Quando riaccendo il cellulare, la bottiglia  vuota.
Il display del telefonino lampeggia.
Abbiamo vinto.
Sar l'emozione, sar l'alcol, boh.
Inciampo in un arbusto (juventino, sicuro) del parco.
Vado gi a faccia avanti.
Ho pensato, in un attimo: ma come sarebbe morire dopo
aver battuto i Gobbi?!?
Che tu ci creda o no, mi ha tirato su da terra (e mi ha
pure riaccompagnato a casa) un signore lungo lungo, mai
pi visto prima, mai pi visto dopo.
Gentilmente mi ha sussurrato: lo sa che stasera l'Inter ha
battuto la Juventus?
Non l'ho detto mai a nessuno, Michele.
Faccio un'eccezione per te, generoso compagno di viaggio
in questa nostra escursione tra i meandri della memoria nerazzurra.
Quell'uomo venuto a salvarmi, in una notte esagerata, nella mia emozione era Giacinto Facchetti.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Postfazione.
CARA INTER .di Roberto Boninsegna.
...
.
...
Va bene, ne sono consapevole: sto per scrivere una cosa che ad alcuni suoner banale. Eppure  la sacrosanta verit: per me la maglia nerazzurra  stata e rimane una seconda pelle!
 stato cos sin da quando, giovanissimo, sognavo di trovare un posto nello squadrone di Helenio Herrera, il Mago. Ero nel vivaio dell'Inter, ma quello che speravo non accadde subito.
Dovetti andare in giro per l'Italia, da Prato a Potenza a Cagliari.
A farmi le ossa, come si diceva allora. A fare la gavetta.
Poi,  capitato davvero. Diventai interista nell'estate del 1969. Finalmente mi sono sentito uno di loro, finalmente giocavo con Burgnich e Facchetti, con Mazzola e Corso, con Jair e Bedin...
 stata la fase pi esaltante della mia carriera. Mi sono identificato totalmente con quei colori. Ero come un ex sacrestano diventato cardinale. Non dico papa solo perch ho avuto accanto miti assoluti della storia nerazzurra.
Fu tutto talmente bello che a me cre profondo dispiacere il passaggio alla Juventus, nel famoso scambio con Anastasi nel 1976. Io proprio non volevo andare, venni costretto ad accettare il trasferimento. Poi a Torino non sono certo stato male, con i bianconeri ho vinto due scudetti, una Coppa UEFA, una Coppa Italia.
L'Inter mi ha dato meno, come trofei. Ma in compenso l'Inter mi ha dato tutto in termini di emozioni, di intensit, di partecipazione. E quando penso ai miei gol, tanti, be', scatta una molla: il pi spettacolare  quello che realizzai in rovesciata contro il Foggia, nella domenica dello scudetto del 1971. Indimenticabile. Irripetibile.
Eh, l'Inter! Non ho smesso mai di amarla. Non smetter mai. Avrei voluto rendermi ancora utile alla causa nerazzurra, anni fa si parl di un mio ruolo come team manager.
Non se ne fece niente e ancora me ne rammarico.
Sono felice che Leo e Michele abbiano pensato a me per le righe che chiudono il loro bel libro. So che hanno la mia stessa passione e so pure che sotto sotto mi invidiano.
Come tutti i tifosi veri, avrebbero voluto indossare la maglia dell'Inter anche per un minuto solo. Ma voglio rassicurarli.
Io, quella maglia, l'ho portata anche per loro.
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FINE.